Cronache dalla Val Susa

Cronache dalla Val Susa

by / Commenti disabilitati su Cronache dalla Val Susa / 13 View / 5 luglio 2011

Share

Il racconto di una giornata.

Siamo partiti da Torino Porta Nuova con il treno delle 7:20 per Bardonecchia. A Chiomonte siamo arrivati alle 8:40 circa ed eravamo davvero tanti (il treno era strapieno). Dalla stazione di Chiomonte, che si trova a monte dell’abitato, siamo scesi in paese, dove c’è stato uno dei tre concentramenti previsti dai NO TAV. Gli altri due erano a Exilles e a Gaglione, piccolo paese a circa 3 km da Chiomonte, verso il fondovalle. I concentramenti di Exilles e di Chiomonte (il nostro) erano per la marcia del corteo autorizzato. A Exilles, alcuni km sopra Chiomonte, si sono radunati anche gli amministratori della valle (sindaci e comunità montana).

Noi siamo partiti dal paese poco prima delle 10 e abbiamo marciato lungo la SS24 verso Exilles fino al bivio con la strada che conduce a Ramats (un borgo sopra Chiomonte, sull’altro versante della valle) e, passando un altro bivio, alla centrale elettrica di Chiomonte, che si trova sulle sponde della Dora, in corrispondenza di un ponte che riporta la strada sul versante sud della valle. Da qui la strada sale con un paio di tornanti e arriva in paese.

 

Il corteo partito da Chiomonte raggiunge il bivio alle 11:10 e si congiunge con lo spezzone degli amministratori partito da Exilles. Per avere una buona visione panoramica mi sono arrampicato su uno spuntone di roccia che separa la statale da uno strapiombo in fondo al quale scorre la Dora. Da lassù ho visto chiaramente l’arrivo del corteo e ho potuto valutarne le dimensioni: la strada da Chiomonte al bivio (circa 3 km) era un serpentone unico di gente e in più, nel pezzo di statale che prosegue fino a Exilles, c’era anche la gente dell’altro spezzone, la cui code arrivava fin dove potevo vedere dalla mia postazione. Quando finalmente il corteo si è ricompattato sono tornato sulla statale e sono tornato indietro verso Chiomonte, per riuscire a vedere l’arrivo della testa alla centrale elettrica. Tornano indietro sono rimasto colpito da un corteo che non finiva mai. Per darvi un’idea, quando dall’altro lato della valle ho visto la testa del corteo arrivare sotto il punto in cui il viadotto dell’autostrada Torino-Bardonecchia si infila in galleria (poche centinia di metri dalla centrale), la coda aveva appena lasciato il paese. Il che vuol dire circa 7 km di strada pieni di gente, ragion per cui il “7000 manifestanti” del tg3 è una stronzata megagalattica.

Arrivo in paese poco prima di mezzogiorno e subito scendo alla centrale. Da uno dei tornanti vedo il piazzale della Maddalena, dove vedo lanciare i primi lacrimogeni, accompagnati anche dai getti degli idranti che puntano in alto, fra gli alberi del bosco. Arrivo al ponte proprio mentre passa la testa del corteo, con i sindaci in fascia tricolore e uno striscione bianco con la scritta “LA VALSUSA ESIGE RISPETTO”. Dopo pochi minuti, verso le 12:10, arriva un’ambulanza a sirene spiegate, per recuperare, a quanto mi dicono, un signore anziano colpito da un malore, forse un colpo di calore (il sole picchia). Il ponte e la strada si riempiono di gente, così pure le sponde della Dora a sinistra e a destra del ponte, dove c’è un prato. In tutto il tragitto e per tutta la giornata, migliaia di valsusini battono a ritmo i guardrail con pietre e bastoni.

Quella che c’è intorno a me è gente normale. Mi siedo su un paracarro e guardo sfilare il corteo. Ci sono anche parecchie famiglie con bambini, donne incinte, due scolaresche e parecchi anziani. Mentre sono lì ho l’occasione di parlare con due ingegneri del Poli, con un architetto, con un’impiegata del comune e con una professoressa di matematica di un liceo di Susa. Incontro anche i consiglieri del Movimento 5 stelle, Davide Bono e Vittorio Bertola, uno dei candidati alle comunali di Torino, Juri Bossutto di Rifondazione, e il fondatore del Movimento per la decrescita felice, Maurizio Pallante. Sventolano bandiere NO TAV, bandiere occitane e anche qualche tricolore. Niente black bloc insomma.

I carabinieri sono nell’edificio della centrale. La strada che porta alla Maddalena è stata sbarrata con due reti metalliche con filo spinato e da tre blocchi di cemento sormontati da grate metalliche, disposte a cuneo verso l’esterno, cioè verso la strada da cui arrivava il corteo. Dalla gente che era intorno a me, a parte il continuo rumore del guardrail, partono cori e slogan come “giù le mani dalla Valsusa”, “Andate via”, “Valsusa libera”. Quando il corteo degli ammistratori è passato (il punto d’arrivo concordato era il campo sportivo di Chiomonte, nei pressi della stazione), un gruppetto di tizi incappucciati cerca di tirare via il filo spinato e le reti metalliche. Sono le 14:20, i carabinieri, meno di una decina, si schierano dietro alle barricate e avanzano e indietreggiano per circa 20 minuti. La situazione sembra di stallo. alle 14:50, dopo che molta gente è salita con le macchine fotografiche su un muro di contrafforte che si alza sulla strada, un uomo si piazza davanti alle grate, cala i pantaloni e mostra il culo agli agenti, che nel frattempo stanno filmando tutto dal piazzale della centrale idroelettrica. Cinque minuti dopo i carabinieri prendono gli scudi e si mettono le maschere antigas. La reazione immediata è che tutti tirano fuori mascherine, occhialini, fazzoletti e limoni. La mia maschera antigas è un fazzoletto imbevuto di acqua e limone.

Alle 15 comincia il lancio dei lacrimogeni. Sparano su tutti, mirando nei punti in cui si raggruppa più gente. Sparano anche su quelli che scappano verso il greto del fiume e su chi si era rifugiato nella boscaglia. Una vecchietta a pochi metri da me viene colpita da un fumogeno e sviene. Viene portata via di peso verso Chiomonte, la ritrovo poco dopo, ancora stesa a terra ma rinvenuta. Un medico no tav le somministra malox e collirio. Io nel frattempo cerco prima di scappare verso la Dora e poi, visto che il lancio di lacrimogeni si infittisce, ripiego attraverso un orto e torno sulla strada, soppravvento e al riparo dietro una fitta macchia di alberi. L’effetto dei lacrimogeni è terribile, gli occhi bruciano, non si riescono a tenere aperti. Per fortuna la maschera di gas improvvisata mi consente di respirare senza eccessiva difficoltà. Vedo della gente intorno a me che cerca di raccogliere i lacrimogeni e di gettarli nella Dora o di lanciarli indietro oltre le barricate. Dalla strada, dopo essermi ripreso, cerco di trovare una buona postazione per scattare delle fotografie. In un momento di relativa tregua torno verso il ponte e vedo un ragazzo che raccoglie una delle cartucce dei lacrimogeni che piovono dall’alto. La fotografo: si legge chiaramente la sigla CS (arma chimica vietata dalle convenzioni internazionali). La gente che era salita sul muro è scappata via, adesso c’è solo fumo. Qualcuno, con caschi e maschere, tenta di passare da lì per aggirare le recinzioni. Dopo pochissimi minuti riprende il lancio dei lacrimogeni, sparano ovunque, sia in alto che in basso. Sparano anche ad altezza uomo. Nell’aria c’è un odore fortissimo e nauseante. Anche la pelle brucia, qualcosa di simile all’effetto delle foglie di ortica.

 

Vedo fra gli alberi che qualcuno tenta di lanciare dei sassi contro gli agenti. Il ponte, la Dora, il prato e la strada sono immersi in una nuvola bianca. La gente scappa, urla di tornare su. I lacrimogeni però ci seguono e continuano a caderci intorno finché non siamo protetti dalla boscaglia. Si vedono i getti degli idranti e i caschi di quelli che si attaccano alle grate, colpiti dai lacrimogeni. Alle 16:30 dalla centrale idroelettrica arrivano due forti boati. Telefono a un amico che è su a Ramats e mi dice che sta scappando su per i boschi, che non si capisce più niente e che è tutto pieno di lacrimogeni, che vengono sparati ad altezza uomo. Mi dice anche che c’è una ragazza ferita, colpita al braccio proprio da un lacrimogeno, e che qualcuno ha ricevuto anche proiettili di gomma.

Salgo verso Chiomonte e mi fermo appena uscito dalla nuvola di lacrimogeni. Osservo la situazione fino alle 17:20. Il lancio dei lacrimogeni è incessante, non si distingue più niente, c’è solo una nuvola bianca. Ogni tanto qualche lacrimogeno vola anche in mezzo al bosco, segno che qualcuno sta provando a passare da lì. Dall’alto vedo arrivare dalla Maddalena una ruspa. Apre le barriccate e gli agenti, supportati sempre dal lancio dei lacrimogeni, escono e caricano di corsa i pochi che erano rimasti sulla strada. Vedo che fuggono verso l’alto e qualcuno guada la Dora. Alle 17:30, a pezzi, risalgo in paese e raggiungo la stazione, dove prendo il primo treno diretto a Torino.

 

Giuliano di Torino