Elogio del Vero Studente

Elogio del Vero Studente

by / Commenti disabilitati su Elogio del Vero Studente / 17 View / 5 dicembre 2010

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di Fulvio Cervini – MicroMega

In questi sedici anni, ma soprattutto negli ultimi due, abbiamo trangugiato ogni sorta di nefandezza che scaturiva dagli atti di governo e dalla bocca di Silvio Berlusconi, comprese le infamie riversate su intere categorie istituzionali, professionali, razziali, religiose – dai magistrati ai giornalisti, dagli omosessuali ai musulmani. Ma se nulla di tutto questo egli avesse fatto finora, un Paese appena civile dovrebbe mandarlo immediatamente a casa soltanto per quel che si è permesso di dichiarare il 30 novembre a commento di una delle giornate più tese che l’Italia ricordi da almeno sei lustri. Che gli studenti veri sono quelli che stanno a casa sui libri, e dunque non quelli che vanno in piazza a manifestare.

 

La collaudata strategia dell’insulto ha fatto un deciso salto di qualità: in effetti gli studenti mancavano alla già foltissima schiera di bersagli del suo delirio di onnipotenza, e l’immagine di un primo ministro che offende in massa i figli dei suoi compatrioti è quanto meno bizzarra e surreale. Ancora ci mancava, e questo leader davvero non ci fa mancare nulla. Non possiamo tuttavia limitarci a constatare il persistente stato confusionale dell’autore, poiché la battuta è ben altrimenti rivelatrice: essa mette impietosamente a nudo, con la nudità del re, lo squallore immorale di un consenso che non solo non ammette dissenso, ma tende all’espulsione automatica dei dissenzienti dal consesso sociale. Dove pochi decidono per tutti, gli altri obbediscono e se non obbediscono non esistono. Soprattutto se pensano, come in tutte le cancellerie dei paesi democratici, che il vero governante non è colui che si accompagna a prostitute scosciate o loschi dittatori, ma colui che governa. Che dunque sa parlare al paese perché sa ascoltarlo e cerca di capirlo.

Ora: possiamo ritenere trascurabile la permanente disinformazione del premier, che ormai non dovrebbe più fare notizia. In piazza c’erano anche fior di ricercatori e docenti; e che gli allievi della Normale di Pisa o gli scienziati italiani del Cern di Ginevra siano degli scioperati scansafatiche e fuori corso è evidentemente una scemenza tanto risibile da non dover neppure essere commentata. Dobbiamo invece contrastare con forza il disprezzo rovesciato sulla parte sana e migliore di un Paese che proprio su questa parte sana deve progettare il suo futuro. Ma non c’è futuro senza studio e senza cultura, ed è proprio questo che stanno chiedendo i nostri giovani: di studiare, di crescere, di acquisire gli strumenti critici per essere cittadini liberi e responsabili; di essere artefici di un futuro costruito con le loro mani, e non imposto da altri. Magari uno studente potesse starsene sui libri. Intanto bisogna averceli, i libri. E biblioteche, laboratori, aule decenti.

Ma stare sui libri conta solo se cerchiamo nei libri risposte a problemi maturati nella vita. E quindi se sappiamo alzare lo sguardo dal libro e rivolgerlo al mondo. I libri sono pericolosi, perché ci obbligano a scegliere, a porci e porre domande, a essere padroni di noi e della nostra dignità. Sono i libri l’arma migliore di cui un cittadino libero dispone. Il vero studente è colui che ha capito tutto questo e lo mette in atto con la sua quotidiana disciplina morale, che gli impone di non stare soltanto sui libri. Ma anzi, quando è il caso, di schierarsi, manifestare, farsi sentire. Soprattutto da una politica avvitata su se stessa che non ha più un’idea di cultura e di scuola, e dunque non riesce neppure a percepire – né a concepire – l’esistenza di chi ricerca, studia, impara.

Lo hanno capito benissimo quegli studenti che si proteggono dai manganelli con scudi che sembrano libri (e titoli in bella mostra): proponendo così un canone culturale, come ben ha scritto Maurizio Ferraris su Repubblica del 2 dicembre; e al tempo stesso ostentando con orgoglio la propria dignità di esseri pensanti. Tanto più orgogliosa se pensiamo che il tutto è accaduto in un clima di totale irresponsabilità politica, lesta a cavalcare senza scrupolo alcuno un tema così delicato come la riforma dell’università facendone pretesto di una prova di forza all’interno di una maggioranza parlamentare moribonda (e dunque nel disinteresse completo per l’università e il suo futuro); e a ridurre una protesta legittima, trasversale e condivisa a mero problema di ordine pubblico. Poliziotti armati contro uomini libri e uomini liberi, come i pompieri di Fahrenheit 451. Non mi risulta, peraltro, che nella storia dell’umanità si sia costruito gran che con i manganelli. Con i libri, sicuramente, qualcosa di più. Ma quegli studenti mobilitati hanno dimostrato di aver capito benissimo anche un’altra cosa.

Uno dei passaggi più intensi dello splendido discorso tenuto da Dario Franceschini alla Camera lunedì scorso, prima del voto sul disegno di legge, metteva in luce come gli studenti avessero simbolicamente occupato monumenti celeberrimi – dalla Torre di Pisa al Duomo di Firenze, dal Colosseo alla Mole Antonelliana – che rappresentano la spina dorsale dell’identità storica e culturale della nazione: stringendo pertanto una solidarietà indissolubile tra la scuola e la ricerca (e dunque diritto all’istruzione e alla ricerca) da un lato e il patrimonio storico e artistico (e dunque diritto alla sua difesa) dall’altro. Con queste sole azioni, essi hanno dimostrato di aver compreso quel che i vertici dei ministeri “culturali” e dello stesso governo in carica dimostrano nei fatti e nelle parole di non aver mai capito, e non avere neppure gli strumenti minimi per capire: che non c’è futuro senza passato, perché noi siamo i nostri monumenti; che la cultura, in quanto condizione imprescindibile di sviluppo, è l’unica vera risorsa di un paese civile; e che solo con la cultura si mangia. E dunque hanno dimostrato di essere di gran lunga migliori di chi pretende di governarli e decidere della loro vita senza nemmeno ascoltarli.

Dai veri studenti, come si vede, c’è tanto da imparare. Due anni fa, al tempo della prima grande mobilitazione in difesa della scuola e dell’università pubbliche, una studentessa di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze aveva partecipato a una lezione in piazza mostrando un cartello che diceva: “l’unica prospettiva che ci resta è quella di Brunelleschi”. Su questa sopravvivenza comincio in verità a nutrire dei dubbi, perché se ai vertici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali continueranno a sedere degli incompetenti sprezzanti del ridicolo rischieremo seriamente di perdere anche Brunelleschi.

Ma l’arguto gioco di parole tra la prospettiva dell’architetto e la prospettiva come visione del futuro, fatta di sogni e speranze, ma anche e soprattutto di aspettative realizzabili, era davvero rivelatore – e maggior ragione adesso, alla luce di quanto sta accadendo – di quel che significa essere studente e di quel che significa avere o non avere una cultura. Perché la dichiarazione può essere ribaltata in positivo. Dire che possediamo soltanto Brunelleschi significa che non abbiamo nulla di immediatamente monetizzabile, ma abbiamo tutto ciò che Brunelleschi rappresenta. L’architettura, l’arte, la scienza, la storia; e ancora la creatività, l’ingegno, l’attitudine a sperimentare, la volontà di progettare e costruire un mondo migliore. La ricerca, la scuola, le domande, le risposte. Un vero governo del fare. La vita, insomma. E coloro che tutto questo disprezzano e rifiutano, che cosa hanno da proporre? L’impresa? Il mercato? Una serata col Grande Fratello? Un festino con ragazze disponibili?

La tragica alternativa è distillata in un’altra delle infinite battute memorabili del primo ministro, che messe in fila compongono ormai l’Antologia Palatina della stupidità contemporanea: perché dovremmo pagare gli scienziati, se facciamo le più belle scarpe del mondo? Forse bisogna spiegargli che senza scienza e senza cultura nessuno può fare belle scarpe, ma il ragionamento rischia di diventare troppo complesso per chi non è abituato a usare la ragione. C’è comunque una via migliore per rispondere alla domanda. Basta che ogni italiano (a cominciare da quelli che siedono in Parlamento) decida subito, prima che sia davvero troppo tardi, se preferisce mettere il futuro dei suoi figli nelle mani di Brunelleschi o di uno che per loro non sa fare altro che esprimersi in quel modo. Ovvero: se preferisce diventare un vero studente – cioè un vero uomo – o rimanere un Berlusconi qualunque.

(4 dicembre 2010)