Contro la riforma delle classi di laurea che va a vantaggio solo delle imprese

by / Commenti disabilitati su Contro la riforma delle classi di laurea che va a vantaggio solo delle imprese / 227 View / 31 Marzo 2022

La volontà di una modifica delle classi di laurea era già nota negli obiettivi del PNRR, la modalità e la declinazione di essa un po’ meno.

Apprendiamo in queste giornate come la modifica proposta sul DM 270/04 non sia solo il decantato “rafforzamento dell’interdisciplinarietà e flessibilità”, bensì si configura essere come una vera e propria modifica strutturale dell’impianto formativo e disciplinare, che mira a cambiare l’Università come la conosciamo e a piegarla ancora di più ad influssi individuali e del mercato.

Il Consiglio Universitario Nazionale analizzando la proposta di riforma del decreto ha espresso un parere fortemente negativo e ci ritroviamo perfettamente quanto espresso dal consesso che rappresenta in maniera democratica l’università italiana.

Il DM 270/04 detta disposizioni circa i criteri generali per l’ordinamento degli studi universitari e determina la tipologia dei titoli di studio rilasciati dalle università, oltre a disciplinare gli ordinamenti dei corsi di studio: attuare delle modifiche profonde e strutturali al testo significa dunque, ledere le basi del sistema universitario attuale e, cosa principale, l’omogeneità e la struttura di piani e percorsi formativi.

Parliamo di struttura perché le modifiche non riguardano solo i percorsi di studio, partono proprio dall’organizzazione dei settori dell’istruzione: si propone infatti di sostituire, all’interno delle tabelle che stabiliscono l’organizzazione dei corsi di laurea, i settori scientifico disciplinari (ssd) con le classi concorsuali, per adeguare i corsi di studio a modelli europei e superare una fantomatica “ossificazione” delle nostre offerte formative.
Il sistema ad oggi comprende 383 ssd, i quali hanno subito modifiche, accorpamenti o moltiplicazioni a partire dalla loro prima introduzione nel 1990,e che oggi costituiscono 28 raggruppamenti disciplinari: le corrispondenti classi concorsuali sono invece 190 (qui la tabella ministeriale in cui sono messe in corrispondenza tutte le categorie http://attiministeriali.miur.it/media/265763/allegato_d.pdf).

Al di là della banale semplificazione numerica, che non è utile ai fini della chiarezza del sistema, sostituire i settori scientifico disciplinari alle classi concorsuali significherebbe, senza troppe approssimazioni, creare generalizzazioni confusionarie, poichè questi ultimi sono stati concepiti per l’inquadramento di settori di ricerca e qualificazione del corpo docenti, non quindi per la didattica. I Settori Scientifico Disciplinari d’altronde, già dal nome, definiscono le discipline.

Se da tempo si parla di intervenire sugli ssd in favore di un aggiornamento della didattica e di una sua stessa razionalizzazione, questa modifica non è stata sicuramente frutto di tavoli di discussione negli organi preposti: per tenere fede a tempi stringenti e all’obiettivo di imporre maggiore flessibilità dettati “dall’umano e razionale” PNRR, la Ministra ha istituito un gruppo di lavoro che si è dato mandato di svolgere “attività consultiva e di proposta al Ministro per l’elaborazione di proposte in materia di aggiornamento degli ordinamenti didattici”, aggirando il lavoro meticoloso di Riforma dei saperi.

La proposta ministeriale è quindi stata scritta, probabilmente, non con un lavoro di costante interlocuzione e confronto con il mondo universitario italiano ma totalmente negli uffici ministeriali.

Il testo proposto del decreto prevede ampi spazi di flessibilità che vanno a consentire, anche in materie disciplinate con normative europee, eventuali percorsi di studio individuali. Questa disposizione determinerebbe, in maniera surrettizia, il superamento del valore legale del titolo di studio visto che nessuna laurea sarebbe più uguale all’altra.

La totale indefinitezza dei corsi di laurea costruiti individualmente trova salde basi nel fare divenire totalmente aleatori anche i corsi di base e caratterizzanti, già dal nome architrave dei nostri corsi di laurea, rendendo possibile l’incardinamento in queste categorie anche da insegnamenti non previsti dalle tabelle ministeriali. Questo passaggio è totalmente superfluo e pericoloso essendo già ridotto al 50% e al 40%, rispettivamente per triennali e magistrali, i corsi definiti “bloccati” mentre la restante percentuale è nelle disponibilità degli atenei già ora con corsi che effettivamente, con un minimo di volontà delle stesse università, possono già andare incontro con flessibilità alle sfide della contemporaneità.

La frammentazione del sistema universitario avrebbe fra gli effetti una sua torsione verso un “andare incontro” alle esigenze del mercato del lavoro: uno degli obiettivi posti dal PNRR è infatti quello di fronteggiare il disallineamento tra offerta formativa e domanda occupazionale. Il rapporto tra offerta didattica e reclutamento di personale sarebbe, con questa riforma, sicuramente più armonico; si palesa reale tuttavia il rischio di delineare un sistema in cui gli atenei vocati alla ricerca o all’alta formazione sarebbero solo i più grandi soprattutto concentrati al Nord mentre i piccoli atenei, soprattutto del mezzogiorno, verrebbero rivolti solo alla formazione di manodopera per un sistema economico locale andando a precludere ai territori una spinta allo sviluppo ed a precludere a coloro i quali non abbiamo l’occasione di recarsi presso i grandi atenei la possibilità di accedere ad una vera formazione universitaria.

La situazione delineata dalla riforma del DM270 è potenzialmente esplosiva e rischia di distruggere l’università italiana attraverso una sua balcanizzazione: da un lato consentendo questi livelli di flessibilità non vi sarebbe più un sistema universitario nazionale unitario ma una serie di atenei virtualmente indipendenti fra di loro.

La scelta dei settori concorsuali, probabilmente mossa dal mantra attuale della “semplificazione”, determinerebbe una difficoltà effettiva di costruzione di percorsi di laurea degni di tale nome e dalla vera valenza formativa divenendo un problema anche per le valenze internazionali dei corsi, basti pensare a lauree come Medicina e Chirurgia, Ingegneria o Architettura.

Vogliamo che vengano immediatamente riviste le proposte, sotto il parere degli organi rappresentativi, ed insieme alla voce di chi l’Università la vive tutti i giorni.

Se da un lato sostituendo classi concorsuali a ssd si rischierebbe di perdere i binari dei singoli settori ed ambiti di studio, portando ad una generalizzazione caotica, dall’altro è chiaro e chiarificato l’intento di piegare la filiera formativa al sistema produttivo: uno degli obiettivi posti dal PNRR è infatti quello di fronteggiare il disallineamento tra offerta formativa e domanda occupazionale. Il rapporto tra offerta didattica e reclutamento di personale sarebbe così sicuramente più armonico; si corre tuttavia il rischio di aumentare da un lato la specificità delle figure, generando maggiore precarietà, e dall’altro, declinando le offerte formative sulla base delle offerte lavorative, si aumenterebbe il divario tra università e tra territori: il mercato terrebbe infatti una stretta di ferro sulla formazione, piegando i piani didattici delle Università del luogo alle figure professionali richieste, tralasciando totalmente la formazione in intere aree di studio sol perchè non vi è offerta sul mercato locale.
Gli studenti e le studentesse sarebbero meramente formati per soddisfare le esigenze della filiera produttiva, dimenticando la libertà di ricerca e istruzione, aumentando notevolmente la ricchezza di aree geografiche già ricche e impoverendone altre già povere, intaccando alla base la formazione dello studente come cittadino e soggetto critico e pensante.
Naturalmente non si vuole alludere ad un ritorno ad un tempo in cui gli studiosi avevano perduto contatto con la realtà, chiusi nelle loro torri d’avorio: in questo senso l’introduzione di ulteriori classi di laurea professionalizzanti potrebbe ampliare l’offerta formativa a disposizione dello studente, senza creare troppi danni al sistema; tuttavia bisognerebbe fare attenzione a non ridurre le università a corsi formativi e stage professionalizzanti.

Chiaramente la riforma dà strumenti ben precisi per attuare questo scenario, che non potrebbe realizzarsi con la sola modifica di ssd in classi concorsuali: confondendo forse l’agognata flessibilità con superficialità e labilità, si diminuisce il vincolo delle attività di base caratterizzanti i corsi di studio al 40%.
La modifica è stata effettuata allo scopo di personalizzare quanto più possibile le carriere individuali, con il rischio, però, di creare figure che riescano a fittare esclusivamente in determinati profili richiesti dal territorio a livello occupazionale, perdendo il fine nobile di una istruzione completa e formante individui consapevoli e liberi. In più, la flessibilità esiste già in maniera diffusa tra Università, corsi di laurea nelle università e insegnamenti negli stessi corsi di laurea: le attività formative indispensabili sono attualmente tenute al 50% nelle triennali e al 40% nelle magistrali, garantendo un ampio ventaglio di attività formative a scelta dello studente, che consente già la caratterizzazione del proprio percorso di studi. Queste attività possono essere pescate da un ampio bacino di scelte, che non prevede solo corsi frontali, ma anche insegnamenti in forma laboratoriale e/o seminariale: superfluo può forse parlare di interdisciplinarietà necessaria, quando ciò esiste già. Ogni Ateneo ha difatti libertà nell’individuare la modalità di svolgimento dell’attività, così come il rapporto tra cfu-ore e la modalità di svolgimento dell’esame di profitto. Esistono già lauree a doppio titolo, lauree interateneo, lauree interclasse, così come da poco è stata introdotta la possibilità di essere iscritti a due corsi di laurea contemporaneamente: il rischio nell’aumentare la flessibilità e l’autonomia è di perdere l’integrità del titolo, insieme alla sua valenza legale e dignità.
Pericoloso è anche l’intervento che mira a superare i vincoli relativi al peso dei singoli insegnamenti, rimettendosi alla scelta degli Atenei, congiuntamente al variare i contenuti degli ambiti disciplinari relativi alle attività di base: si creerebbe un sistema universitario quanto mai frammentato e diversificato, che non interviene sulle potenzialità dei territori ma mira al loro isolamento.

Ancora più disgregante è aumentare la flessibilità dal punto di vista dello studente: se già la soglia minima caratterizzante viene ridotta al minimo, la costruzione del proprio percorso di studi è sacrosanta da mantenere nei limiti in cui le opzioni formative ricadano in un bacino di offerte che conservi intatta la validità del titolo. Si introduce infatti “la sicurezza di conseguire il titolo secondo un piano di studi comprendente attività formative completamente diverse da quelle previste dal regolamento didattico”, cosa che potrebbe causare la realizzazione di percorsi disequilibrati e non organici, con il rischio di perdere l’afferenza a quel percorso formativo.
La creazione del cosiddetto “Erasmus Italiano” sarebbe in realtà uno strumento di arricchimento, se non venisse innestato all’interno di una riforma svilente il sistema universitario italiano. Conclusioni certe sono poi da trarre osservando l’eventualità proposta di considerare come utile alla costruzione del proprio percorso formativo individuale il riconoscimento di “esperienze extra universitarie di nuova generazione (Academy)”: l’asservimento a soggetti, privati e non, che educano a meccanismi neoliberali interni alle aziende è già evidente da sperimentazioni esistenti.

A rischio non è, dunque, solo il modo di fare università e ricerca, che può sempre variare per essere al passo con i tempi: questa riforma mina le basi del senso stesso dell’esistenza dell’accademia tutta, riducendola ad una collezione di corsi interessanti e generali, difformi tra Atenei o addirittura tra CdL dello stesso Ateneo, utili solo ai fini di soddisfacimento delle richieste del mercato locale.
Le conseguenze non cadono esclusivamente sulla parte direttamente lesa, la componente studentesca e docente, ma sull’intero assetto sociale e sul ruolo dell’istruzione e della ricerca nel nostro Paese.

Aumentare flessibilità e rendere alcuni corsi più professionalizzanti non significa smembrare l’esistente e la vocazione prima dei luoghi della formazione: che questa riforma venga fatta tenendo dentro i pareri di chi le Università le vive, e di quegli organi con attribuzione consultiva e propositiva in materia di Università.

La cornice del PNRR è stata usata come dettame per giustificare il non coinvolgimento di questi soggetti alla costruzione della proposta, che è venuta fuori frammentata e disorganica.

Vogliamo che vengano immediatamente riviste le proposte, sotto il parere del CUN e del CNSU ed insieme alla voce delle soggettività che l’Università la vivono tutti i giorni.