La fantasia sale sui tetti d’Italia così la protesta conquista il cielo

La fantasia sale sui tetti d’Italia così la protesta conquista il cielo

by / Commenti disabilitati su La fantasia sale sui tetti d’Italia così la protesta conquista il cielo / 7 View / 26 novembre 2010

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la Repubblica – Fermate il mondo, voglio salire. La protesta ha sempre avuto facilità a trovare i bersagli: il potere si traveste, cambia montatura di occhiali, faccia, addirittura sesso, ma non il titolo davanti al nome e men che meno la strategia. Ora ha trovato anche il percorso: inaspettatamente, verso l’alto. Prima le gru, poi i tetti delle università, infine, in un crescendo simbolico, la vetta dei monumenti. Qui non si analizzano le ragioni delle gesta, ma le sue modalità. Poi gli effetti, inclusi quelli perversi. Da ultimo i possibili esiti.

Il modo, dapprima. Come il mezzo è il messaggio, spesso la forma è il contenuto. La protesta classica degli anni che furono denunciava in partenza la pigrizia: sit-in. E tutti giù per terra, come alla fine di una filastrocca infantile. Una risata vi seppellirà, intanto noi ci lasciamo cadere. Più che efficace, profetico. Evocativo di poltrone che avrebbero un giorno accolto alcuni dei fautori di quella forma di contestazione. Sfociata nella versione pop e ancor più pigra del bed-in inscenato da John Lennon e Yoko Ono. Verso l’alto, invece, con due modelli precisi. Uno, letterario: il barone rampante di Italo Calvino. A occhio questi non sono baroni, né rampanti. Rievocano però il gesto di Cosimo che, schifato da un piatto di lumache, salì sull’albero e mai più ne scese. C’era nella sua scelta una fuga, certo: più dal mondo che dalle responsabilità. Se ne assunse una diversa: dimostrare, come afferma il migliore degli slogan passati in questi ultimi anni, che “un altro mondo è possibile”. Non scendere fu per lui un impegno e lo rispettò fino alla fine. Protestò, certo, ma indicò un’alternativa, rese quotidiano l’impensabile, realizzò un’utopia. Fu, a suo modo, rivoluzionario. Venne rispettato per la forma prima ancora che per il contenuto.

Vivere staccando l’ombra da terra non è di per sé significativo, lo diventa se vi si aderisce come a una missione, se il gesto diventa il senso. Guardi dall’alto e vedi meglio. Dal finestrino dell’aereo le città acquistano un ordine impensato. Dalla sommità del Colosseo o dai camini del Petrolchimico si rivelano ancor più confuse, ingovernate, pronte a collassare. Il secondo modello è quello del luogo dove questo tipo di protesta si è da sempre esercitato: le carceri. I detenuti non possono andare altrove, non hanno strade o piazze, salgono per forza sui tetti. Chi lo fa nel mondo extracarcerario dichiara in quel modo una identità di prigioniero. Prigioniero di un destino patetico: di scuole, di fabbriche, di città che anno dopo anno, governo dopo governo, che corregga un po’ a sinistra o sbandi a destra, riducono gli spazi, le prospettive. Fanno a gara per appiccicare la parola “futuro” al proprio manifesto, alla fondazione, al partito, ma non ne schiudono spiragli a chi ha l’età e il diritto di aspettarselo, di potersela almeno giocare.

Gli effetti, poi. Dalla gru al tetto al monumento la protesta ha trovato il modo di diventare infine visibile. Perché come se un albero cade nella foresta eccetera, così se un gruppo di studenti o ricercatori sale su un tetto e nessuno li riprende è come non fossero mai saliti. Dei tetti una parte dell’informazione, i negazionisti in diretta, possono disinteressarsi continuando la cena in piedi nel loro attico, “C’è rumore sopra”, “Saranno gli spazzacamini”. Ma di presenze contemporanee sulla torre di Pisa e la Mole debbono dar conto, se non altro per indignarsi, giacché tutto il mondo ci guarda e facciamo queste figure, come non bastassero le altre di cui tacciono. Il successo di un esperimento ha effetti collaterali: dà alla testa. Degli altri. Se un luogo diventa visibile diventa desiderabile. Se l’albero cade e la telecamera lo riprende arriva uno che gli si piazza davanti. Il barone rampante ne sa qualcosa: lo vennero a visitare perfino Diderot, lo zar di Russia e Napoleone. Sui tetti, più mestamente, sono saliti Bersani, Di Pietro, Ferrero e la strana coppia Vendola-Venditti, accomunata in apparenza dalla sola allitterazione. E già si sono sentite le prime sciocchezze che eviterei di ripetere, è partito il dichiarazionismo farcito di battute da salottino tv temporaneamente trasportato al piano di sopra, dove si può sperare che il vento le disperda.

Infine: che cosa resterà di tutto questo? Cosimo non scese mai, alla fine dei suoi giorni si aggrappò a una mongolfiera e si lasciò trasportare via, svanendo in cielo, straniero alla terra. Prima però ricevette la visita del latitante Gian dei Brughi, brigante predatore delle campagne e per questo condannato a morte, che riuscì a convertire alla lettura come forma di rettitudine, in attesa che il potere costituito ne decretasse l’esecuzione. Ora che Gian dei Brughi occupa cariche pubbliche è difficile pensare all’invio di un mediatore. Ora che ha prosciugato le casse del presente come può cedere e investire nel futuro? Né ci sono mongolfiere su cui volare verso un diverso avvenire. Tocca fare i conti con questo. Per qualche giorno salire sarà un imperativo di tendenza. Poi, prima che arrivino anche la Melandri e Pupo, sarà meglio s’inventino altri modi per mantenere, almeno, il potere della fantasia.

(26 novembre 2010)