Sciopero in Università: se vi siete detti non sta succedendo niente

by / Commenti disabilitati su Sciopero in Università: se vi siete detti non sta succedendo niente / 5462 View / 8 luglio 2017

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E’ notizia di questi giorni la proclamazione dello sciopero degli esami di profitto da parte di professori e ricercatori, che attraverso una lettera hanno raccolto in poco tempo più di 5000 firme di aderenti da tutte le Università d’Italia, per la richiesta degli scatti stipendiali bloccati nel quinquennio 2011-2015.
Lo sciopero è previsto per la sessione d’esame autunnale, comprendendo il periodo tra il 28 agosto e il 31 ottobre. Inoltre, nel testo della lettera, si assicura che nel caso il calendario d’esami preveda un solo appello, sarà prevista la possibilità di sostenere l’esame entro 14 giorni dall’astensione.

La decisione della proclamazione dello sciopero, come conseguenza di una battaglia che da tempo interroga la componente docente e non solo, è stata seguita da una scia di polemiche in aule, biblioteche e bacheche facebook, soprattutto riguardanti la forma della protesta ed i disagi che produrrebbe sugli studenti. Non neghiamo che l’astensione dal tenere gli esami produce contrapposizioni con gli studenti, che si sentono lesi dalla forma di sciopero scelta dalla componente docente, componente che in questi anni è stata poche volte accanto alle nostre battaglie per i diritti degli studenti e delle studentesse. Altrettanto chiaramente, però, è necessario fin da subito stabilire che per formulare un punto di vista lucido e chiaro dobbiamo uscire dalla lotta intestina, dalle ritorsioni, dalla visione compartimentale, che alimenta la frammentazione e l’isolamento costante tra le componenti dell’università. Occorre provare a re-indirizzare verso il nemico comune la rabbia di chi vive giornalmente, in forma diversa, le miserie dell’università italiana.
Chiariamo fin da subito che porteremo negli organi accademici e non solo la necessità di fissare gli appelli straordinari derogando a regolamenti e statuti.
Occorre ricostruire l’unità d’intenti che anni di definanziamento e dequalificazione hanno tanto abilmente decostruito.


Le scelte politiche, da vent’anni a questa parte, hanno trasformato radicalmente i nostri atenei. Oggi ci scontriamo con una riduzione di un quinto dell’intero settore, tra calo delle immatricolazioni, taglio di docenti e personale e cancellazione di corsi, tutto secondo criteri arbitrari, legittimati dalla retorica meritocratica. La necessità di adeguamento ai criteri valutativi imposti dall’alto e la compulsiva subordinazione alle logiche di un mercato strutturalmente in crisi, hanno prodotto un graduale svuotamento dei nostri corsi e svilimento della didattica. Un esito prevedibile, che ha esteso numeri chiusi e portato all’annullamento della produzione e trasmissione di sapere critico. Oggi l’università si affronta in fretta, di malavoglia e con l’ansia dell’accumulo dei cfu, con l’ansia della fine. Eppure l’Università che ci viene consegnata è il risultato di politiche precise, che oggi stiamo subendo.

Scriviamo consapevoli di essere tra quelli che vivono l’ansia da prestazione per l’ultimo esame da dare nella sessione estiva, pensando già a quello da recuperare nella sessione autunnale, perché altrimenti rischiamo di perdere la borsa di studio o di deludere le aspettative dei genitori che con sacrifici sostengono i nostri studi. Siamo tra quelli che vivono la riduzione di appelli nei nostri corsi, con un conseguente contingentamento dei tempi di studio, nonostante il rigoroso pagamento di altissime tasse universitarie. Siamo tra quelli che hanno vissuto l’accesso all’università in apnea, perché un test d’accesso avrebbe deciso sul futuro percorso di studi e di vita. Siamo tra quelli che apprendono ogni giorno, nelle aule, un sapere acritico, asservito alla logica di occupabilità sul mercato del lavoro, per poi confrontarsi con i “prestigiosi” lavori precari offerti con contratti a chiamata o attraverso i nuovissimi voucher. Siamo tra quelli che per “fare esperienza” si confrontano con la realtà del tirocinio o dello stage che si concretizza spesso in vere e proprie forme di sfruttamento con orari asfissianti. Siamo tra quelli che non hanno mai sostenuto un esame con il proprio professore, ma sempre con un assegnista o un dottorando, esausto dal carico di lavoro. Siamo tra quelli che rinunciano alla possibilità di fare il dottorato e ricerca, perché sarebbe come giocare alla lotteria per poi vivere in una situazione di costante precarietà.
Siamo tra quelli che dentro l’Università dell’eccellenza hanno subito l’instillazione del senso di colpa, ma siamo anche quelli che hanno sempre rifiutato l’autocommiserazione o la paura del senso di isolamento, che si sono sempre battuti per trasformare questo modello di università asfissiante ed escludente, provando a creare meccanismi inclusivi e solidaristici.

 

Oggi siamo consapevoli di quel che costa perdere un appello di esame, ma siamo anche consapevoli che un costo tanto alto sta in capo a chi ha distrutto l’università pubblica negli ultimi vent’anni. Oggi vogliamo confrontarci con i docenti e i ricercatori per alzare la testa insieme.
Siamo pronti a mobilitarci per liberarci dalle ingiustizie, ripartendo dal ruolo centrale della conoscenza, della ricerca e della cultura per la costruzione di un futuro migliore per tutti e tutte.
Per non renderci complici di un disfacimento progressivo, riteniamo irrinunciabile il nostro ruolo. Abbiamo la necessità di riaprire un dibattito ampio e generale che coinvolga tutte le componenti dell’università, a partire dalla convocazione di assemblee per ogni appello perduto.
Non abbiamo alternative, non abbiamo vie di fuga: ci troverete alle vostre porte, a bussare ancora più forte.