Lettera aperta al Rettore dell’Università di Foggia

Lettera aperta al Rettore dell’Università di Foggia

by / Commenti disabilitati su Lettera aperta al Rettore dell’Università di Foggia / 398 View / 5 luglio 2011

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La risposta di Link Kollettivo Foggia alla lettera aperta del Rettore dell’Università di Foggia Giuliano Volpe

 

Caro Magnifico Rettore,

cercheremo di rispondere più dettagliatamente possibile alle Sue considerazioni, poiché nei comunicati stampa o nelle note sui network, cui Lei si riferisce, non è possibile esprimere in maniera esaustiva le ragioni del nostro dissenso.

Scuserà la prolissità della lettera, ma dati gli ultimi avvenimenti (la Sua risposta in diretta televisiva, la lettera aperta che ci ha inviato telematicamente, in ultimo pubblicata sulla Gazzetta del Mezzogiorno e su altre testate) teniamo a chiarire che la nostra critica è rivolta a Lei e a quanti hanno appoggiato la sua linea, non alla Sua persona.

Da sempre crediamo che il modo più efficace per sconfiggere l’annidarsi di posizioni di potere che sfuggono al controllo della collettività sia estendere il più possibile la partecipazione democratica.

Lei spesso ci ha parlato di “responsabilità di governo”, riferendosi alla possibilità in futuro, grazie alle modifiche presenti nel nuovo statuto, di poter riconoscere un interlocutore ben preciso per le decisioni prese, evitando il riproporsi della situazione attuale in cui non si sa bene a chi attribuire le varie responsabilità. La scelta dei membri che comporranno il C.d.A, a suo dire, sarà un’opportunità per tutti noi, che sapremo chi ritenere responsabile (il Rettore) in caso di irregolarità o mancanza di trasparenza.

Noi invece restiamo convinti che assegnare più potere ad una sola persona, sia un rischio da evitare.

Nell’ipotesi, purtroppo non troppo remota, di elezione di un Rettore non garante degli interessi dell’intera comunità accademica, a causa della scelta operata dal nuovo Statuto, lo stesso sarà depositario del potere di nomina di componenti esterni e interni al C.d.A.; ecco perché invece il sistema dell’elettività ci sembra uno strumento utile, per garantire il rispetto della pluralità di posizioni e scongiurare derive verticistiche.

È questo ciò che intendevamo parlando di “pesi e contrappesi”.

Tempo fa Lei dichiarava “E’ stato sostenuto da più parti che la C.R.U.I. ha perso l’occasione di produrre un documento significativo nei giorni delle proteste dei ricercatori e degli studenti nel dicembre scorso, si è limitata a un confuso balbettio o ad una vera e propria afasia. Si è adagiata completamente sul D.d.l.”.

Eravamo e siamo d’accordo con Lei.

Ma Lei è la stessa persona che oggi si trincera dietro il Legislatore affermando: “La Legge 240, che piaccia o non piaccia, è legge dello Stato e va rispettata”.

Il principio dura lex, sed lex in questo caso non Le fa scorgere l’assoluta necessità di sfruttare tutti gli spazi lasciati dallo stesso Legislatore per far vivere nella nostra Università principi del tutto opposti a quelli che hanno ispirato la disastrosa legge Gelmini, perché altrimenti si rischia di diventare – anche contro le proprie idee ed intenzioni – complici del programma governativo di devastazione del sistema universitario italiano.

Ecco perché questo processo di modifica dello statuto necessitava, a nostro avviso, di un più lungo periodo di consultazione, condivisione e partecipazione.

La “Costituzione” della nostra Università non andava riscritta nei termini imposti da chi sta attaccando le basi della vita accademica, ma con i nostri tempi, quelli di chi lo Statuto dovrà viverlo e che adesso, invece, inizia a subirlo.

Sia noi che Lei sappiamo che il termine di sei mesi imposto dalla legge poteva essere prolungato di tre mesi, così da consentire non solo un più ampio confronto tra le parti, ma una maggiore serenità nelle scelte, una maggiore ponderazione nelle valutazioni. Ci avrebbe fatto piacere riscontrare anche nei fatti la Sua dichiarata contrarietà alla legge Gelmini, magari rifuggendo dalle opportunità di crescita smisurata del potere del Rettore che essa concedeva.

In riferimento alla Conferenza di Ateneo organizzata il 7 giugno scorso, alla quale, contrariamente a quanto afferma, alcuni componenti della nostra associazione hanno partecipato, pensiamo sia stata una mera vetrina del lavoro svolto fino a quel momento, peraltro, come Lei stesso ha affermato, scarsamente frequentata e dunque a nostro avviso fallimentare rispetto al suo scopo: rendere partecipe tutta la comunità accademica. Dunque essendo più interessati a farci sentire con gli emendamenti in Commissione Statuto e negli organi centrali, abbiamo volontariamente tralasciato quella “preziosa occasione”, che di certo non poteva recuperare una condivisione di intenti in realtà mai esistita, perché ormai i giochi erano fatti.

Passando al merito della questioni:

1) Intendere il Consiglio d’Amministrazione come “un sistema di valutazione e designazione che privilegi la competenza rispetto alla sola rappresentanza”, a nostro avviso esprime un’idea tecnocratica del governo di una comunità, crea una specifica categoria di potere ‘altro’ in opposizione al potere della comunità accademica comprensiva di tutte le sue componenti, una forma di politica ‘chiusa’ e in larga misura sottratta al diretto e talora anche indiretto controllo dei consociati.

E’ solo per questa motivazione che abbiamo utilizzato l’epiteto “Assassino della Democrazia”: perché Lei ha contribuito a scegliere una forma di governo che democratica non è.

La questione è semplice: le Università italiane devono essere autonome anche e soprattutto perché autogovernate dai componenti dell’Università stessa? Secondo la legge Gelmini no; secondo noi si. Se le Università devono essere autogovernate, nessun organo interno può essere sottratto all’eleggibilità (che la normativa non vieta affatto) in nome della competenza.

Il dato da Lei ricordato, secondo cui la “stragrande maggioranza dei nuovi Statuti delle università italiane già approvati o in corso di predisposizione” sono privi del principio dell’eleggibilità del Consiglio d’Amministrazione, ci appare sbagliato anzitutto su un piano formale (pochi degli 11 Statuti già consegnati al M.I.U.R. escludono tale principio); ma quand’anche fosse esatto non farebbe altro che dimostrare che il vecchio mito reazionario del governo dei competenti ha ormai intaccato la maggior parte delle Università italiane, che infatti hanno contrastato pochissimo la legge Gelmini, salvo gli Studenti e le Studentesse di questo Paese, compresi quelli e quelle dell’UniFg, capaci di ricreare una vera forma di opposizione sociale.

E’ evidente quindi che i nostri punti di partenza sono assolutamente differenti e conducono a conclusioni per nulla speculari, anche se paradossalmente entrambi le definiamo con la stessa parola, “Democrazia”.

Nella configurazione anteriore alla Legge Gelmini il modello del bicameralismo perfetto, contrariamente a quello che Lei sostiene, era poco adatto a descrivere il rapporto tra Senato Accademico e C.d.A., le cui funzioni sono sempre state distinte.  Sicuramente non lo è oggi, con la L. n. 240/2010, il Senato viene sostanzialmente svuotato di funzioni, le quali vengono attribuite al C.d.A., che diventa l’organo che adotta la maggior parte delle decisioni riguardanti l’Università, dall’attivazione o soppressione di corsi e sedi, alla competenza disciplinare nei confronti di professori e ricercatori, etc. Lungi dall’essere organo di sola amministrazione e gestione, nell’ottica della “legge Gelmini” il C.d.A. accentra in sé anche la determinazione dell’indirizzo politico-accademico. Crescono le funzioni, ma diminuisce la rappresentatività, al punto che verrebbe da parlare di “monocameralismo”, ma non rappresentativo e dunque non democratico. Perciò ci appariva ancor più necessario che esso non dovesse essere sottratto al circuito democratico.

2) Bisognerebbe, a nostro avviso, opporsi alla visione aziendalistica e pseudo-efficientista proposta dalla ministra Gelmini, secondo cui il governo dell’Università deve essere affidato nei C.d.A. ad un ristretto gruppo di manager esterni o interni nominati dal Rettore che decidano in sedute snelle e veloci su questioni meramente finanziarie e di programmazione economica.

Certo è necessario che vi sia una chiara divisione dei compiti tra organi e una razionalizzazione del numero di membri eletti, ma le degenerazioni nella gestione dell’università nascono dall’opposto problema dell’assenza di trasparenza, della mancanza di partecipazione e condivisione reale delle scelte.

Al contrario di quanto afferma la retorica efficientista – di matrice di destra ma diffusa ben oltre i confini della destra politica – un alto livello di condivisione e trasparenza delle decisioni non è la causa, bensì la soluzione del problema degli sprechi e delle difficoltà di bilancio: se le scelte, anche finanziarie, sono conosciute e dunque controllate dalla comunità universitaria nel suo complesso, ciò non può che giovare al buon funzionamento degli atenei.

Altro punto nevralgico: gli esterni nel Consiglio d’Amministrazione dell’Università. La scelta di far entrare soggetti del tutto nuovi nel panorama universitario ci sembra ovvio che dovesse essere più partecipata possibile.

Magnifico, questo punto è per noi fondamentale estremamente dolente, poiché crediamo costituisca una lesione dell’autonomia universitaria, che abbiamo definito “l’ultimo passo verso la privatizzazione dell’Istruzione”; siamo dunque amareggiati nel sentirLa affermare che la scelta di aprire i C.d.A. dei nostri atenei a componenti esterni sia stata fatta in funzione di un’apertura a professionalità extra-universitarie che gratis et amore dei o per meri scopi filantropici porranno al nostro servizio le loro esperienze.

Il privato ha un unico interesse legittimo e giustificabile: il profitto; l’Università è altra cosa e non può svolgere la propria funzione sociale con i criteri dell’impresa.

3) Veniamo infine al punto sul Referendum Studentesco.

Ci teniamo, però, a ricostruire correttamente la cronologia degli eventi.

Il referendum Studentesco è stato proposto per la prima volta nel Consiglio della Facoltà di Giurisprudenza e inserito nel primo documento che la Facoltà (che ne condivise l’idea e votò all’unanimità) fece pervenire in Commissione per il tramite dei suoi due rappresentanti.

Da allora in poi non è pervenuta nessuna notizia circa l’inserimento dell’istituto in questione, così in vari Consigli di Facoltà – da Lettere a Scienze della Formazione, passando per Economia e ancora Giurisprudenza – lo abbiamo nuovamente presentato.

Il referendum studentesco, in una nuova forma rivisitata e corretta alla presenza di giuristi di ogni ordine e grado della Facoltà, veniva nuovamente portato all’attenzione degli Organi competenti: a questo punto era già mutata la formula dell’istituto da abrogativa a propositiva, sembrandoci comunque una garanzia più che sufficiente per il nostro emendamento.

Lei ha mostrato un’ingiustificata dose di diffidenza per un istituto che non sarebbe mai diventato fonte di paralisi dell’ateneo.

Le stesse Conferenze d’Ateneo, in realtà sono frutto di un acceso dibattito tra Lei ed i rappresentanti in C.d.A. ed in Senato Accademico della nostra associazione, Davide Seccia e Silvia Paglia, che non hanno mai abbandonato la proposta delle consultazioni referendarie.

Secondo la loro visione (comune in tutta l’associazione), infatti, le Conferenze di Ateneo (che possono essere convocate solo dal Consiglio degli Studenti) non avrebbero per nulla stimolato la componente studentesca a risvegliarsi: solo l’istituzionalizzazione di un Referendum Studentesco di Ateneo avrebbe fornito concretamente la possibilità alla “base” di esprimersi su “Qualcosa” e non su “Chi”, mediante l’inserimento di strumenti di democrazia diretta, rinvigorendo la partecipazione degli studenti alla politica dell’Ateneo.

In conclusione, Magnifico, è nostra ferma convinzione che la democrazia sia l’insieme di quelle forme e tecniche in cui si esprime il potere del popolo, dunque in democrazia la forma è sostanza. Più è ampia la capacità del sistema di rappresentare le istanze della comunità, più il sistema è democratico. Nella direzione opposta ci sembra invece andare l’assioma: “la democrazia formale non funziona”? Bisogna dunque “buttarla a mare” e affidare l’università a “pochi saggi”.

Ipotesi di questa natura saranno da noi sempre rifiutate, in ogni sede e, ci teniamo a sottolinearlo, contro qualsiasi assertore, proprio perché sviliscono la nostra funzione politico-sindacale impedendo la conduzione di quelle serie e condivisibili battaglie proprie da sempre della nostra associazione (biblioteche, migliori servizi, progetti culturali delle Facoltà); fatto da Lei ingenerosamente non riconosciutoci.

Caro Magnifico Rettore, nelle nostre affermazioni di questi giorni non intendevamo prescindere dalla grande considerazione che abbiamo di Lei quale uomo di notevole cultura, Le riconosciamo i Suoi meriti e plaudiamo al Suo impegno di Rettore di un’Università difficile in un territorio, che lo è ancor di più, ma altresì ritenevamo doverosocontrastare qualunque cedimento sul terreno dei principi alla logica disgraziata della legge Gelmini portando avanti questo confronto, che gradiremmo abbandonasse toni polemici e che vorremmo si replicasse pubblicamente, al di fuori del mondo virtuale di Internet e dei Social Network, così da evitare i soventi fraintendimenti causati dall’inumanità delle relazioni telematiche, ed il continuo “gonfiare” polemiche attuato da certa stampa locale, che male fa al Nostro Ateneo in questa delicatissima fase

Con la stessa stima e sincerità concessaci, Le porgiamo cordiali saluti.

 

Le Studentesse e gli Studenti di Link Kollettivo Foggia