Meno classifiche, più diritto allo studio!

by / Commenti disabilitati su Meno classifiche, più diritto allo studio! / 168 View / 5 Marzo 2021

In questi giorni è stato pubblicato il QS World University Rankings by Subject, una delle più famose classifiche internazionale condotta ogni anno rispetto il mondo universitario, che attesta l’Università Sapienza di Roma, il Politecnico di Milano e l’Università di Bologna tra i migliori 100 Atenei del mondo.

Gli indicatori utilizzati da questa classifica sono quattro: academic reputation (quanto le istituzioni sono apprezzate dalla comunità accademica a livello internazionale); employer reputation (quanto le istituzioni permettono di fare assumere all’estero laureati “più talentuosi e competenti”); citations per paper (quanto hanno impatto nel campo della ricerca); h-index (quanto chi lavora nella ricerca di una data istituzione è “produttivo”).

In breve, sono tutti indicatori che mettono in evidenza quanto le Università siano considerate eccellenti sulla base di quanto riescono a produrre saperi, conoscenza e capitale umano allineati alle richieste del mercato, senza dare attenzione alcuna né a saperi di altro tipo (basti considerare altri stringenti indicatori con cui i papers possono essere pubblicati su riviste di serie A), né alle esigenze e ai bisogni delle studentesse e degli studenti.

Eppure sappiamo che durante l’ultimo anno anche negli atenei considerati eccellenti i problemi non sono mancati, e non è un caso che si sia dovuto ricorrere a misure d’urgenza per colmare i i disagi che tutti, studenti, docenti e ricercatori, hanno vissuto. Sono un esempio lampante di questo sia la proroga dell’anno accademico per gli studenti che hanno dovuto rallentare il loro percorso di studio a causa, sia la proroga dei cicli di dottorato a causa degli inevitabili problemi che la ricerca ha subito con la chiusura degli atenei e non solo, che hanno compromesso e rallentato anche le attività di ricerca. Quindi appare evidente come queste classifiche da sole non siano un indice in assoluto della capacità degli atenei di rispondere a determinate esigenze e sfide. 

Quest’anno avremmo voluto che, invece di puntare ad un’ulteriore classifica delle Università, gli Atenei avessero avuto la priorità di  mettere in campo modalità collaborative e non competitive di ricerca, di colmare il digital divide tra gli studenti, di investire nella messa a sicurezza ed ampliamento degli spazi per la didattica, la ricerca, lo studio e la socialità, di fornire non tanto servizi alle studentesse e agli studenti come se fossero semplicemente utenti, ma di garantire loro i diritti che gli spettano.

Rivendichiamo fortemente la differenza tra servizi e diritti, perché il potere accedere al diritto allo studio, alla possibilità di non dover versare contribuzioni studentesche, alla mensa, alle residenze universitarie, al servizio di sostegno psicologico e a sportelli contro la violenza di genere o consultori studenteschi non possono essere considerati come dei servizi a pagamento o rivolti solo a pochi: sono diritti, sono le basi per dei sistemi universitari realmente accessibili a tutte e tutti.

Per uscire da questa crisi in corso è necessaria anche una rivoluzione culturale, che sia in grado, sotto ogni aspetto, di distruggere il sistema universitario aziendalizzato, basato su precarietà del lavoro ed esclusione della componente studentesca più svantaggiata, verso un sistema che parta dai bisogni delle studentesse e degli studenti, dalla diffusione di saperi in ogni ambito e da un sistema di assunzioni stabili e continuative dentro le Università (il cosiddetto turn-over).

Oggi non vogliamo delle classifiche, ma vogliamo maggiori investimenti e fondi sui nostri bisogni e desideri e sul nostro futuro!

 

#StudentiUnitiControLaCrisi