Oltre il fumo dei lacrimogeni

Oltre il fumo dei lacrimogeni

by / Commenti disabilitati su Oltre il fumo dei lacrimogeni / 8 View / 5 luglio 2011

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A Chiomonte si è assistito a un passaggio drammatico, ma importante, del prosieguo di una lotta che da 20 anni vede una popolazione vittima delle decisioni prese da altri, assediata nei propri territori.

Grazie all’azione delle cronache dei giornali, oggi tutti hanno in mano fantomatiche prove dell’antidemocraticità del movimento No Tav, tutti saranno in grado di tracciare una linea precisa di confine tra i “buoni” e i “cattivi”, tutti concorderanno con il “senza se e senza ma” di democratica fattura.

Peccato però che la vittoria della democrazia, in questo caso, non è altro che l’avvio di un cantiere senza fine, di una grande speculazione edilizia, nelle mani di lobbies mafiose.

Le cronache, le testimonianze scelte con accuratezza, gli editoriali del giorno dopo li potremmo archiviare con fretta nel già visto. Si parla di indignazione e prese di distanza dalla violenza, si abusa della democrazia qua e là come mantra salvifico, si distingue tra buoni e cattivi, tra civili ed incivili. Beh, direte voi, dove è la novità?

La novità sta nel rumorio di un qualcosa che comincia a scricchiolare. Non basta più l’ipocrita condanna della violenza contrapposta all’esaltazione imbarazzata di un movimento pacifico le cui ragioni però non si vogliono ascoltare; non è sufficiente la radiografia degli scontri e la pubblicità ai black block, c’è qualcosa di più.

Si comincia a dire che con questa storia della TAV si sta esagerando, che in fondo si tratta solamente di un treno ed è meglio non scomodare le grandi questioni democratiche. E’ come se il partito/pensiero unico della TAV volesse depotenziare il significato ampio della vicenda che attraversa la storia degli ultimi 20 anni in Val di Susa, si ha la sensazione di uno spostamento del fronte su di un terreno non più campale.

La TAV, se sul serio affrontata, apre il vaso di pandora su di un dibattito che nessuno vuole affrontare perchè parla del futuro dell’Italia e dell’Europa. Parlare per davvero di TAV obbliga a mettere sotto esame l’idea di economia e di sviluppo che sottiene, spinge la riflessione sul ruolo delle grandi opere pubbliche e sul loro senso. In un paese che dovrà ridurre il suo debito tagliando servizi sociali, scuola, sanità, salari si dovrebbe spiegare perchè su di un’opera di dubbia utilità si verseranno vagonate di miliardi, a debito, da pagare – tutti noi – nei prossimi anni.

 

Ritorno alla normalità

 

Dopo il bollettino delle vittime e il fumo dei lacrimogeni c’è una fretta ansiosa di tornare alla normalità. Il partito/pensiero unico si sente rincuorato da un movimento che finalmente si è dimostrato, ai loro occhi, violento ed egoista. Chissà che pensa la Lega in queste ore dove una popolazione autodeterminatasi ha subito l’attacco dei “poteri romani”…

Si festeggia una vittoria nelle “stanze dei poteri”, il cantiere è partito ed ora tutti sanno da che parte stanno i buoni. Eppure c’è qualcosa che non va.

La valle è sostanzialmente no TAV nonostante un consenso unanime che tiene insieme maggioranza e opposizione, non sarà una giornata come quella di ieri a far cambiare idea ad un territorio intero.In particolare se per attuare questa “scelta democratica”, di far partire un cantiere simbolo dell’arroganza del potere che ricerca il profitto a qualunque si utilizza l’esercito.

Nella girandola delle dichiarazioni a caldo ai ripetuti distinguo si inserisce un amministratore locale che vede nella violenza il vuoto della politica. E’ forse l’analisi più lucida, la più spietata. Si pone il problema, per i movimenti e per i cittadini, di contare nelle scelte. Quando la politica evapora e si schiera sorda su un unico fronte è necessario capire come far sentire le proprie ragioni. Non basta più la retorica buonista della classe dirigente: “tutti hanno il diritto di espriemere pacificamente le proprie opinioni”, la domanda diventa: “come farle valere valere le proprie opinioni? Come contare qualcosa?”.

Esiste la necessità di comprendere come l’indignazione matura di un popolo possa esprimersi. C’è un salto netto ed inequivocabile, un punto di non ritorno.

E’ lo stesso che ha visto protagonista il movimento studentesco lo scorso autunno, fatto di giovani che esasperati dalla mancanza di futuro sono scesi in piazza bloccando le strade e le piazze di questo paese. In Val Susa oggi le istituzioni e la politica parlamentare sono viste come un muro di gomma: la domanda di cambiamento a loro diretta torna indietro. L’opposizione che dovrebbe esserne l’interprete vede invece un Partito Democratico assolutamente schierato sulla linea della conservazione, in particolare sulla questione TAV.

Chi è davvero sotto assedio allora? Il cantiere della TAV in valle o la politica e le istituzioni che legittimano che lo sgombero della libera Repubblica della Maddalena come il lancio di Gas contro il movimento?

Se questa situazione bloccata non produrrà radicali mutamenti la situazione non potrà che degenerare. Non basteranno i parametri etici per leggere la violenza, tanta è l’esasperazione e la stanchezza di un popolo senza voce. E’ questo un problema che riguarda da vicino anche i movimenti e il loro ruolo di catalizzatori di partecipazione, l’efficacia/non efficacia della pratiche e il desiderio di cambiamento sono due terreni che non sempre si incontrano.

Esiste un problema enorme nel nostro paese, un cancro che cresce nell’indifferenza: la nostra democrazia è sotto assedio, ci sono numerosi feriti ogni giorno. La conseguenza è la devastazione e ieri a Chiomonte ne abbiamo avuto la conferma. Ci restano però dei cittadini che non si arrendono ad essere sudditi.

Andrea di Torino – Rete della Conoscenza