[Cosenza] Inaugurazione anno accademico: Je ne suis pas Crisci!

by / Commenti disabilitati su [Cosenza] Inaugurazione anno accademico: Je ne suis pas Crisci! / 37 View / 20 gennaio 2015

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Riportiamo il comunicato degli studenti dell’Università di Cosenza in relazione all’inaugurazione dell’anno accademico che si è tenuto nella giornata di

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L’inaugurazione dell’anno accademico 2014/2015 dell’Unical ha visto oltre la solita pantomima la militarizzazione totale dell’area intorno l’aula magna nella quale si è svolta l’insindacabile ed antidemocratica messa.

I fatti: un gruppo di studenti dell’università e di persone regolarmente accreditate e quindi con la formale autorizzazione ad entrare ed a partecipare all’inaugurazione è stata bloccata da un plotone di polizia e carabinieri in assetto antisommossa che ci hanno impedito fisicamente l’ingresso. La scusa del blocco al nostro ingresso era basata su un “evidente” intento di contestazione dell’evento.

In pratica quello cui abbiamo assistito oggi e ciò che abbiamo subito è stata una gestione militare di uno spazio pubblico. Una enorme “Zona Rossa” che si è estesa intorno all’aula magna dell’università per impedire la presenza all’interno di eventuali voci dissonanti dal coro.

La pratica di gestione della piazza e dell’evento è stata evidentemente in linea con quello che era il tema della giornata ovvero lo stato di emergenza, come le pratiche messe in campo dalla protezione civile di Gabrielli (invitato dalla università a tenere una lectio magistralis sulle situazioni emergenziali) hanno più volte dimostrato. La militarizzazione e la restrizione dei diritti rientra infatti appieno in quella che è la pratica comune della gestione delle situazioni emergenziali in ogni loro manifestazione.

Il nostro intento? Fare un intervento che desse una visione altra di quello che è il discorso emergenziale, decostruendo la retorica dominante.

Questa giornata ha mostrato finalmente il vero volto del rettore Crisci e delle istituzioni “democratiche”, in perfetta continuità con il passato. Le stesse persone che poco meno di una settimana fa si sono dimostrate paladine della libertà di espressione sul caso di Charlie Hebdo hanno dimostrato come sia stata solamente una retorica funzionale ad una strumentalizzazione politica e mediatica della libertà di espressione, nei fatti impedita e ostacolata da chi è servo ed esecutore degli interessi dell’apparato di poteri dominante.

Per dare visione del nostro punto di vista, riportiamo qui di seguito l’intervento che avremmo voluto fare.

Da una veloce ricerca su Google, utilizzando le voci ‘emergenza’ e ‘Calabria’ ci si trova di fronte all’esorbitante cifra di oltre 445.000 risultati!! Sia la Corte dei Conti che la Commissione Europea hanno più volte richiamato l’Italia sul fatto che molte delle emergenze risultassero fasulle, quindi tali da non richiedere l’adozione dello Stato di Eccezione …

A chi convengono queste emergenze?

Sulla base delle nostre conoscenze nell’ambito calabrese, sappiamo che viviamo da tempo in uno stato d’emergenza senza fine su cui schiere di politici, lacchè e imprenditori, lucrano avvantaggiandosi appunto della sospensione democratica.

Purtroppo oggi, ad occuparsi della Questione Meridionale, non sono più intellettuali, come A. Gramsci e M. Alcaro. Ci troviamo così davanti ad una Questione Meridionale che vede migliaia di giovani disoccupati in cerca di jobbini, ipersfruttati nei call center come info-contact e nel lavoro sommerso. Intanto, insieme a loro migliaia di migranti piegati allo sfruttamento lavorativo nelle campagne, isolati e ghettizzati, percepiti come fantasmi, svolgono i lavori che i locali non vogliono più fare aggirandosi per le strade delle città.

Nell’immaginario collettivo creato dalla crisi del capitalismo neoliberista, anche per la Calabria è stato riproposto un nuovo cavallo di battaglia: l’industria del turismo, modello che in realtà devasta il territorio e produce sfruttamento e lavoro dequalificato.

Con la venuta di Gabrielli, incoronato capo della protezione civile da Monti, ricordiamo la sua diretta responsabilità come commissario delegato del governo rispetto alla gestione disastrosa dell’emergenza Nord Africa, emblema del fallimento del “famoso” Stato di Diritto occidentale, che ha visto circa 20.000 profughi costretti a bivaccare in improvvisati “centri di accoglienza” per ben 22 mesi, senza avere nessuna prospettiva oltre al rancio quotidiano. Molti, a fine emergenza, sono usciti dai centri senza avere neanche dimestichezza con la lingua italiana mentre, in compenso, gli amici dei governatori regionali, i tanti, troppi, Buzzi d’Italia, hanno potuto intascare su questa “emergenza” ben 1,6 milioni di euro. Affidamento diretto perché in stato d’emergenza, nessun controllo sempre perché in emergenza, nessuna rendicontazione. Ma la gestione emergenziale dei flussi migratori ha una storia lunga quasi 20 anni fatta di sospensione e mercificazione dei diritti, CPT, CARA, CIE, sigle che racchiudono la speculazione sulla disperazione di migliaia di uomini e donne in fuga da guerre e miseria. In mezzo il cimitero del Mediterraneo che ad oggi ha inghiottito oltre 30.000 esseri umani.

Di recente, l’informazione main stream ha riacceso un blando interesse rispetto al disastro ambientale e territoriale. La Calabria in questo può vantare una lunga tradizione di frane, disastri sismici e alluvioni, solo per ricordarne alcuni: Cavallerizzo, Mormanno, Soverato. A questi disastri umani, prodotti dalla caparbia, dall’incuria degli amministratori e dalle classi dirigenti, va ad aggiungersi la vicenda della strutturale e pluriennale emergenza rifiuti, grazie alla quale Commissari Straordinari e imprese si sono arricchiti inquinando e distruggendo le nostre risorse territoriali, mettendo a repentaglio la Salute Pubblica, come nel caso degli inceneritori di Gioia Tauro, della discarica di Celico, del progetto di mega-discarica di Castrolibero, ecc. Per anni lo scambio tra iper-sfruttamento del territorio e lavori nocivi, come nel caso della Marlane, sono stati la regola vigente in Calabria così come in gran parte d’Italia, e per cui lo stato garantisce l’impunità dei responsabili.

La Calabria è tra le regioni più cementificate d’Italia, in particolare Cosenza. 800.000 vani vuoti ed una emergenza abitativa che in proporzione si attesta tra le più significative del paese. Mentre la costruzione di alloggi popolari o riconversione degli immobili pubblici dismessi, il turn over delle graduatorie e le assegnazioni sono ferme da oltre 15 anni. Ed anche qui, speculando sul bisogno casa, in Calabria sono arrivati milioni di euro che poi non sono stati tradotti in alloggi. È di questi giorni l’ennesimo scandalo delle Aterp regionali che hanno utilizzato una parte del fondo ex gescal (prelevati direttamente dagli stipendi dei lavoratori per la costruzione di alloggi popolari) di ben 155 milioni di euro, fermo nelle casse della regione calabria dal 2008, per costruire nuovi uffici di rappresentanza a Vibo Valentia o per consulenze (pre-elettorali) a Cosenza. Mentre gli sfratti esecutivi ed i pignoramenti crescono vertiginosamente il governo italiano contrappone il Decreto Lupi e il gratta e vinci. Come se la casa fosse una possibilità data dalla fortuna e non un Diritto Universale.

A proposito di fortuna, se la dea bendata non aiuta rispetto a casa e lavoro, figurarsi sull’accesso ai luoghi dei saperi. L’Università in Calabria ed in Italia, infatti, diviene sempre più un privilegio per pochi e non una possibilità per tutti, possibilità che veniva riconosciuta attraverso il Diritto allo Studio, il problema è che quest’ultimo è stato vittima di taglio di finanziamenti e d’una strutturale mancanza di investimenti. Tranne che per costruire nuovi supermercati, terminal bus ipergalattici e nuovi complessi residenziali non a norma ed inagibili, dove milioni di euro sono stati spesi senza che gli studenti potessero usufruirne come nel caso del S.Gennaro, verrebbe da chiedersi se tutte le conoscenze immagazzinate nell’Unical siano implose e si siano riversate nella realizzazione del S.Gennaro. Tanti studenti, quindi, sono costretti a rientrare nei paesi di provenienza, costretti alla vita pendolare e a rinunciare alla possibilità di fare esperienze e formarsi a 360°. Diminuiscono gli iscritti ed aumentano gli studenti lavoratori (precari ed in nero, principalmente) le cui esigenze non sono prese in considerazione dalla programmazione didattica. Oltre a diminuire il numero degli iscritti il calo più drammatico che l’università sta vivendo dal Post-Gelmini è quello della qualità della didattica e dei processi di costruzione e condivisione dei saperi che certo non si attuano con i grandi eventi e tentativi di spettacolarizzazione come la notte dei ricercatori.

L’elenco delle emergenze non risulta comunque esaustivo, quelle menzionate valgono come esempio. Proprio per questo inauguriamo il nostro anno accademico, che precisiamo non è quello che si celebra in questo luogo, con una serie di incontri, contro-seminari ed iniziative pubbliche!

Fermiamo la fabbrica dei saperi e dei precari e rifiutiamo la logica dell’emergenza!!!!

Studentesse e studenti Unical