Sono Elena, ho 21 anni. #iovoglio fare la psicologa

by / Commenti disabilitati su Sono Elena, ho 21 anni. #iovoglio fare la psicologa / 212 View / 11 novembre 2014

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Sono Elena,
studio Scienze e Tecniche Psicologiche, mi mancano pochi esami per laurearmi alla triennale, e anche se so già quale corso di Laurea Magistrale mi piacerebbe frequentare, non so se alla fine sarà quello a cui riuscirò ad accedere. Quasi la totalità dei corsi della mia classe di laurea sono a numero chiuso: in alcuni c’è il test d’ingresso, altri stilano la graduatoria sulla base del voto di laurea triennale, e del tempo che ci ho impiegato, discriminando chi come me è costretto a lavorare per mantenere gli studi. In ogni caso sono costretta a sperare che qualcuno fallisca o vada peggio di me per poter studiare quello che mi piace e che può caratterizzare il mio percorso di studi.

Solo il mio titolo di studio non mi può bastare per esercitare la  professione che vorrei, sono costretto a svolgere un tirocinio post lauream di 1000 ore lavorative non retribuite, che mi mette in difficoltà economica,  spesso svolgendo compiti non formativi, ma che permettono di tagliare sul personale.

E questo basterebbe solo se non volessi fare lo psicoterapeuta! In quel caso, dovrei considerare anche gli anni della Scuola di specializzazione (tra i 4 e i 5), così come dovrei considerarne i costi (molto alti!). Le Scuole pubbliche non garantiscono una formazione e una didattica di qualità, e quelle private hanno dei costi proibitivi: avrei solo l’imbarazzo della scelta!

La figura dello psicologo, in Italia, non è assolutamente valorizzata, in tutti gli ambiti: dal mondo della clinica a quello del benessere delle organizzazioni, per non parlare dell’aspetto della ricerca dove solo una minima percentuale riesce ad accedere ad un contratto e ad una posizione a tempo indeterminato. Per esempio, sono anni che si discute la legge sulla figura dello Psicologo di Base, senza alcun avanzamento o risultato: sembra quasi che il benessere psicologico sia un lusso per pochi, piuttosto che un diritto di tutti.

C’è bisogno di discutere di pratiche alternative e sperimentali, che ci permettano di uscire da questa stagnazione lavorativa ed esistenziale, abbiamo l’esigenza di reinventare la nostra figura agli occhi della società tutta, che si adagia sempre più su un paradigma biomedico e riduttivo.  Ma come si può fare questo se chi si forma per diventarlo è costretto a vivere con l’ansia del trovare un lavoro a qualsiasi costo, cominciare ad essere retribuito quanto prima e quanto basta per sopravvivere? Insomma come si può vivere con l’ansia di un futuro, senza la possibilità reale di costruirlo?

Elena