L’Italia non investe nel sistema formativo. Fanalino di coda tra i Paesi Ocse

L’Italia non investe nel sistema formativo. Fanalino di coda tra i Paesi Ocse

by / Commenti disabilitati su L’Italia non investe nel sistema formativo. Fanalino di coda tra i Paesi Ocse / 14 View / 18 settembre 2010

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da Arci Report numero 30 del 14 settembre 2010.

La lettura dei dati OCSE sul sistema formativo italiano offerta dalla ministra Gelmini dà effettivamente ragione all’OCSE: la scuola e l’università italiane sono da bocciare, se producono ministri non in grado di leggere una tabella o di analizzarne il contenuto.

Il rapporto, infatti, non lascia alcun margine di equivoco: se la situazione del sistema formativo italiano è drammatica, il principale responsabile è proprio il governo nazionale. Il dato espresso dalla tabella B1.5 del rapporto Education at a glance 2010 parla chiaro: tutti i paesi OCSE, tra il 2000 e il 2007, hanno aumentato la spesa pro capite per studente.

Tutti tranne uno: l’Italia.
I livelli di investimento sul futuro di ogni cittadino sono cresciuti ovunque, in questi 7 anni: si va dal +86% dell’Estonia al +82% del Brasile, dal +68% della Slovacchia al +63% dell’Irlanda, dal +61% della Corea del Sud al +56% del Regno Unito, fino a incrementi modesti come il +5% di Francia, Germania e Belgio. Solo l’Italia vede un segno negativo, solo l’Italia ha deciso di non investire neanche un euro, arrivando anzi a tagliare i servizi agli studenti.

Dei 36 paesi dell’OCSE, 35 hanno scelto una direzione, quella dell’investimento sulla formazione, sulla ricerca, sull’innovazione, e solo uno ha deciso che di dare la priorità al risparmio. E non si tratta, come cerca di raccontarci la ministra Gelmini, della razionalizzazione di un sistema troppo costoso: anche in dati assoluti, infatti, la spesa per studente del nostro sistema formativo si piazza ampiamente al di sotto della media, e se si raffronta al PIL l’investimento sul sistema formativo si ottiene un misero 4,5%, penultimo paese in assoluto, davanti alla sola Slovacchia e dietro a tutti gli altri, compresi Corea del
Sud, Messico, Polonia e Ungheria.

Non è una questione di bilancio, bensì di priorità. La spesa pubblica italiana rispetto al PIL, infatti, resta alta, la settima tra i paesi OCSE. Ma, semplicemente, le priorità di investimento sono altre, e la quota del bilancio pubblico italiano destinata al sistema formativo è la più bassa in assoluto. Insomma: tutti risparmiano, ma solo noi risparmiamo sull’istruzione. Solo i governi italiani che si sono succeduti tra il 2000 e il 2007, di centrodestra e di centrosinistra, hanno deciso che il settore giusto su cui fare cassa dovesse essere quello più direttamente legato al futuro della nostra generazione.

Ha certamente ragione la ministra Gelmini nel dire che questi dati mostrano la necessità di riformare scuola e università. Ma dagli stessi dati emerge che la riforma di cui abbiamo bisogno va in direzione diametralmente opposta rispetto a quella intrapresa dal governo Berlusconi. Servono prima di tutti più investimenti: al sistema formativo italiano, per essere in media con gli altri paesi OCSE, mancano all’incirca 18 miliardi di euro. Tremonti, in pratica, per mettersi alla pari con i suoi colleghi esteri, avrebbe dovuto destinare all’istruzione tre quarti del ricavato dell’ultima manovra, che invece ha visto zero investimenti e ulteriori tagli.

La riforma che vogliamo non è quella proposta da questo governo, che dà per perso il nostro sistema formativo e punta a fare cassa liquidandolo al miglior offerente. La riforma che vogliamo, quella dal basso, immaginata a partire dall’esperienza quotidiana di chi vive la scuola e l’università tutti i giorni, l’AltraRiforma che stiamo costruendo in assemblee e laboratori di discussione in tutti i luoghi della formazione, vuole rappresentare un’alternativa concreta e praticabile allo sfascio quotidiano che abbiamo di fronte. Le mobilitazioni studentesche di questo autunno devono rappresentare lo scatto d’orgoglio della nostra generazione, l’abbandono di ogni sentimento di passiva rassegnazione al declino, una ribellione laboriosa che sappia rivendicare e costruire il futuro che ci meritiamo, liberi dalla schiavitù della precarietà a cui questo sistema ci condanna.

Non c’è risposta alla crisi economica, sociale, ambientale e democratica che stiamo vivendo, infatti, che non parta dal lavoro e dai saperi. Dignità al lavoro, investimento sui saperi, sulla ricerca, sull’innovazione: da queste rivendicazioni parte la nostra vertenza sul futuro, la ribellione di una generazione che vuole costruire la propria autonomia sociale come alternativa all’umiliazione della fuga.

Per questo fin dal primo giorno di scuola ci mobiliteremo costruendo i laboratori dell’AltraRiforma, per questo riempiremo la non-università, svuotata dal saccheggio di Gelmini e Tremonti, dei nostri contenuti e dei nostri desideri, per questo saremo in piazza il 29 Settembre in occasione della mobilitazione europea sul Welfare indetta dalle confederazioni  sindacali e il 16 ottobre insieme agli operai della Fiom, contro la schiavitù della precarietà e per un futuro di dignità.

Rivendicare la ripubblicizzazione dei saperi deve essere una priorità di tutte quelle soggettività convinte che sia necessaria una risposta alla crisi che ponga alla base più diritti e più democrazia, le conoscenze sono quindi lo strumento da cui non possiamo precindere per una nuova e incisiva battaglia di liberazione.

Lorenzo Zamponi
UdS-Link verso la Rete della Conoscenza