Università, i giorni dell’ira

Università, i giorni dell’ira

by / Commenti disabilitati su Università, i giorni dell’ira / 14 View / 26 novembre 2010

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Roberto Ciccarelli – Il Manifesto – La Torre di Pisa, la Mole antonelliana a Torino, il Colosseo a Roma. La rivolta degli studenti contro la riforma Gelmini dell’università ha assunto forme clamorose di occupazione. Dopo aver bloccato le stazioni di Pisa e Torino, l’uso del turismo intelligente da parte dei giovani italiani è diventato un atto politico. Ma se le forme estetiche della protesta hanno la loro importanza, restano ancora inesplorate le ragioni dell’esplosione di un movimento inaspettato solo sei mesi fa.
Molto ha fatto l’ostinazione del governo, convinto che bastasse l’approvazione di un gruppo minoritario di ideologi neoliberisti per realizzare una riforma che ha conquistato un certo consenso anche nel Pd. Come dimenticare, infatti, l’applauso concesso alla Gelmini solo pochi mesi fa da Luigi Berlinguer, artefice della riforma dei cicli didattici – il considdetto 3+2 – che oggi sappiamo con certezza essere fallito? Gelmini, ha detto l’ex ministro, avrebbe realizzato la sua riforma. In un certo senso sì, e il ministro continua a rivendicarlo in perfetta, e incompresa, solitudine.
Quando, a questi riformisti autoritari e tecnocrati, qualcuno fa notare che le loro «riforme» sono state un fallimento, scatta la risposta automatica: «Sono state applicate male». E’ con questo atteggiamento liquidatorio che i docenti ordinari di sinistra – quelli che il ministro Gelmini pensa, senza paura del ridicolo, manipolino l’opposizione studentesca alla sua infelice «riforma» – giustificano ancora oggi un esito tra l’altro preannunciato dagli osservatori più attenti, come dagli stessi movimenti studenteschi che criticano il processo di Bologna.
E come dimenticare il Ddl Garavaglia presentato dal Pd ad inizio legislatura che ha numerosi, e non casuali, punti di coincidenza con quello Gelmini che stenta clamorosamente alla Camera? Solo da poco il Pd ha riconquistato la ragione. Sul tetto di palazzo Borghese a Roma, il suo segretario Bersani ha detto ai ricercatori che il suo partito è tornato ad «allenarsi». Gli auguriamo di non fermarsi al primo scatto. La fine della sinistra è iniziata quando gli eredi del Pci decisero di importare il neo-liberismo nella scuola e nell’università.
I giorni dell’ira degli studenti si spiegano come una reazione – generale e condivisa – ad un processo ventennale iniziato nel 1989 con la riforma Ruberti dell’autonomia universitaria. Per vent’anni sono rimasti soli e inascoltati, mentre procedeva la ridefinizione modulare della didattica, la declinazione della formazione scolastica e universitaria come formazione professionale, il crescente definanziamento dell’istruzione pubblica iniziato a metà degli anni Novanta.
Fino ad oggi nessuna cittadinanza è stata concessa dai partiti di centro-destra e di centro-sinistra alla rivendicazione del ruolo «pubblico» dell’istruzione, e tantomeno alla considerazione che il lavoro della ricerca e della conoscenza ha pari dignità di quello manifatturiero e all’attività imprenditoriale. L’ostinazione con la quale le «classi dirigenti» hanno perseguito questo progetto ha sfiorato negli ultimi anni il profilo dell’efferatezza e del disprezzo.
E non ci riferiamo soltanto al qualunquismo espresso da Antonio Martino (Pdl) che ha definito gli studenti e i ricercatori «ignoranti semianalfabeti altrimenti inoccupabili», mentre uno sconosciuto peone leghista ha promesso di «prendere a calci in culo» gli studenti che hanno assediato ieri il Senato. “Un popolo civile, quale noi siamo, dovrebbe menare questi studenti” ha sostenuto nel suo telegiornale Emilio Fede. Gli studenti di Pisa che hanno occupato ieri l’aeroporto, quelli di Torino che hanno occupato oggi la Regione, o quelli di Roma che hanno bloccato per cinque ore la Capitale aspettano con ansia di capire quando inizieranno queste attività ginniche.
Reazioni scomposte, fatte per lo più da alcuni personaggi noti per ben altre vicende di cronache nera, che si rispecchiano nel preoccupante ricorso alla fatidica evocazione «del morto» che il Presidente del Senato Renato Schifani ha fatto per ben tre volte nel giro di 24 ore. L’irresponsabilità di queste reazioni emotive, evidentemente dettate dalla sorpresa delle azioni degli studenti, si spiega solo con una ragione: la destra, nella sua versione berlusconiana, in quella leghista fino alle sue estreme propaggini baronali (e di sinistra) ha coltivato fino ad oggi un sogno di onnipotenza: quello di comandare, e di godere, al di sopra di ogni legge, pensando invece di poterne dettare qualcuna.
Ed è invece il disprezzo per il lavoro della conoscenza, e l’intima convinzione di non restare ai margini mentre un intero paese va a rotoli schiacciato da una crisi violentissima, che sta spingendo gli studenti alla rivolta. Quello che preoccupa di più la destra al potere, in questi giorni di mobilitazione generale, è che le volgarità, la violenza e la brutalità non bastano più a mantenere i giovani nella passività e nella rinuncia ad ogni possibilità di vita alternativa. A ben vedere, dopo l’insurrezione francese contro la riforma delle pensioni e quella londinese contro l’aumento delle tasse universitarie, la rivolta italiana fa parte di un processo europeo.
Fino ad oggi la transizione dalla condizione salariale a quella del precariato generalizzato è stato un processo pacificato. Man mano che la crisi europea procederà lungo i suoi tortuosi binari, il processo produrrà conflitto sociale. E’ tempo di pensare ad una politica democratica alternativa. E solo chi andrà alla radice delle cose, e saprà chiamare le cose con il loro nome, riuscirà a cavalcare l’onda.