L’Università “Sapienza” istituisca corsi di italiano per migranti

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Lettera aperta al Rettore della Sapienza Eugenio Gaudio e al Presidente del II Municipio di Roma Capitale Dott. Giuseppe Gerace

Quali studenti e studentesse iscritti alla Sapienza abbiamo appreso che sono stati trasferiti in diversi luoghi del Secondo Municipio più di ottocento migranti, tra uomini, donne e bambini. Le persone sono state accolte in luoghi di fortuna, adattati in questo caso d’emergenza a centri d’accoglienza. Nonostante il clima di terrore alimentato dai Media e da certa parte della politica nei confronti dei profughi, il Municipio sta dimostrando il volto migliore della sua identità, avviando una rete di solidarietà a cui, come membri di Link Coordinamento Universitario, abbiamo deciso di aderire, avviando dei punti di raccolta di materiali di prima necessità, di cui uno si terrà martedì 16 c.m. nel pratone della città universitaria di Sapienza.
Riteniamo fondamentale che l’Università si interroghi sulla città in cui opera e sui quartieri che la circondano, avviando meccanismi virtuosi di confronto e di collaborazione tra accademia e territorio. Allo stesso modo le istituzioni non possono considerare l’Università come un centro a se stante, come una dinamica chiusa e impermeabile agli avvenimenti di Roma. In quest’ottica, speriamo condivisa, chiediamo al Municipio e alla governance Sapienza di interrogarsi su come anche gli spazi e le risorse umane di Sapienza possano contribuire alla più serena ed efficiente integrazione dei migranti. La nostra proposta è quella di stipulare una Convenzione tra Municipio ed Università tramite la quale sia possibile svolgere dei corsi di Italiano per migranti completamente gratuito nelle strutture di Sapienza, con l’ausilio dei Docenti dell’università e degli studenti tirocinanti. L’università acquisterebbe così il ruolo nella città che da tempo chiediamo: insegnamento gratuito per tutti e tutte a prescindere dalla cittadinanza, integrazione e scambio culturale, servizio pubblico e l’interazione col territorio che la circonda.
Siamo consapevoli che questo sarebbe solo un primo, seppur molto importante, passo verso una politica di integrazione che tenga pienamente conto della dignità umana. Auspichiamo quindi che il percorso di integrazione linguistica sia il punto di partenza per un processo virtuoso che veda gli stessi migranti come parte attiva: bisognerebbe costruire la possibilità di accedere a corsi di formazione professionale, immaginare modalità che consentano a tutti di intraprendere dei percorsi di studio, ad ogni livello, o di riprendere quelli già avviati e poi interrotti; bisognerebbe fornire degli strumenti di emancipazione che favoriscano lo sviluppo individuale e collettivo. Infatti, se il processo di integrazione non procede di pari passo con un progetto che favorisca il protagonismo, si rischia di creare delle fratture difficilmente ricomponibili nel tessuto sociale. Se si procede su un percorso di mero assistenzialismo che mortifica ogni spinta propositiva e favorisce un approccio passivo verso il contesto in cui si è forzatamente inseriti, si creeranno gruppi avulsi dal resto della società, incapaci di procedere sul percorso di integrazione, succubi di retaggi culturali escludenti e facilmente assoggettabili dalla rete della criminalità.
Se, al contrario, si forniscono strumenti di emancipazione economica, sociale e culturale a chi è più vulnerabile, si darà loro la possibilità di diventare parte attiva e integrante delle realtà circostanti, di avviare scambi reciproci di idee e di esperienze, di portare nuovo slancio nella comunità, cancellando disuguaglianze e discriminazioni.

 

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