Guerra tra atenei? Che vinca il migliore! (e gli altri chiudano)

by / Commenti disabilitati su Guerra tra atenei? Che vinca il migliore! (e gli altri chiudano) / 340 View / 17 Marzo 2021

Il 21 febbraio un gruppo di quattordici economisti e scienziati italiani ha pubblicato su Repubblica un appello a Mario Draghi, invitandolo a utilizzare il Recovery Fund per aumentare il finanziamento della ricerca. Tuttavia questa richiesta è volta ad un finanziamento rivolto soltanto ad una parte della ricerca, ovvero quella considerata dall’Agenzia Nazionale per la Valutazione dell’Università e della Ricerca (ANVUR) come eccellente. 

Questo si traduce nel fatto che, ancora una volta, i finanziamenti andrebbero a favorire ed arricchire solamente alcuni Atenei, quelli che già, grazie alla ripartizione dei fondi per quota premiale, possono permettersi di portare avanti attività di ricerca e di didattica a livello più avanzato. Tutti gli altri Atenei che, a causa dei pochi fondi ricevuti, non hanno mai potuto permettersi di svolgere tali attività, si troverebbero di conseguenza a vedere fortemente ridotte le loro possibilità di crescere e, soprattutto, di restare aperti. 

Di fatto, già la ripartizione dei fondi per quota premiale, basata sulla Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), comporta una forte sperequazione tra gli Atenei del Paese, creando degli Atenei di serie A, soprattutto quelli localizzati nel Nord del Paese e nelle città più grosse, e quelli di serie B. L’elemento più grave di questa sperequazione si traduce poi nella possibilità delle studentesse e degli studenti di accedere agli Atenei, ai loro servizi per il diritto allo studio e di avere una formazione compatibile con i propri sogni e desideri. 

Secondo i promotori dell’appello, l’indice di concentrazione della quota premiale ad ora ricevuta dagli Atenei è inferiore a quello delle altre due entrate, cioé le contribuzioni studentesche e la quota base, che rispecchia i costi storici e le dimensioni dell’ateneo, e, per tale ragione, sarebbe opportuno dare più valore alla quota premiale.

Ci sentiamo di dissentire: la quota delle contribuzioni studentesche, fissata per decreto presidenziale al 20% dei finanziamenti del Fondo Ordinario, spesso arriva a livelli del 23% e 25%. E’ opportuno ridurre, fino ad eliminare, la quota di entrate per gli Atenei dalle contribuzioni studentesche, per finanziare fortemente la quota base. In questo modo, non solo si garantirebbe un maggiore accesso all’Università pubblica, ma, soprattutto si potrebbe dare la possibilità a tutti gli Atenei, i loro corsi e dipartimenti, di ricevere i doverosi finanziamenti necessari per essere tutti in grado di di impattare sulla diffusione dei saperi, liberi e critici, e di rispondere ai bisogni della componente studentesca, eliminando del tutto indicatori distorti come quelli della VQR.

Sempre secondo i promotori dell’appello, l’Università pubblica dovrebbe smettere di percepire “finanziamenti a pioggia”, ma, appunto, finanziamenti basati sull’eccellenza. Sarebbe davvero bello poter dire che l’Università italiana abbia ricevuto ad oggi finanziamenti a pioggia, ma non è così. Dal 2010 il mondo universitario si è contratto di circa il 20% su tutti i comparti: quello dei finanziamenti, delle immatricolazioni, delle assunzioni, degli investimenti nella ricerca.

Rivendichiamo con forza la necessità che i fondi del Recovery siano destinati al mondo dell’Università e della Ricerca nel suo complesso, evitando di creare sperequazioni tra Atenei e diseguaglianze tra la componente studentesca. Ne abbiamo bisogno noi, come studentesse e studenti, ne ha bisogno il Paese, in una fase in cui l’unico modo per ripartire è quello di investire sulla conoscenza e sui saperi.