TRIESTE – L’ATTIVISMO CRITICO NON SI DISCIPLINA

by / Commenti disabilitati su TRIESTE – L’ATTIVISMO CRITICO NON SI DISCIPLINA / 21 View / 31 maggio 2017

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Cosa succede in questi giorni all’Università di Trieste? Pochi giorni fa è giunta la comunicazione da parte dell’amministrazione dell’Ateneo rispetto all’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti di alcuni/e studenti/esse del Collettivo UP, come conseguenza del loro recente percorso di attivismo locale.

Quello che sorprende non è tanto l’ennesimo tentativo di reprimere le forme di mobilitazione dal basso che nei nostri atenei si producono, quanto la scelta di farlo sistematicamente rispetto all’intero percorso intrapreso, individuando nell’attacco alle individualità coinvolte uno strumento per minare alle basi quella che è invece pratica collettiva quotidiana. Pratica che da sempre si è costruita al fianco degli studenti e delle studentesse, al fianco di soggetti continuamente espropriati del loro potere di incidere sulle scelte strategiche che vanno a ricadere direttamente su chi l’università la vive quotidianamente.

Pensiamo alle settimane in cui tra quei corridori si è sviluppata una battaglia per la garanzia del diritto allo studio di tutti e tutte, nella rivendicazione di un maggior numero di posti studio per rispondere ai bisogni delle centinaia di studenti/esse costretti/e a studiare seduti/e per terra, sui gradini degli scaloni, mentre decine di aule venivano lasciate chiuse e vuote da parte dell’amministrazione. In quei giorni finalmente quelle stanze sono state riaperte, dall’attivazione diretta di tanti e tante, riuscendo infine a dare una risposta alla legittima richiesta rimasta inascoltata dai piani alti dell’Università. Appigliandosi a strumentali questioni di forma, anteposte agli interessi della popolazione studentesca, si sceglie di condannare e reprimere chi si è messo in prima fila nel portare avanti questa battaglia.

Ma pensiamo anche alle tante iniziative di condivisione e socialità messe in campo in questa primavera, prima all’interno del percorso di Non Una Di Meno Trieste, poi con la costruzione di un intero festival nelle ultime settimane: si sceglie di colpire tutto ciò che è produzione e condivisione di sapere all’esterno dei meccanismi di erogazione della didattica classica, frontale. Giornate che hanno rappresentato momenti preziosissimi dentro un luogo segnato negli ultimi anni dalle dinamiche di competizione e frammentazione che ritroviamo ovunque nella società. All’atomizzazione si è risposto con le cene sociali e solidali, all’imposizione di un pensiero unico con l’apertura di veri e propri laboratori di controcultura dal basso, ad un Ateneo grigio e meccanico si è restituito qualche sprazzo di colore, di vita vera.

In ultimo ma non per importanza quello che è avvenuto durante l’ultimo autunno, in piena discussione referendaria: un’occasione alla quale siamo stati molto contenti di portare il nostro contributo diretto rispetto a quella che è stata in ogni caso una tappa fondamentale nello scenario politico e sociale del nostro paese. Alla scelta di aprire uno spazio di confronto sulle ragioni del nostro dissenso nei confronti di una riforma autoritaria, il rettore decide di negare qualsiasi spazio alla luce dell’assenza di contraddittorio. Non possiamo dimenticare quello che è stato un vero e proprio bombardamento mediatico messo in campo dal governo per mezzo stampa, una propaganda retorica senza precedenti a favore della proposta di riforma Boschi. Quel giorno con centinaia di singoli, realtà e movimenti del territorio si è gettata un’altra base di quel grande NO che ancora oggi rieccheggia nel paese, tramite la presa di parola collettiva contro un modello di potere prevaricatorio e violento.

A chi dunque hanno arrecato danno le iniziative segnalate all’interno del procedimento disciplinare? Forse alle studentesse e agli studenti dell’Università di Trieste? Forse ai suoi lavoratori e alle sue lavoratrici? Alla cittadinanza? Sicuramente no.

Ci sorge il terribile sospetto che l’unico danneggiato dagli avvenimenti descritti sia stato il rettore dell’ateneo triestino, il cui presunto “decoro” è stato violato dall’attività dei suoi studenti e delle sue studentesse. Un esempio palese di come un intero impianto ideologico costruito nella lotta al cosiddetto degrado si sia sostanziata nell’attacco senza mezze misure a tutte le forme di partecipazione e di espressione del dissenso. Una tendenza che da Trieste ci riporta all’applicazione delle più recenti norme in materia di sicurezza urbana.

Ancor più preoccupante è la loro attuazione anche all’interno degli ambienti universitari, per loro stessa natura luogo di elaborazione critica e di contestazione dell’esistente, spesso in forme ben più radicali di quelle qui trattate.
Dal caso che in questi giorni interessa i compagni e le compagne di Trieste, passando per i tanti che ci troviamo nostro malgrado a commentare giorno dopo giorno, si rende sempre più necessario imporre nel dibattito pubblico la nostra prospettiva, un punto di vista che si vorrebbe definitivamente marginalizzare.

Non esiste disciplinamento che tenga per le esperienze di attivismo critico nelle università, non possiamo esimerci dal denunciare e attaccare continuamente queste misure che vorrebbero colpire in prima persona chi ogni giorno si spende per un presente e un futuro degno per tutti e tutte. Per questo ci sentiamo di rivendicare collettivamente ogni azione contestata, al fianco del collettivo UP: siamo stati noi, siamo stat* tutt*!