Editoriale: il Cavaliere non basta, cacciamo anche il cavallo

by / Commenti disabilitati su Editoriale: il Cavaliere non basta, cacciamo anche il cavallo / 9 View / 9 novembre 2011

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C’è crisi dappertutto, nel mondo, in Italia, tra di noi, e anche nella maggioranza di governo. Non sappiamo quanto però durerà questa situazione. Silvio Berlusconi ha annunciato le sue dimissioni, ha riconosciuto la fine della sua maggioranza, ma con il benestare di Napolitano e la scusa di rispondere ai mercati e all’UE, potrebbe restare ancora in sella per settimane.

Per quanto ci riguarda, non abbiamo dubbi: prima se ne va, meglio è. Siamo stufi dei giochini, e lo ripetiamo ancora, come mille altre volte abbiamo fatto in questi anni: Berlusconi deve andare a casa, per il bene di tutti.

Del resto, è ormai questione di tempo: che Berlusconi finisca cercando il colpo di scena da “statista” e riesca  a determinare il post-berlusconi, o che finisca nell’oblio e nella vergogna, di fatto vediamo vicina la sua fine.

Di quel che succederà non conosciamo però gli sviluppi, possiamo immaginarne diversi, nessuno ci farà dormire sogni tranquilli.
L’opzione di un governo tecnico affidato a Mario Monti (la cui storia, tra Commissione Trilaterale, Gruppo Bilderberg e Goldman Sachs, è tutta all’interno dell’élite finanziaria transnazionale che ha prodotto la crisi) non si ribellerebbe certo ai diktat antisociali della Bce, ma abbiamo poca fiducia che chiunque vinca eventuali elezioni sarebbe in grado di farlo. La politica nazionale è ormai commissariata, e non è assolutamente in grado di liberarsi da sola. Lo spread sembra aver sostituito i risultati elettorali e i mercato il popolo sovrano, come dimostra il caso greco, con un referendum bocciato dalla Bce e un premier sostituito dall’ex vicepresidente della stessa Bce. Il rischio è che l’Italia prenda la stessa deriva, quella di una repubblica fondata sullo spread, in cui la sovranità appartiene ai mercati, che la esercitano nelle forme e nei limiti del FMI. In ogni caso, toccherà a noi, uomini e donne di questo paese, tornare in piazza e resistere, un minuto più di loro, per affermare che non siamo disposti a pagare la loro crisi, e per costruire dal basso un’alternativa basata sulla giustizia sociale e sulla democrazia reale.

Sembra essere prossima la più volte annunciata fine di Berlusconi. Ma cosa ne sarà del berlusconismo? Cosa cambierà davvero in Italia?

Nelle scuole superiori italiane gli studenti iscritti al primo anno sono nati nel ‘97 o addirittura nel ‘98, quattro anni dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi. Sono l’emblema di intere generazioni di studenti medi e universitari, nati e/o vissuti dentro il berlusconismo e la sua egemonia  vuota, la sua politica distruttiva, nel tempo dell’avidità elevata a valore, del tutti contro tutti, della corruzione in tutte le sue forme.

Tutti noi, insomma, siamo vissuti e cresciuti in un tempo in cui abbiamo dovuto imparare a resistere, con la testa, con il corpo, al Cavaliere, alla sua repressione nelle piazze, alla sua televisione nelle case, agli effetti concreti delle sue politiche sulle nostre vite, all’imbarazzo per le sue squallide battute, alla debole inconsistenza o addirittura all’accondiscendenza delle opposizioni. Abbiamo dovuto imparare a fare da soli, ma sempre collettivamente.

Sono anni che noi studenti  siamo una delle principali, se non la principale forza di opposizione sociale del Paese. Nel 2008, quando si è aperto il nuovo ciclo del berlusconismo, e tutti sembravano impotenti e afoni, fu l’Onda di noi studenti a riaprire uno spazio di speranza, facendo tremare il governo e i suoi tagli alla scuola e all’università. Gridavamo “noi la crisi non la paghiamo”, venivamo tacciati di strumentalità: oggi quel grido risuona nelle piazze mondiali degli indignados.

Siamo quelli che si sono opposti alla riforma Gelmini, ponendo la questione generazionale come questione sociale, lottando fino in fondo per un’alternativa alla fuga da questa Italia sull’orlo del baratro. Il 14 dicembre 2010, mentre in un Parlamento blindato Berlusconi  si comprava la fiducia a suon di milioni, noi praticavamo la democrazia, manifestando in centomila, pretendendo di essere ascoltati.

Non siamo mai stati antiberlusconiani a prescindere. Abbiamo sempre considerato Berlusconi e il suo sistema di potere come una  degenerazione direttamente conseguente al neoliberismo rampante diffusosi in Europa e nel mondo dagli anni ‘80, ma non come la causa di tutti i mali del nostro Paese.

Il blocco sociale e culturale costruito dal centro-destra in questi decenni non è altro che il prodotto dell’individualismo sfrenato, del culto del ‘self made man’ e del disprezzo del vivere comune. Spesso invece il problema è stato ridotto alla sola figura di Berlusconi: un ragionamento senza un reale sbocco politico, un odio di segno opposto ma speculare a chi invece in questi anni si è profuso nel culto del leader.

La nostra analisi e la nostra politica non sono mai state improntate a un superficiale disprezzo moralista verso Berlusconi. Abbiamo sempre messo al centro delle nostre rivendicazioni le condizioni materiali di milioni di studentesse e studenti di tutta Italia, la situazione delle nostre scuole e delle nostre università, i nostri sogni e le nostre aspirazioni per una società migliore.

Per questo siamo pronti a festeggiare la sua caduta,  per la quale ci batteremo fino in fondo, ma sappiamo che non possiamo smettere di lottare.

In questi giorni gli analisti dei grandi media, da Repubblica al Sole 24 Ore, hanno provato a spiegarci che se Berlusconi si dimette le Borse risalgono e lo spread cala. In realtà queste fluttuazioni dimostrano che lo scontro sulle dimissioni di Berlusconi è una lotta per il potere tutta interna all’1% della popolazione mondiale, uno scontro in cui la politica dimostra di essere sottomessa ai mercati, che cercano nuovi e obbedienti governanti.

Ma mentre all’interno dell’1% infuria la contesa per assumere il ruolo di distruttori di futuro, il 99% non starà a guardare.

Non ne possiamo più delle alchimie politico-finanziarie la cui efficacia viene misurata sul gradimento dei mercati e degli istituti finanziari, mentre è in atto un gigantesco saccheggio dei diritti e dei beni comuni, la disoccupazione continua ad aumentare, l’evasione fiscale e le cancrene mafiose del nostro Paese non vengono toccate. Continueremo a chiedere che nella definizione delle politiche di uscita dalla crisi, in Italia e in Europa, venga ascoltata la voce della piazza e non quella di Piazza Affari.

La nostra opposizione al Governo Berlusconi non si ridurrà mai all’accettazione dell’alternanza nella continuità. Sappiamo bene che oggi governo vuol dire quasi certamente “governo dell’austerity”. La nostra opposizione e la nostra alternativa stanno nelle piazze di questi ultimi anni, nella vittoria ai referendum di giugno, nelle giornate mondiali dell’indignazione, e staranno nella grande giornata mondiale di mobilitazione studentesca del 17 novembre e in quel che seguirà. La mobilitazione non può e non deve fermarsi, e dimostrerà la propria maturità e la propria forza, a partire dal 17 novembre, indipendentemente dalle vicende di Palazzo Chigi.

Qualsiasi nuovo Governo, che sia tecnico, del Presidente, di larghe intese, o frutto delle elezioni anticipate che abbia come obiettivo l’attuazione delle imposizioni della lettera della BCE, riducendo il Parlamento al ruolo di mero esecutore dei diktat delle oligarchie finanziarie, ci vedrà nelle piazze a contestare questa gestione della crisi e a proporre un’altra strada.

Criticavamo Berlusconi non per faziosità o per moralismo, ma per le sue politiche antisociali. Chiunque riproporrà quelle politiche, quelle privatizzazioni, quei tagli al welfare e all’istruzione, ci vedrà nelle piazze, pronti a una grande mobilitazione per contrastarli e a sostegno delle nostre tante proposte, dall’AltraRiforma di scuola e università, alle tante idee per un altro modello economico nate nelle piazze e nelle assemblee in questi anni.

Ci chiediamo: qual è la democrazia di cui questi politicanti si ergono a rappresentanti, di quale materia sarà fatta la tanto decantata Terza Repubblica? Gli avvoltoi che si aggirano sul corpo agonizzante del “Re nudo” non sono altro che gli alfieri del grande inganno di chi vorrebbe cambiare tutto affinché nulla cambi.

In questo contesto come si fa a parlare di Terza Repubblica? Chi ne può parlare? Solo il 99% può riappropriarsi della politica, praticando la democrazia reale per costruire un modello alternativo alla condanna della crisi. Questa è l’unica strada possibile, tutto il resto non ci appartiene, non può essere fatto nel nostro nome, è un film già visto che rischia di ricominciare.

La vicenda del referendum greco, annunciato e poi ritirato su pressione dei mercati e dei loro guardiani, dimostra, infatti, quanto sia grande l’incompatibilità tra il capitalismo nei suoi nuovi assetti e la democrazia. Ciò non toglie che sia necessario mobilitarsi fin da subito per spingere il governo a rassegnare le dimissioni, perché quel “io non mi fido” dello scorso anno è ancora valido, e ciò ci spinge a ribadire: lui a casa, noi in piazza!

Ma non basta cacciare il tiranno, non basta che il tiranno se ne vada, è necessario ora più che mai cambiare i rapporti di forza nel Paese, serve smantellare il sistema di potere che è vissuto ed è cresciuto con il berlusconismo e che oggi lo abbandona. Il Cavaliere sta per cadere, noi dobbiamo far cascare il cavallo.

Sappiamo che qui non cambia nulla se non lo cambiamo noi, lo sappiamo perché lo abbiamo imparato a nostre spese in questi anni. Se le variabili son tante e in nessuna di queste è previsto un mondo migliore, spetta a noi introdurre un’ulteriore variabile: un grande movimento che a partire dagli studenti possa riconquistare democrazia e futuro, ridarci speranza.

Sappiamo che non sarà facile: non basta la demagogia, vanno trovate soluzioni concrete a problemi reali. Ma non c’è soluzione possibile senza un cambiamento radicale del nostro modello di sviluppo, e immaginare e costruire questa cambiamento è compito nostro.  Se i movimenti vogliono farsi costituenti di una nuova democrazia devono farsi carico di un grande dibattito popolare che sappia delineare obiettivi di cambiamenti chiari e gli strumenti per conseguirli. Facciamo delle nostre scuole, delle nostre università, delle nostre piazze dei laboratori di discussione, elaborazione e pratica del cambiamento dal basso, coinvolgendo quel 99% di cui ci sentiamo pienamente parte. Un altro mondo è possibile, e spetta a noi immaginarlo e costruirlo.

Lo scorso anno dicevamo “governo precario, generazione precaria, vediamo chi cade”. Oggi lui e il suo governo sono in procinto di cadere, noi siamo ancora qui, in piedi, senza alcuna certezza, ma con tutta la determinazione necessaria per riprenderci il presente e ricostruire il futuro.