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Università, il passato e il futuro

by / Commenti disabilitati su Università, il passato e il futuro / 34 View / 2 febbraio 2012

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Da alcuni mesi i temi relativi al mondo dell’Università sono al centro del dibattito e conquistano le prime pagine dei giornali. Questa attenzione è un bene, perché è solo attraverso una nuova centralità dell’alta formazione, della ricerca e dell’innovazione che il nostro paese, con preoccupante ritardo rispetto ad altri, può recuperare slancio. Non poteva forse essere altrimenti con un Consiglio dei Ministri presieduto e composto da tanti rettori e da professori universitari. Francesco Profumo è persona seria, di grande competenza e disponibile al confronto. Il paragone con il recente passato segna, quindi, un progresso straordinario, soprattutto dopo una stagione di delegittimazione sistematica, al quale contribuiva non poco una ministra che ha brillato per incompetenza. Ma queste indubbie doti possono trasformarsi in armi ancora più ‘pericolose’ per affermare solo una certa idea di università, modellata sull’esperienza, importante ma settoriale, dei politecnici, su una netta differenziazione tra università di serie A, B e C, tra università di ricerca e università di insegnamento: un modello che a più riprese emerge nelle dichiarazioni del Ministro, ben supportato in questo da vari giornali, primi fra tutti il Sole 24 Ore e il Corriere della Sera. Sostanzialmente si tratta del modello di una università di élite, prevalentemente pensata per alcuni atenei del centro-nord e fondata sulla maggiore disponibilità di risorse finanziarie.

 

Profumo, del resto, è stato tra i principali ispiratori di Aquis, l’associazione di alcune università autodefinitesi di qualità che alcuni anni fa ha inferto il primo duro colpo alla coesione solidale del sistema universitario italiano, tra i suggeritori della legge ‘Gelmini’ e dei parametri per l’assegnazione ‘premiale’ che in questi ultimi anni, nel quadro di un generale sottofinanziamento delle università, hanno tolto risorse ad alcune università, prevalentemente meridionali, trasferendole ad altre, prevalentemente settentrionali. Il dato è fin troppo evidente anche nell’assegnazione del Fondo di finanziamento ordinario (Ffo) del 2011, effettuata dal Ministro nello scorso mese di dicembre. Come abbiamo sottolineato, con i colleghi rettori delle sei università di Puglia, Basilicata e Molise riunite in un progetto di Federazione (Uni- Sei, Università dei Sud Est d’Italia), in una lettera aperta al Ministro Profumo, sull’assegnazione dei fondi ‘premiali’, tra i 27 atenei centro-meridionali solo 2 appaiono, peraltro piuttosto marginalmente, ‘virtuosi’, mentre tra le 27 università del centro-nord ben 23 rientrano in questa ‘fortunata’ categoria. Se non vogliamo ricorrere ad interpretazioni ‘antropologiche’ di stampo leghista, è evidente che c’è qualcosa che non va nel sistema. La risposta sta forse in un meccanismo segnato da una delle più assurde ed inique sperequazioni di questo paese, che tratta in maniera profondamente diversa i cittadini studenti a seconda dell’università scelta. Il finanziamento pubblico alle università, consolidatosi negli anni, spesso anche grazie a rapporti privilegiati di certe realtà con il potere politico, vede, infatti, assegnazioni profondamente diverse alle università in relazione al numero degli studenti iscritti: da un massimo di 6.500 euro per studente ad unminimo di poco più di 2.200 euro (dati 2010). Un paese che si accalora quotidianamente nel calcolo dello spread tra btp e bund, non si accorge di ben altri più drammatici spread che penalizzano studenti teoricamente con uguali diritti. È illuminante la distribuzione geografica degli atenei rispetto alla media nazionale: dei 27 atenei sovrafinanzati solo 8 hanno sede al centro-sud, e, naturalmente, dei 27 atenei sottofinanziati solo 8 sono del centro-nord. Se sovrapponiamo queste due liste, emerge chiaramente che alcune Università non sono sovrafinanziate perché “virtuose”, ma risultano “virtuose” proprio in quanto sovrafinanziate! Con questa analisi non voglio affatto scatenare una guerra tra Università. Anzi. Vorrei solo segnalare una situazione di grave iniquità da risolvere al più presto, attraverso un processo perequativo che non ne danneggi nessuna, ma, al contrario, garantendo una crescita dell’intero sistema universitario nazionale, ricco di tante specificità e diversità, con università di antica tradizione e università giovanissime spesso nate in territori difficili e depressi, università specialistiche e università generaliste, università con o senza le facoltà di Medicina e i Policlinici e università con importanti settori umanistici, che costituiscono una straordinaria risorsa del paese, riconosciuta a livello mondiale, che rischiamo di distruggere in un improbabile confronto con gli ambiti tecnologici tipici dei politecnici. Un confronto corretto non può prescindere dalle tante specificità, dalle diverse missioni di ciascuna università e da un’attenta analisi del contesto in cui ogni ateneo opera.

Lasciando da parte le discussioni alquanto sterili sulla falsa questione del valore legale del titolo di laurea, che ritorna periodicamente ed ha occupato grande spazio negli ultimi giorni (l’ex sottosegretario Luciano Modica ha ben spiegato su Europa del 26/1 le ragioni per cui si tratta di un problema posto male) e che anche il governoMonti ha deciso di ridimensionare, vorrei richiamare l’attenzione sulla vera partita che si giocherà nei prossimi mesi che riguarda due questioni, tra loro intrecciate, dalle quali dipende il futuro dell’intero sistema universitario: la revisione del sistema di finanziamento pubblico e l’accreditamento delle sedi universitarie e dei corsi di studio. Abbiamo visto quanto sia iniquo l’attuale sistema di finanziamento.

Attualmente ogni università viene considerata ‘virtuosa’ sulla base del rapporto tra due fattori: il Ffo e il costo del personale, che non deve superare il 90% del Ffo, peraltro negli ultimi anni fortemente ridotto, tanto da condannare molti atenei, incolpevoli, a superare la fatidica soglia. Alle università over 90% sono impedite l’assunzione di altro personale (anche a fronte di ingenti pensionamenti), l’assegnazione di fondi straordinari come quelli del piano per i professori associati e altre facilitazioni.

Poco importa se una università ha un bilancio sano, non ha debiti e svolge egregiamente le attività di ricerca e di didattica. Si è condannati al blocco! È allo studio del Miur un decreto che modificherà questo rapporto. Dalle prime indiscrezioni sembra che la ‘virtù’ sarà misurata in base al rapporto, che non dovrà superare l’80%, tra il costo complessivo del personale e le entrate certe, costituite dal Ffo e dalla tasse studentesche, oltre che da eventuali altri contributi di enti pubblici e privati. A fronte di un Ffo progressivamente ridotto e distribuito in maniera iniqua, è evidente che questa misura finirà per premiare quelle università con una tassazione studentesca alta e imporrà a tutti gli atenei di aumentare le tasse, cosa quasi impossibile, oltre che ingiusta, in alcuni contesti sociali.

Attualmente la legge fissa massimo al 20% del Ffo l’entità delle entrate dalle tasse studentesche, ma tale limite è stato impunemente superato da molte università, anzi spesso anche premiate nell’assegnazione del Ffo. Cosa prevederà il nuovo decreto in tal senso? Come non tener conto che nelle università italiane statali le tasse mediamente oscillano da un minimo annuo di 250-300 euro ad un massimo di 1.500-1.700 euro e che in alcune aree del paese ci sono migliaia di ragazzi che non pagano, giustamente, nemmeno un euro di tasse a causa delle difficili condizioni familiari e che di essi si occupano esclusivamente le università con i propri bilanci senza ricevere il minimo sostegno integrativo statale, pur previsto da una legge del 2001 mai applicata?

Come non considerare che in alcune aree fondazioni bancarie, enti locali e imprese possono garantire sostegni altrove impensabili? Come non considerare che, ad esempio nella università di cui sono rettore, ben l’82% dei laureati sono figli di genitori privi di un titolo di laurea, e di questi addirittura il 38% ha genitori del tutto privi di titoli di studio (rispetto al 25,7% della media nazionale), o, ancora, che il 34% (rispetto al 24,2% della media nazionale) appartiene alla classe operaia? Eppure questa giovane università ha bravi docenti e ricercatori, con una buona produzione scientifica, come emerge da classifiche internazionali (Sir 2001), ha intensi rapporti con le imprese, sta facendo nascere società giovanili di spin-off. Insomma, si rischia ancora una volta che quelle università che ricevono dallo Stato meno della metà della quota di finanziamento pubblico per studente rischino di essere ulteriormente penalizzate a causa della bassa incidenza della loro tassazione studentesca.

In qualche modo collegato è il tema dell’accreditamento, previsto dalla legge ‘Gelmini’. Molto dipenderà da come verrà realizzato, se, cioè, con il giusto obiettivo di fissare in maniera equa e condivisa requisiti minimi di qualità, al di sotto dei quali un corso non può essere attivato, oppure inmodo da ricavare una graduatoria di università e corsi di serie A, B, C, affidando a questo sistema, di fatto, l’abolizione del valore legale del titolo. Se così fosse, potrebbe verificarsi che un mediocre studente laureato nell’università A, magari perché appartenente ad una famiglia facoltosa in grado di garantire i costi di un trasferimento in una città lontana e il pagamento di tasse alte, sia valutato legalmente meglio di un laureato eccellente in una università B.

Si stabilirebbe così uno strano concetto di valutazione delle capacità individuali e di meritocrazia. Il rischio concreto è che si scivoli progressivamente, annullando anni di battaglie politiche e di lotte studentesche, verso un’università di élite solo per alcuni, lasciando alle masse di studenti meno fortunati una formazione qualitativamente scadente, in sedi minori, dalle quali anche i docenti migliori inevitabilmente fuggiranno.

Del resto questo governo, che, come ha acutamente osservato il presidente del Censis Giuseppe De Rita, non è un semplice governo tecnico ma è un governo espressione dell’élite, sembra associare allo stile rigoroso e allo spirito di servizio una sorta di sentimento, certo non dichiarato, di superiorità e distanza dal popolo e dalle sue espressioni politiche, per il quale e al di sopra del quale si assume il compito di decidere. In questo momento cruciale, l’università italiana dovrà decidere se stare dalla parte dell’élite o valorizzare la sua connotazione democratica, garantendo a tutti reali pari opportunità e applicando il principio costituzionale secondo il quale «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi».

(02 febbraio 2012) Giuliano Volpe,  Rettore dell’Università di Foggia – Il Manifesto