All’università il precariato è strutturale la ricerca senza borsa e senza futuro

by / Commenti disabilitati su All’università il precariato è strutturale la ricerca senza borsa e senza futuro / 38 View / 27 marzo 2012

Share

Ricercatori a perdere e senza alcuna prospettiva di carriera accademica nell’università italiana, dove ormai il precariato “in ingresso” è diventato strutturale e la stabilizzazione per la maggior parte delle nuove leve della ricerca non arriverà mai. È questo il dato principale che emerge da un’attenta analisi dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani) sulla situazione negli atenei a un anno dalla Riforma Gelmini: un presente precario e un futuro altrettanto incerto per dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato. Figure oggi escluse da ogni tipo di tutela.

Ventimila precari sotto la cattedra. Facendo un’ampia ricognizione sulla consistenza effettiva dei precari della ricerca e della didattica – un numero che spesso sfugge alle statistiche ufficiali – l’Adi riporta un dato allarmante: nell’ultimo anno i ricercatori precari sono passati da 33.000 a 13.400, mentre quelli strutturati si sono ridotti solo di 400 unità (passando da 23.800 a 23.400). Che fine hanno fatto questi quasi ventimila precari che lavoravano con un contrattino annuale? Sono stati semplicemente “espulsi” dal sistema accademico: niente rinnovo, niente tutele, università addio. Un risultato dovuto principalmente alla costante riduzione dei finanziamenti ministeriali e al blocco del turn-over. L’Adi stima che l’85 percento degli assegnisti di ricerca odierni non potrà intraprendere la carriera universitaria.

Dottorandi, meno borse per tutti. Un altro dato preoccupante riguarda la diminuzione delle borse di dottorato e la percentuale di posti di dottorato “senza borsa” dopo l’abbattimento del tetto del 50 percento che ha portato a una sostanziale deregulation negli atenei. Analizzando i dati relativi a un campione di ventisei università statali, negli ultimi quattro anni il numero di borse bandite – come sottolinea l’Adi – è sceso da 5.701 nel 2009 a 4.229 nel 2012 (con una riduzione del 25,8 percento). Nell’ultimo anno la situazione varia moltissimo da un’università all’altra: se Trieste ha incrementato le borse del 17,4 percento (portandole da 109 a 128), Catania le ha invece drasticamente ridotte da 251 a 48 (con un taglio netto dell’80,9 percento). Complessivamente, però, il trend è negativo.

Le tasse dei “senza borsa”. L’annosa questione dei dottorandi “senza borsa”, introdotta nel 1998, interessa ormai un terzo del totale dei dottorandi che, al contrario dei loro colleghi borsisti, non vengono retribuiti per l’attività di ricerca svolta negli atenei, devono pagare le tasse universitarie e spesso non hanno accesso ai fondi per la mobilità, necessari per partecipare a conferenze, incontri a convegni. Senza contare il fatto che, in assenza di una famiglia alle spalle che possa sostenerli durante il percorso, i “senza borsa” sono costretti a svolgere altri lavori per potersi mantenere, con ripercussioni negative sull’attività del singolo dottorando e un diminuzione generale della qualità della ricerca nell’intera università italiana.

L’ecatombe dei ricercatori. Francesco Vitucci, segretario nazionale dell’Adi, non usa mezzi termini per descrivere la situazione accademica: “I dati ci mostrano chiaramente come il sistema universitario si stia ridimensionando nel suo complesso: diminuiscono i posti di dottorato, diminuisce anche il personale strutturato e decine di migliaia di precari vengono espulsi ogni anno a causa del blocco del turn-over. Una vera e propria ecatombe”. Tanto che le università, per far fronte a questa emorragia, hanno ampliato la platea dei dottorandi senza borsa e puntano sul precariato-spinto, come sottolinea Vitucci: “I dipartimenti che possono attingere a fondi esterni si rifugiano nell’utilizzo di contratti precari della peggior specie – assegni di ricerca e finti collaboratori – che sono e rimarranno esclusi da ogni tipo di tutela e di welfare, anche con la Riforma Fornero-Monti”.

(27 marzo 2012) Manuel Massimo – La Repubblica