C’è un momento, nella vita di chi lavora e ha figli, in cui il tempo diventa la risorsa più preziosa. Non quello scandito dall’orologio, ma quello che serve per esserci: quando la scuola cambia ritmo, quando l’adolescenza chiede presenza, quando conciliare lavoro e famiglia diventa un esercizio quotidiano di equilibrio.
Negli ultimi anni il dibattito pubblico ha spesso evocato la necessità di “più tutele” per i genitori. Ma tra annunci e promesse, capire cosa cambia davvero non è mai immediato. Anche perché, come spesso accade, le novità non hanno lo stesso peso per tutti.

Ed è proprio qui che conviene fermarsi un attimo, andare oltre i titoli e leggere tra le righe.
Un’estensione che sembra universale (ma non lo è)
Sulla carta, il perimetro della tutela familiare si allarga. Il periodo entro cui è possibile chiedere tempo per occuparsi dei figli viene dilatato, rispondendo a un’esigenza concreta: i bisogni dei ragazzi non si esauriscono certo con l’infanzia.
Ma non si tratta di nuovi diritti “automatici”, né di mesi aggiuntivi regalati a tutti. La modifica agisce in modo più sottile: sposta i confini temporali, lasciando invariata la struttura del beneficio. E soprattutto introduce una distinzione netta tra categorie di lavoratori.
È solo da metà percorso che il quadro diventa chiaro.
La rivelazione: congedo parentale fino ai 14 anni, ma solo per i dipendenti
Dal 1° gennaio 2026, grazie alla legge di Bilancio 2026 e al messaggio INPS n. 251/2026, il congedo parentale può essere utilizzato fino al compimento dei 14 anni dei figli. Il limite precedente era fissato a 12 anni.
La novità riguarda però esclusivamente i lavoratori dipendenti, sia del settore privato sia del pubblico impiego.
Non aumentano i mesi complessivi di congedo: cambia solo l’arco temporale entro cui è possibile usarli. Dopo la fine del congedo di maternità (per la madre) o dalla nascita del figlio (per il padre), i mesi già previsti dalla normativa possono ora essere distribuiti su un periodo più lungo.
Le stesse regole valgono anche per adozioni e affidamenti: il congedo può essere fruito entro 14 anni dall’ingresso del minore in famiglia, ma mai oltre la maggiore età.
Restano invece esclusi:
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i lavoratori autonomi, che continuano ad avere diritto al congedo solo entro il primo anno di vita del figlio;
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gli iscritti alla Gestione separata INPS (collaboratori e professionisti), per i quali il limite resta fissato a 12 anni.
Quanto alla durata, non cambia il tetto massimo:
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fino a 11 mesi complessivi per la coppia genitoriale se il padre utilizza almeno tre mesi;
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altrimenti il limite resta di 10 mesi.
Sul fronte economico, l’indennità rimane strutturata così:
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3 mesi all’80% della retribuzione;
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8 mesi al 30%, con alcune condizioni legate al reddito.
Per le domande, l’INPS ha aggiornato la procedura online l’8 gennaio 2026. I genitori lavoratori dipendenti possono presentare richiesta tramite il portale dell’Istituto e regolarizzare anche eventuali periodi già fruiti dal 1° gennaio 2026, se la domanda non era stata inviata in tempo reale.
Il messaggio finale è chiaro: il tempo a disposizione delle famiglie si allunga, ma non allo stesso modo per tutti. Ancora una volta, il confine tra lavoro dipendente e autonomo segna una differenza sostanziale nelle tutele. E comprenderla è il primo passo per non lasciare diritti inutilizzati.