ARWU 2018: l’Università italiana nella lotta per scalare le classifiche internazionali

by / Commenti disabilitati su ARWU 2018: l’Università italiana nella lotta per scalare le classifiche internazionali / 64 View / 30 agosto 2018

Share

Ogni anno ad Agosto, in concomitanza con la pubblicazione della classifica ARWU (Academic Ranking of World Universities) realizzata dall’Università di Shanghai, gli uffici comunicazione degli Atenei e le principali testate giornalistiche si dedicano al commento dei risultati italiani e dei diversi posizionamenti. Le Università, nel caso di miglioramenti rispetto agli anni precedenti, fanno a gara a mettere in risalto il proprio avanzamento nella classifica internazionale, mentre le testate giornalistiche pongono in evidenza quali siano i migliori Atenei italiani, anche in vista dell’orientamento delle future matricole.

Le classifiche internazionali, sempre più influiscono nella diffusione e nel consolidamento della cultura competitiva e meritocratica all’interno dell’Università italiana, consentendo di porre in secondo piano l’assenza di una politica complessiva sull’università e di strutturale definanziamento dell’istruzione e della ricerca. La logica della competizione, promossa dalle politiche universitarie sulla didattica a seguito del Processo di Bologna e sui finanziamenti, trova nelle classifiche internazionali un’ulteriore conferma e legittimazione.

L’Università risulta caratterizzata dalla compresenza di una serie articolata di aspetti e persegue scopi fortemente diversificati, caratteristiche che presentano forti difficoltà nell’essere ricondotte ad un criterio numerico oggettivo. Al contrario, le classifiche internazionali e non, promuovono l’idea che sia possibile individuare una misura oggettiva della qualità complessiva dell’Università. L’adeguamento delle Università ai criteri imposti da queste classifiche influisce enormemente nell’organizzazione interna, a scapito di una definizione delle politiche libera e autonoma da parte degli Atenei. Rispetto a ciò si verifica uno slittamento della decisionalità dalle componenti che realmente vivono l’Università (PTAB, docenti, ricercatori e studenti) a soggetti esterni privi di qualsivoglia legittimazione democratica.

Riguardo la classifica ARWU, pur non volendo svolgere un’analisi approfondita dei singoli indicatori, alcuni elementi necessitano di essere messi in luce. Dei 6 indicatori utilizzati nella classifica, soltanto uno (incidente solo per il 10%) riguarda la didattica. Tale indicatore compara il numero di laureati di un ateneo che abbiano conseguito un premio Nobel o una medaglia Fields. È vergognoso pensare di valutare la “qualità dell’educazione” soltanto sulla base di questo tipo di indicatore, che riguarda solo una minima parte dei laureandi di una struttura oltre a non considerare intere aree disciplinari. La missione educativa delle università si realizza nella capacità di diffondere uno spirito critico e una solida conoscenza, che risultano solo in minima parte correlati al numero di premi Nobel e medaglie Fields conseguiti. Un indicatore così composto non riconosce la reale funzione sociale dell’Università e non mette in alcun modo in luce il ruolo emancipatore, individuale e collettiva, dell’istruzione universitaria.

La maggior parte degli indicatori ARWU riguardano invece l’attività di ricerca. Anche in questo caso vengono prese in considerazione prevalentemente le punte di eccellenza della ricerca degli Atenei (numero di membri Nobel e Medaglie Fields conseguite, Highly Cited Researchers secondo Clarivate Analytics, pubblicazioni su Nature e Science). Con ciò viene grandemente penalizzate la ricerca che caratterizza in gran parte l’attività scientifica degli Atenei e promuove esclusivamente la valorizzazione di quei progetti potenzialmente di eccellenza.

Si può infine notare come nessun indicatore tenga conto dell’ammontare dei finanziamenti ricevuti dagli Atenei che fortemente incidono sulle risorse economiche disponibili per promuovere la ricerca e la didattica, oltre che delle dimensioni degli Atenei considerate soltanto in un indicatore su 6 con un netto vantaggio per le strutture più grandi. Inoltre spiccano alcuni grandi assenti, come il diritto allo studio, lo stato delle strutture e i servizi di supporto, che, seppure non considerati nella classifica ARWU, impattano in modo estremamente significativo sulle componenti che vivono le università.

Non si capisce, dunque, in che modo il risultato delle Università italiane possa apparire in qualche modo espressione della condizione degli atenei italiani. Ciò risulta ancora più grave nel momento in cui il posizionamento all’interno di queste classifiche costituisce un motivo di competizione tra gli atenei. Contro ciò è pertanto importante realizzare, ripartendo dal basso, un’opera di narrazione alternativa che demistifichi l’idea che questo tipo di classifiche rispecchino la reale condizione degli atenei italiani. E’ importante che le Università italiane rimettano al centro il diritto allo studio e una didattica in grado di trasmettere realmente un sapere critico e di avere anche un ruolo sociale sul territorio, associato alla possibilità di poter svolgere una ricerca libera e indipendente dalle dinamiche valutative e prettamente economiciste.