Contro autoritarismo e precarietà rimettiamoci in cammino. Il 17 giugno tutti a Roma!

by / Commenti disabilitati su Contro autoritarismo e precarietà rimettiamoci in cammino. Il 17 giugno tutti a Roma! / 84 View / 8 giugno 2017

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Come scrivevamo qualche giorno fa, ciò che il Governo sta portando avanti sui voucher è un oltraggio alla democrazia. Ma andiamo con ordine.

Dove siamo?
Questo gesto politico sui voucher non è certamente isolato, anzi mostra la sostanziale subalternità di Gentiloni alla paternità renziana. Il nostro Paese va avanti a colpi di mano da anni, prima il JobsAct e la Buona Scuola, colpi di fiducia, leggi delega e decretazioni d’urgenza. Ma se ricapitoliamo cosa è accaduto negli ultimi sei mesi l’allarme è ancora più alto.

In primo luogo il Governo Renzi ha imposto un referendum costituzionale a cui ha legato whatsapp-image-2016-11-27-at-16-50-39la sua permanenza come Capo del Governo, sperando così di indurre a votare Sì per paura dell’instabilità. Minaccia portata avanti e ritirata diverse volte, per poi lasciare Palazzo Chigi con un discorso ed un atteggiamento che provava a far passare come “irresponsabili”  il popolo che ha difeso i diritti costituzionali. Il voto del 4 dicembre infatti, come abbiamo ampiamente analizzato, ha portato a votare tante e tanti soprattutto studenti, precari, delusi dalla politica, contro una classe dirigente che da anni opera per i loro interessi. L’analisi del voto ha messo il lavoro, la distribuzione della ricchezza e l’istruzione al centro delle riflessioni pubbliche e politiche. Dibattito che però è stato sacrificato sull’altare del politicismo da cui è sorto il Governo Gentiloni ed in cui sono state cancellate le priorità sociali che il popolo ha ampiamente richiesto indirettamente irrompendo nella scena il 4 dicembre. Il Governo fantoccio Gentiloni è servito per permettere al Partito della Nazione per riorganizzarsi. Ed ecco che i referendum sul lavoro della CGIL, con oltre 3 milioni di firme raccolte per cancellare parti del JobsAct, erano un grande ostacolo al progetto renziano perchè rischiavano di mettere in discussione una delle leggi portanti a firma dell’ex-premier e di regalare l’ennesima batosta nelle urne (e magari nelle piazze) per la maggioranza. Con un gioco delle tre carte il Governo da una parte, quindi, evita il voto popolare, reintroducendo poi i voucher, e dall’altra accelera su una legge elettorale che è tutto fuorchè proporzionale e democratica. Scopo: votare appena possibile dopo che Renzi ha vinto le primarie del Partito. Insomma, un intero Paese è messo sotto scacco dalla gestione di potere della maggioranza.

Una manovra per chi?
Ma non è tutto. Ci sono tante cose che non dicono, come ad esempio il rischio di rientrare nelle clausole di salvaguardia per lo sforamento del rapporto deficit/PIL che il nostro Paese dovrà scongiurare con una prossima manovra economica che ancora una volta sarà pagata dai più poveri e sfruttati. Non dicono anche che il livello di povertà è in aumento ed anche la disoccupazione giovanile. Ed è di questo che secondo noi si deve parlare. Tra i temi della sicurezza e delle migrazioni, agitati nel dibattito pubblico come specchietto per le allodole per infervorare la guerra tra poveri piuttosto che un conflitto tra sfruttatori e sfruttati, per garantire uno spostamento a destra di tutti i maggiori partiti che si contendono la campagna elettorale già iniziata, ciò che manca è una discussione che metta al centro la politica, ossia gli stessi temi che il referendum del 4 dicembre aveva sollevato: i bisogni materiali delle persone. Abbiamo subito una vittoria mutilata sul 4 dicembre ed una vittoria mutilata sui voucher, per questo la data del 17 giugno promossa dalla CGIL, rappresenta per noi studentesse e studenti una data da attraversare ed animare con forza. Riteniamo necessario ribadire, come già abbiamo fatto costruendo la campagna elettorale sul Referendum Costituzionale con la campagna “studenti per il no”, che oggi esiste una rottura tra democrazia e capitalismo che si inserisce a pieno nel conflitto tra capitale e lavoro e tra capitale ambiente. Sul nodo democratico e della decisionalità sulle nostre vite e sul nostro Paese si misura una nuova partita. E’ sempre più grande la crisi della democrazia rappresentativa e l’assenza di fiducia nei partiti classici destra e sinistra. Ma al contempo “Anti-establishment” oramai è una parola vuota perché nessuno nell’arco politico attuale è un “outsider” della politica. Lo dimostrano le posizioni a 5 stelle sul rifiuto dell’emendamento per le preferenze nelle liste elettorali. Se il populismo è sempre più uno strumento demagogico di inseguimento del consenso è necessario invece che le vere istanze “anti-establishment”, quelle della redistribuzione del potere e della ricchezza, della gratuità dell’istruzione, della fine della precarietà del lavoro, della riduzione dell’orario di lavoro, del reddito di base attraverso la ricostruzione di un conflitto che sappia finalmente riconoscere il vero nemico ed essere imprevisto, irrompendo nello spazio aperto per costruire una nuova scala di priorità. Non ci fidiamo più della democrazia rappresentativa, dei giochi delle tre carte, non potremo sopportare una campagna elettorale divisa tra una opzione di larghe intese, la demagogia xenofoba, ed i tatticismi correnziali. Per questo parteciperemo ad ogni piazza intenda rimettere al centro ciò che viviamo sulla nostra pelle ogni giorno, come generazione sfruttata in un Paese sempre più impoverito e diseguale.

Quale lavoro?
La mobilitazione contro la reintroduzione dei voucher del 17 giugno in questo quadro è un primo passo che però non può restare isolato. Oltre al tema democratico apre infatti la questione del lavoro, da anni terreno di conflitto sempre più dall’alto verso il basso. L’abolizione dei voucher, importantissima per migliaia di lavoratrici e lavoratori, avrebbe rappresentato una importante modifica delle condizioni di sfruttamento di tante e tanti. E’ necessario però sottolineare che la questione voucher apre tantissime altre contraddizioni per la nostra generazione. In primo luogo quelle del lavoro mascherato, gratuito o spacciato per volontariato, come collegato-lavorodimostra il caso degli scontrinisti della biblioteca nazionale e la denuncia sul servizio civile di “Mi Riconosci? Sono un Professionista dei Beni Culturali”, così come la questione della disoccupazione giovanile e della disoccupazione nel mezzogiorno. Siamo la generazione chiamata alla rincorsa di “esperienze” di sfruttamento pur di riempire il curriculum, pena ricevere addosso la colpa di questo sistema, facendoci chiamare “scansafatiche”, “mammoni”, “choosy”. Il superamento del confine tra lavoro e non lavoro sembra quindi imporsi dall’alto, come costruzione di nuovo paradigma di sfruttamento, che costringe i giovani alla ricerca di occupazioni temporanee accontentandosi del lavoro purchè sia senza diritti e tutele.

Saperi che non si piegano, per il nostro riscatto!
Questa riflessione sembra ancora più centrale nel paradigma della quarta rivoluzione industriale, una sfida che appare sempre più trainata dall’alto in nome della riduzione dei costi, piuttosto che in nome di un sostanziale modifica del modello di sviluppo che consenta di modificare cosa produrre, come produrlo e chi lo produce in ottica di sostenibilità ambientale e di liberazione dei tempi di lavoro. La sfida della digitalizzazione chiama in causa soprattutto l’istruzione, poichè la polarizzazione della ricchezza e le possibilità occupazionali nella prospettiva di automatizzazione saranno sempre più basate sul possesso di competenze. Quali competenze  la sfida vera, che richiede non soltanto di cogliere a pieno la prospettiva dell’istruzione gratuita come necessità del sistema produttivo, ma anche di costruire forme di democrazia cognitiva che permettano a tutti di orientarsi nei nuovi mezzi di produzione materiali e immateriali. Nuovi diritti e tutele, in primo luogo l’accesso universale al welfare attraverso il reddito di base, non sono più una rivendicazione di pochi, ma una necessità imprescindibile. Al posto di investire convintamente sul piano dell’istruzione e del welfare, il Governo sembra invece costruire una “filiera della precarietà” che parte dalle esperienze di alternanza scuola – lavoro, dai tirocini universitari, per insegnare lo sfruttamento e l’assenza di tutele, come più volte abbiamo denunciato. Non possiamo, infatti, non connettere il tema del lavoro al tema dell’istruzione, e più nello specifico un tema cardine della riforma della Buona Scuola: l’alternanza scuola-lavoro. Come denunciato nell’inchiesta dell’Unione degli Studenti da quando la riforma 107 è stata approvata sono sempre di più i casi di alternanza scuola-lavoro in cui gli studenti si trovano inseriti a pieno nella catena produttiva dei diversi posti di lavoro senza ricevere alcuna formazione, ma anzi assistiamo sempre più spesso a casi di sfruttamento e utilizzo della nuova manodopera gratuita in sostituzione a parte di personale di cui disponeva l’azienda. Questo processo non solo da un vantaggio nell’immediato (ne abbiamo la conferma con l’accordo firmato tra i campioni d’alternanza, tra cui Mc Donald’s, FCA, Intesa San Paolo, Zara, e il Miur), ma garantisce anche stabilità e continuità nel momento in cui l’azienda sa di avere a sua disposizione ogni anno un numero prestabilito di studenti o studentesse, che si rinnova ma non cambia. In questo contesto la figura dello studente e della studentessa, così come quelle di lavoratori e lavoratrici, non viene considerata come centrale all’interno di un processo di decisionalità che riguarda questi percorsi.In questo quadro è sempre più necessaria l’approvazione di uno statuto delle studentesse e degli studenti in alternanza che tuteli realmente gli studenti e gli permetta di fare esperienze formative e inerenti al loro percorso formativo, come è necessario l’approvazione di un codice etico che ci tuteli dal fare l’alternanza in aziende che devastano i nostri territori.  Stessa sorte all’università dove i tirocini, ordinistici e non, sono sempre meno formativi e sempre più una modalità strutturale con cui di anno in anno, si sostituiscono posti organico tramite tirocinanti senza alcun obbligo di assunzione diretta. Queste esperienze, inoltre, a cavallo tra studio e lavoro, sono prive di diritti e tutele, come dimostra la vertenza sulla maternità aperta dalle specializzande mediche di “Chi si cura di te?”. La volontà di insegnare “una mansione” è sempre più incompatibile con l’attuale mercato del lavoro, sempre più frammentato.

Per noi invece servono nuovi saperi per un nuovo modello di sviluppo sostenibile per il pianeta e per le persone.

Non si può più rimandare la presa di riscatto, per la nostra generazione e per tutti, perchè solo così sarà possibile sfuggire ai ricatti della governabilità e dello sfruttamento!