Radicali e propositivi, bilancio e prospettive degli studenti dopo l’autunno caldo

Radicali e propositivi, bilancio e prospettive degli studenti dopo l’autunno caldo

by / Commenti disabilitati su Radicali e propositivi, bilancio e prospettive degli studenti dopo l’autunno caldo / 19 View / 24 marzo 2011

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giornale_liberazione

L’autunno caldo alle spalle. La rivolta di piazza del Popolo, i blocchi stradali, le occupazioni dei movimenti. Oggi per il movimento studentesco è il momento della riflessione e della programmazione. Così, da oggi a domenica saranno quattro giorni caldi all’università La Sapienza di Roma. Quattro giorni in cui tre delle realtà studentesche più rappresentative, l’ex nodo romano di Uniriot da oggi Unicommon, Atenei in Rivolta e Link daranno vita a momento di confronto su come iniziare quella che si preannuncia una primavera di lotte, di conflitti, di rivolte. Per capire meglio il panorama studentesco, ieri abbiamo ospitato in redazione una tavola rotonda alla quale hanno preso parte Claudio Riccio del Coordinamento Link, Giorgio Sestili di Atenei in Rivolta, Luca Cafagna di Unicommon (ex Uniriot Roma), Mariano Di Palma dell’Unione degli Studenti ed Eleonora Forenza, responsabile università del Prc. Quello che è uscito dal confronto è una situazione decisamente “in movimento”, fatta di larghi momenti assembleari, di workshop tematici, di analisi, proposte, alternative. Momenti che si interromperanno contemporaneamente sabato pomeriggio per confluire, tutti insieme, nello spezzone studentesco che attraverserà la manifestazione per l’acqua pubblica contro il ritorno al nucleare in programma il 26 marzo alle ore 14 da piazza della Repubblica.(da Liberazione del 23 marzo 2011)

 


Sono due i punti attorno ai quali abbiamo incentrato il confronto.Partendo dalla stagione di lotte appena lasciata alle spalle, cosa resta del 14 dicembre, della rivolta generazionale, e del 22 dicembre, del conflitto “diffuso”?La primavera sembra essere caratterizzata da un inizio di riflessione di tutte le realtà studentesche. La fine di Unirot e la nascita di Unicommons; la tre giorni di Atenei in Rivolta; l’incontro nazionale per l’AltraRiforma. Quindi, sabato 26 marzo ci sarà un importante momento di mobilitazione comune in occasione della manifestazione nazionale per l’acqua pubblica e contro il ritorno al nucleare. Infine, il 6 maggio e lo sciopero generale. Fra i movimenti studenteschi c’è chi, come Unicommons, Link e Uds, vede nel 6 maggio una grande occasione di rilancio in cui far confluire tutte le forze e chi, come Atenei In Rivolta, parla invece di «occasione perduta» nella costruzione, oggi, di un momento assembleare largo che coinvolgesse anche chi guarda con criticità al 6 maggio e pensava necessaria una grande manifestazione di tutte le opposizione sociali nel mese di Aprile.Ecco le risposte in ordine di come i nostri interlocutori sono intervenuti durante la tavola rotonda

 

Claudio Riccio – Link

Ovviamente è importante guardare a quanto successo in questo autunno, senza però vivere quella fase e la fase attuale come evocazione di quanto è stato e siamo stati ma riaffermare quella soggettività sociale che si è affermata tra ottobre e dicembre. Quindi, proseguire sulla strada che ha consentito di riaprire spazi di legittimità del conflitto che prima dell’autunno erano estremamente stretti e caratterizzati da un alto tasso di criminalizzazione del conflitto. Oggi, quegli spazi aperti dalla grande determinazione e partecipazione delle mobilitazioni non devono richiudersi. Per far questo, come movimenti non dobbiamo rimanere ancorati sull’analisi e la rievocazione di quanto accaduto ad esempio il 14 dicembre, ma guardare ai processi che hanno portato a quelle date. Prima dell’autunno 2010 non c’era visibilità per le rivendicazioni studentesche. Solo dopo l’irruzione nell’agenda politica, con l’irruzione fisica al Senato il 24 novembre, si è squarciato il velo mediatico. Questo ha determinato la riapertura di uno spazio di conflitto giovanile che oggi si vorrebbe ricondurre a piazze come il 12 febbraio o il 13 marzo. Ma quelle piazze erano di età media elevata. Erano piazze che hanno provato a dare un’immagine dei giovani come “apolitici” e soprattutto come un soggetto non conflittuale.

Noi, invece, guardiamo all’autunno passato, consapevoli che oggi la soggettività sociale studentesca ha la possibilità di aprire, o meglio riaprire, radicali spazi di conflitto. Il tema, quindi, è riflettere su come evitare di essere rinchiusi in recinti di “normalizzazione”.Ripartire dopo una fase di grande mobilitazione non è mai semplice. Oggi, però, a differenza della stagione dell’Onda la mobilitazione contro il ddl Gelmini ha avuto caratteristiche più generali rispetto al “solo” sbarramento contro la legge 133. Questo ha fatto si che oggi fosse meno percepito dal movimento e dalle soggettività studentesche il senso di sconfitta rappresentata dall’approvazione del ddl. Questo perché c’è la consapevolezza della situazione del quadro politico attuale, di un sistema politico bloccato, di quanto oggi il nostro obiettivo sia quello di rovesciare i rapporti di forza del paese. Il fatto che le assemblee, lo scorso autunno, fossero state decisamente più scarse numericamente rispetto alla stagione dell’onda ma le piazze molto più piene è la dimostrazione che le realtà organizzate abbiano giocato un ruolo fondamentale nelle rivolte autunnali, che sono state un utile strumento di mobilitazione.

Per questo è importante che nei prossimi giorni, non in termini conflittuali tra loro, si svolgano momento in cui dei percorsi studenteschi tra loro differenti per storia e natura si confrontino con la volontà di provare a produrre nelle prossime settimane percorsi collettivi. Come Link abbiamo scelto di incentrare la discussione sulla costruzione dell’alternativa, la cosiddetta Altra Riforma, perché crediamo fondamentale continuare a discutere di università nelle università e perché è importante rafforzare i percorsi di alternativa. Non possiamo continuare a far definire i nostri cicli di mobilitazione dall’agenda politica. La “antipolitica” di cui sono stati spesso tacciati i movimenti oggi si è ribaltata: oggi l’antipolitica è all’interno delle sedi istituzionali mentre la vera politica è in piazza. Quindi, non possiamo lasciare che sia l’antipolitica a dettare l’agenda. In uno scenario in cui si riducono, come avvenuto con il ddl Gelmini, gli spazi di democrazia si sono ridotti. E allora sta a noi praticare forme di democrazia e partecipazione diretti, una pratica da estendere il più possibile, ad esempio verso uno sciopero sulla questione della precarietà. Come studenti, viviamo uno degli ultimi luoghi collettivi rimasti, la scuola o l’università. I precari sono invece vittime in uno scenario di frammentazione, “inorganizzabili”. Siamo noi studenti, quindi, a doverli coinvolgere, consapevoli che oggi esiste una questione generazionale fatta di precarietà. Non è un caso che i precari abbiamo partecipato negli scorsi mesi più alle mobilitazione studentesche che non a quelle sindacali.

E allora, dobbiamo insistere sul dar forza alla questione generazionali, nella consapevolezza che la data del 6 maggio, dello sciopero generale, è tutta da costruire, una possibilità da cogliere, in cui dovremo coinvolgere tutti coloro che dallo sciopero non sono direttamente coinvolti. Studenti, certo, ma anche precari. Prima, però, c’è una tappa fondamentale: la manifestazione del 26 marzo e l’obiettivo “finale” del referendum. Dall’acqua, l’università e la scuola devono cogliere una serie di insegnamenti: come radicarsi sui territori, certo, ma anche, se non soprattutto, come dar forza a una proposta di ripubblicizzazione di un’università in cui, come nella gestione dell’acqua, stanno entrando i privati. Il tema su cui batterci, quindi, non sarà come impedire la privatizzazione, ma come conquistare la ripubblicizzazione dell’università e della scuola come beni comuni.

Giorgio Sestili – Atenei In Rivolta

 Oggi è interessante valutare quali sono stati gli elementi di novità delle mobilitazioni studentesche autunnali. Da subito è stato assunto il problema della riforma universitaria “nella crisi” come problema generale e non isolato. È stata analizzata la dimensione della crisi economica e la riforma della società, dal lavoro alla formazione, come problema generale e complesso da affrontare. Molto del dialogo è stato proiettato verso l’esterno, fuori dagli atenei, cercando e in molti casi trovando un’interlocuzione con il mondo del lavoro e con le altre lotte. Da questo processo, è nato prima il 16 ottobre e la partecipazione studentesca alla manifestazione della Fiom, quindi il 14 dicembre quando tutte le lotte, non solo del lavoro e dell’università, ma anche quelle territoriali, da L’Aquila a Terzigno, sono scese in piazza.

Questo ha contribuito a rendere meno isolata la mobilitazione studentesca nel contesto generale e al tempo stesso ha fatto si che si tenessero insieme anche forme e contenuti molto radicali, legati a ricerca di forma che facessero breccia nell’opinione pubblica e creassero consenso nella società. Così è stato un alternarsi di cortei di massa e azioni di blocco delle città fino al 14 dicembre con l’esplosione di rivolta a piazza del Popolo di movimento che non si è fatto criminalizzare. Dopo 14 dicembre, infatti, non è riuscita l’operazione “alla Saviano” di distinguere tra manifestanti “buoni e cattivi”. Detto questo, dobbiamo analizzare il fatto che questo movimento, a differenza dell’Onda, ha mostrato una forte discrepanza tra dati di partecipazione all’interno delle assemblee e partecipazione in piazza. Durante l’Onda avevamo molto più il polso delle mobilitazioni nelle assemblee che spesso venivano tenute all’aperto perché non c’erano aule in grado di contenerci. Oggi le assemblee sono meno partecipate ma è molto più grande la partecipazione di massa al conflitto. Questo deve portare a una importante considerazione non del dato numerico in sé, ma di quello politico. Il punto, quindi, è capire quale sia il livello di politicizzazione degli studenti e quali le forme che permettono di autorganizzarsi. Terminato il ciclo di movimento, dobbiamo capire cosa si è sedimentato. Da questo punto di vista è vero che si è mobilitata la stessa generazione dell’onda, ma è scesa in piazza una composizione sociale che ha travalicato scuole e università. L’esempio, ovviamente, è il 14 dicembre e la grande partecipazione di gente venuta dall’esterno delle assemblee e dei collettivi. Questo ci da la dimensione reale, più ampia, della condizione giovanile, studentesca e precaria, che si è mobilitata in questo autunno. Altra questione è il problema della politicizzazione del sociale. In questo autunno è venuto meno il meccanismo classico di concepire l’intervento all’interno del movimento come processo di politicizzazione indotto “dal politico al sociale”. Questo schema è saltato da tempo e ha messo in crisi l’agire dei partiti e delle organizzazioni politiche che hanno sempre funzionato come cinghia di trasmissione tra sociale e politico. Oggi, quindi, il tema è come riuscire a organizzare un soggetto sociale emergente, di giovani, che vada al di là delle fasi di bassa e alta marea del movimento. Oggi è nei movimenti che vanno creati momenti di politicizzazione e aggregazione. I giovani nelle rivolte sono il soggetto più conflittuale ma al tempo stesso quello meno organizzato. Distanti dai partiti, ormai organizzazioni impermeabili alle istanze dei movimenti e di trasformazione, e lontani dai sindacati tradizionali, ancorati a una forma di organizzazione del lavoro vecchia e superata.Oggi riscontriamo la necessità di porsi, tutti noi, il problema dell’organizzazione della nuova soggettività conflittuale emersa in autunno. AIR nasce come esperienza di rete di alcuni collettivi universitari durante il movimento dell’onda. In qualche modo, in questi due anni tramite il sito e la rete si è consacrata la realtà di un’organizzazione studentesca volta alla costruzione del movimento, che ha rivestito un ruolo importante nelle mobilitazioni. Nella tre giorni che inizierà domani vogliamo un fare passo in avanti ponendoci gli interrogativi poste da tutto il movimento studentesco. Dovremo riuscire a superare la frammentazione che ancora oggi è presente all’interno di un panorama studentesco che necessita di essere ricomposto. Per questo l’obiettivo di AIR è cercare di intercettare i giovani oltre università. A tal fine proveremo a lanciare non solo un coordinamento stabile tra collettivi universitari ma ipotesi di lavoro progettuale in grado intercettare anche scuole superiori e giovani lavoratori precari partendo dal presupposto che la fuga dei giovani dai partiti e la non rappresentanza sindacale pone il problema di come e dove organizzare i giovani e i lavoratori precari. Da una parte, quindi, l’obiettivo è consolidare e strutturare il percorso interno alle università. Dall’altra, il piano di lavoro sarà relazionarsi con l’intera composizione giovanile. Da questo punto di vista, il ragionamento di AIR non è auto-centrato: sappiamo di non essere autosufficienti ma il nostro dibattito è volto verso la creazione di movimenti, di lotte, di conflitto. Un’organizzazione a disposizione dei movimenti. Un’organizzazione per l’autorganizzazione. Detto questo, oggi siamo chiamati a riattualizzare in termini concreti il tema rivolta e rivoluzione, non sull’onda emozionale di quanto avviene in Nordafrica: sappiamo che quei processi rivoluzionari qui non sono riproducibili, ma al tempo stesso quei processi rivoluzionari consegnano a noi giovani la consapevolezza che le rivoluzioni non sono solo quelle studiate sui libri. L’attuale crisi, economica e sistemica, ci mostra come gli spazi di riforma si siano ristretti e come il padronato voglia uscire da questa situazione riducendo i salari, comprimendo i diritti, scatenando una lotta di classe che riduce gli spazi non solo in termini di conquiste di diritti, di reddito, di salario, ma anche in termini di governabilità. Questo sta avvenendo in tutti i governi europei impossibilitati a governare la crisi economica e che quindi hanno attaccato lo stato sociale. La prospettiva, oggi, è quella di una ricostruzione e ricomposizione della classe e dei movimenti in una prospettiva rivoluzionaria. Questo, però, significa che oggi non possiamo pensare che esista un soggetto intorno al quale, partito o sindacato, svolgere questo processo di ricomposizione. Questo soggetto non c’è: la Cgil è più proiettata a un ritorno alla concertazione più che alla riaccensione conflitto; alla Fiom non possiamo chiedere più di quanto sta facendo. E allora è necessario creare spazi comuni di discussione in cui le tante esperienze, più o meno organizzate, trovino il luogo ricomposizione in cui tornare a discutere di opposizione sociale. Questo lo vediamo dall’agenda di mobilitazione della primavera, fatta di tanti momenti separati: la domanda è “come mettere insieme queste mobilitazioni”? Su questo si basavano gli editoriali di AIR e per questo l’ultimo lo abbiamo intitolato “un’occasione perduta”: avremmo voluto discutere in una grande assemblea nazionale, in questo fine settimana alla Sapienza, con tutti soggetti impegnati contro la crisi. Secondo noi, oggi i tempi sono (erano) maturi per ragionare insieme: ad esempio la Fiom con il sindacalismo base. Lo sciopero generale dell’Usb dell’11 marzo è stato un momento di conflitto importante ma bypassato da troppe realtà. Con l’Usb, gli autoconvocati. Le lotte studentesche con le lotte in difesa dei beni comuni e le lotte territoriali. Avremmo voluto fare una grande assemblea nazionale senza recinti e che sì guardasse allo sciopero del 6 maggio, ma che individuasse i limiti di quella giornata. Ora mettiamo a disposizione la tre giorni di AIR e un dibattito, venerdì pomeriggio, con tutti questi soggetti. Davanti a noi abbiamo la prospettiva di una mobilitazione che non può schiacciarsi solo sul 6 maggio: oggi dobbiamo prendere atto che per quanto la Cgil sia il sindacato più importante, la sua segreteria nazionale è concentrata a come tornare ai tavoli con Confindustria. Per questo il 6 maggio sarà uno sciopero contro Berlusconi e non contro Marchionne e Confindustria. Sarà uno sciopero tardivo, che non parla con mobilitazioni di questo autunno, quando c’era veramente bisogno di uno sciopero generalizzato. Quello che ci aspetta è uno sciopero debole, di sole 4 ore ma soprattutto non uno sciopero che apre prospettive reali di conflitto e di opposizione. Per questo non consegniamo al 6 maggio la valenza di cambiamento come invece sostiene l’appello di “Uniti per lo sciopero”. Oggi la prospettiva di cambiamento può essere letta solo da chi saprà rovesciare il 6 maggio da come lo ha convocato la Cgil. Guardando al futuro, non poniamo nessun limite al 6 maggio ma vediamo come momento centrale delle varie lotte il referendum per l’acqua pubblica e contro il nucleare. Per questo ci impegneremo per capire come dare continuità alla manifestazione dell’acqua del 26 marzo. Dare continuità significa non solo attraversare il 6 maggio, ma costruire una grande manifestazione nazionale a fine maggio che possa ricomporre le lotte in questo paese e rafforzare il referendum

Luca Cafagna – Unicommon

 Rifuggo e sono ostile a qualunque teoria dell’evento o lettura che possa in qualche modo ridurre tutto l’autunno solo al 14 dicembre. Non perché quella non sia staata una giornata straordinaria, anzi, ma perché il tema centrale è provare a capire se sia in atto o meno un processo più ampio. Quindi dobbiamo guardare al 14 dicembre e interrogarci sul “prima” e sul “dopo”. Il presupposto da cui partire è che si è verificata a partire dagli ultimi dieci anni la rottura del patto sociale nel nostro paese. Oggi ci sono soggetti fuori da qualsiasi patto, quei soggetti che in questi anni hanno animato le varie mobilitazioni non solo studentesche. Inoltre bisogna considerare che vi sono soggetti, proprio a partire da questa rottura, che concepiscono la propria condizione sociale in termini di esclusione. Resta un dato il fatto che si è ricostruita nell’arco dell’autunno una legittimità del conflitto: per mesi milioni di persone sono state convinte che tirare un uovo era un atto di terrorismo, dopo il movimento autunnale, questa criminalizzazione mediatica si è incrinata. Questo è il primo momento fondante delle rivolte autunnali. Il secondo elemento è dato dal fatto che c’è un livello di consapevolezza estremamente più forte rispetto all’onda delle modalità di come la crisi economica sta aggredendo il paese. Dalle mobilitazioni studentesche e da quanto accaduto in questo autunno su larga scala è emerso come è il ricatto il tema centrale nella riflessione comune. Oggi c’è la consapevolezza che l’abbassamento dei salari e dei livelli di formazione apre a prospettive di ricatto sempre più selvaggio anche su diritti da sempre consolidati. Ecco allora che dobbiamo inventare nuove forme di democrazia per articolare, in questo processo, nuove pratiche costituenti. È la democrazia, quando diventa elemento radicale, a rompere il quadro della divisione politico-economico. Così la radicalizzazione della prassi democratica, come è avvenuto il 14 dicembre, diventa elemento del conflitto sociale e di rivendicazione dei diritti materiali. Oggi, quel che resta dell’autunno, è un terreno di legittimazione del conflitto. Le prospettive per una primavera di segno analogo ma al tempo stesso differente dall’autunno ci sono. Abbiamo davanti a noi un campo di possibilità molto aperto da praticare inserendo la questione generazionale nel dibattito pubblico del paese in termini conflittuali. Altro elemento importante della passata stagione di lotte è stato quello della creazione di immaginario sia come terreno di conflitto che come produzione di consenso. Con il blocco delle strade e delle stazione e l’occupazione dei monumenti lo scorso autunno è stato quello dei book block che hanno portato in piazza un immaginario conflittuale del sapere e della cultura come elemento di protezione e al tempo stesso di possibile affrancamento. Il sapere come elemento da sottrarre ai processi di valorizzazone e sfruttamento. Questo non solo ha prodotto un immaginario straordinario ma ha fatto si che questa pratica venisse riprodotta a livello europeo. Così i libri scudo sono divenuti elemento di conflitto applauditi dalla popolazione bloccata nel traffico tanto di Roma quanto di Londra.Oggi nasce Unicommon. Al posto del nodo Uniriot Roma. Abbiamo fatto questa scelta, che non è un semplice cambio di nome ma un nuovo processo, perché banalmente quando irrompono i movimenti ridefiniscono un quadro più complessivo. Quindi cambiano i soggetti e le reti in campo dentro i movimenti. Abbiamo fatto questa scelta partendo da un elemento: la riforma Gelmini e la crisi economica di cui è conseguenza nelle politiche del governo che ci consegna la fine dell’utopia del capitalismo cognitivo. In questi anni abbiamo ragionato su ipotesi che parlavano di espansione di nuove forme di capitalismo che avrebbero liberato i soggetti dallo sfruttamento. Oggi i processi di precarizzazione e riforma hanno messo in crisi questo origìzzonte di ragionamento: siamo davanti a una riforma dell’università che articola il prorpio attacco su blocchi e processi di selezione. Non a caso i dati AlmaLaurea parlano di una flessione del 4,2% delle immatricolazioni nelle università pubbliche e un aumento del 2% delle immatricolazioni nelle università private. A cambiare è la natura stessa dell’accesso al sapere e alla conoscenza. Dal nostro punto di vista questa contraddizione va agita fino in fondo per passare dalla rivolta alla costruzione dell’università del comune. Non è semplice retorica. Non è il passaggio da un terreno conflittuale a uno spazio istituzionale. Il problema è come costruire spazi in grado di strappare immediatamente nuovi diritti non solo all’interno delle università visto che la crisi economica precipita su soggetti giovanili, dentro e fuori le università, in aperte dinamiche di precarizzazione. La nostra sfida è quindi immaginare terreni ricompositivi dentro quello della formazione e far precipitare questi elemento sul tessuto metropolitano. Per far questo dobbiamo assumere la crisi come elemento strutturale alle dinamiche espansive del capitalismo contemporaneo. Oggi, nel momento in cui precipita la crisi finanziaria nelle politiche di austerity, nella prossima crisi energetica, nella crisi libica, dobbiamo capire che la crisi ci apre spazi di agibilità politica. In questo quadro non dobbiamo percepirci solo come quelli che devono far cadere il tiranno ma sta a noi ridefinire la lettura di questa crisi. Se ragioniamo solo in termini di contrapposizione rischiamo di fare il gioco di chi si oppone al governo Berlusconi presentando come alternativa la stesa ricetta ma edulcorata. Bisogna quindi aprire dinamiche ricompositive. Il percorso che proveremo a costruire dentro a “Uniti per lo sciopero” prova ad articolare un discorso molto semplice: il 6 maggio ci sarà uno sciopero che ha una convocazione debole ed è una risposta tardiva alle istanze dei movimenti. C’è però la possibilità, verso il 6 maggio, di definire processi ricompositivi dal basso, capaci di definire una nuova piattaforma che tenga dentro i temi al cuore del paese. Quella giornata sarà l’occasione per provare a ridefinire una nuova prassi democratica radicale. Dobbiamo ragionare oltre le “occasioni mancate”. Non penso che i processi si possano attivare a tavolino. Dobbiamo quindi rilanciare la possibilità che il 6 maggio sia una giornata di conflitto, sia la giornata in cui il blocco della produzione caratterizzi anche i luoghi del precariato. Per far questo dobbiamo saper costruire un discorso di immaginario intorno alla generalizzazione che parli a milioni di persone ostaggio della precarietà.

Mariano De Palma – Uds

 Lo spazio politico che si è aperto in questo autunno ha determinato una visione nuova di cambiamento rispetto ad anni di tramutazione del consenso sociale in share televisivo. Controllo sociale rispetto al disagio. Questo dimostra che è in corso una ulteriore forma di inasprimento delle condizioni sociali data dalla crisi e al tempo della crisi. Tutto questo si è collegato nella forma di “questione generazionale” che non si declina come fenomeno prettamente giovanile ma come questione sociale. Quello che siamo riusciti a fare in questi autunno rispetto all’Onda è mettere insieme continuità nello spazio (andando oltre i luoghi della formazione) e nel tempo. Quindi il movimento è stato in grado di esprimere radicalità ma al tempo stesso di ottenere consenso tra la popolazione. Questo ha consentito di aprire una fase inedita, come inedito è stato il 14 dicembre, che ha aperto una fase nuova che non può essere però letta senza il prima e senza il dopo. L’aver costruito nel tempo una percezione di disagio sociale che tutti avvertiamo come generazione precaria ha contribuito a poter parlare tanto all’interno delle scuole e degli atenei che dentro le lotte sociali. Ciò ha permesso di costruire il 14 dicembre ma al tempo stesso di ragionare verso lo sciopero generale e di come creare in quel contesto sindacale un’allargamento che dovrà parlare anche a chi non si è ancora mobilitato. In fondo, in questo autunno, simo riusciti a praticare forme simili allo sciopero bloccanfo le città o, come è avvenuto il 30 novembre, 17 stazioni ferroviarie. In questo mod abbiamo posto al paese il problema della generazione precaria in maniera radicale. Contestualmente nelle scuole abbiamo sperimentato nuove pratiche di democrazia e puntato sull’alternativa. Un esempio è l’aver prospettato nelle scuole un referendum sul modello delle fabbriche per far esprimere gli studenti e permettere la movimento di essere non solo espressione di conflitto ma laboratorio politico di alternativa.La dimensione internazionale che stiamo attraversando, caratterizzata dal mutamento delle forme del lavoro, sta ridefinendo nella crisi le forme del capitale. A noi il compito di trovare la via di uscita dalla precarietà. Alla crisi economica va poi abbinata la crisi politica: quello che succede oggi nel Mediterraneo e quanto accaduto il 14 dicembre nel parlamento italiano dimostra che il rapporto tra governanti e governati e completamente saltato come è saltato il quadro internazionale delle forme di governo. Siamo al cospetto di una nuova anarchia sociale in cui sono al governo le nuove forme del padronato. Questo sta portando a un consolidamento dei processi di accumulazione, con i poteri forti in grado di investire nelle forme precarie del lavoro mettendo in periferia ogni diritto, vedi quanto accaduto a Mirafiori e Pomigliano. In questo scenario c’è la necessità di provare a mettere a “rete” e ricostruire nuove forme di organizzazione in cui i temi centrali siano il salario e il reddito. Quindi provare a ricostruire le forme di connessione tra soggettività sociali. Partendo dalla manifestazione del 26 marzo per l’acqua pubblica starà a noi continuare il percorso nelle scuole e nelle università. Con i beni comuni saremo chiamati a parlare di precarietà ma anche di immigrazione e di diritto di asilo. Sono questi, in fondo, i temi dell’Altra Riforma: trasformare i luoghi della formazione, sperimentare pratiche di democrazia. Così a Genova all’istituto Beregse abbiamo conquistato il primo statuto in stage nei percorsi di alternanza scuola-lavoro. Abbiamo così conquistato il primo tassello di alternativa dal basso. Abbiamo iniziato a costruire cambiamento. Sul 6 maggio abbiamo una posizione chiara: abbiamo evidenziato le critiche ma pensiamo che sia un’opportunità da sfruttare e che non possiamo mancare. Detto questo dovremmo interrogarci sulla forma italiana di sciopero generale e perché questo strumento è più funzionante negli altri paesi sia nella articolazione che nella convocazione. Quindi dovremmo interrogarci sulla generalizzazione, su come unificare le lotte, su come crearle una rete in grado id mettere insieme soggettività che vivono in condizione di precarietà. L’obbiettivo quindi è che questo sciopero diventi di natura sociale in grado di unire le lotte e ridefinire il piano di ragionamento generale. No dimentichiamoci, però che dopo lo sciopero e dopo il referendum, ci sarà l’anniversario di Genova 2001. Dieci anni dopo dovremmo fare di Genova 2011 il momento in cui le lotte possono provare a ripartire.

Eleonora Forenza – università Prc

 La questione generazionale è esplosa come questione sociale. Questo il punto centrale rispetto alle mobilitazioni autunnali. Ed è stato il tema della precarietà ad unire più generazioni e più condizioni. Così l’università non solo ha tracimato le aule, ma connesso immediatamente studenti, ricercatori precari, ricercatori strutturati dietro il tema dell’indisponibilità al ricatto che ha unito i ricercatori sul tetto agli operai di Pomigliano e Mirafiori. Così questo autunno è accaduto che la condizione precaria da elemento di frammentazione di tante condizioni e intere generazioni è diventato, a livello europeo, un elemento connessione, un punto di soggettivazione politica. Credo che questo rompa definitivamente il meccanismo della “politicizzazione indotta”. A ciò va aggiunto il fatto che il conflitto abbia mostrato il suo volto radicale e irrappresentabile a un sistema politico bloccato dal bipolarismo. Ora il punto è mantenere la soggettivazione politica conquistata. Contestualmente si è ribaltato lo schema legale-legittimo. Il 14 dicembre, il giorno in cui Berlusconi ha mantenuto la maggioranza con la compravendita di deputati, si è spostato il senso comune su quanto è legale e quanto è legittimo. Legittimo è diventato protestare. Così l’immagina del lancio dell’uovo come gesto terrorista è stata distrutta e il 14 dicembre non è stato vissuto come giorno di guerriglia da parte di una piazza di facinorosi ma come rivolta di piazza e di generazione. Contestualmente, il legale, con un parlamento intento a comprare i voti dei deputati, veniva associato all’illegittimo. E così, mentre migliaia di persone bloccavano le strade e perfino le autostrade, gli automobilisti nel traffico erano con chi protestava. Ora il compito è quello di mantenere alto il livello di conflitto ma anche mostrare tutta la capacità del movimento a non delegare l’elemento della trasformazione della situazione attuale. Agire attraverso la riappropriazione politica e la trasformazione sociale. Oggi davanti a noi abbiamo davanti nuove crisi, come la guerra in Libia, e nuovi temi, come l’acqua. E uno sciopero da generalizzare con la nostra capacità di essere conflittuali.Quello che ci aspetta dipende molto da noi. Dipende da quanto riusciremo a ricomporre l’opposizione sociale e politica considerando, oggi, la totale autonomia dell’opposizione sociale da quella parlamentare. E allora che il tema predominante sia quello della trasformazione e il punto centrale la rideclinazione della rivolta e della rivoluzione. A questo aggiungo l’importanza della capacità di difendere la nostra autonomia da chi, ad esempio, si è mostrato disponibile, nelle piazze di febbraio e marzo, ad accettare la presenza di esponenti politici di Fli. Detto questo, oggi è necessario riportare al centro la dimensione internazionale dell’altro mondo possibile e fare della pace il bene comune primario. Il primo obiettivo sarà quindi quello di connotare la manifestazione del 26 marzo di un forte impianto NO WAR. Quindi, il 6 maggio: quel giorno la nostra capacità di autonomia si marcherà sulla nostra forza di generalizzazione dello sciopero generale, che sia sciopero dei precari e delle precari.
Daniele Nalbonein data:24/03/2011