Università con statuti a piacere

by / Commenti disabilitati su Università con statuti a piacere / 6 View / 4 aprile 2012

Share

Negli atenei italiani va in scena una singolare controriforma universitaria per via amministrativa. Confortati forse dal fatto che anche l’ateneo dell’attuale ministro, Francesco Profumo, il Politecnico di Torino, aveva mantenuto uno statuto in contrasto con la norma voluta dell’ex-ministro, la legge 240/10, anche altre università, (ultima Firenze, ma prima anche Genova, Pisa e Padova) hanno deciso di varare definitivamente le proprie «leggi fondamentali» in barba a quanto stabilito dalla riforma e passando sopra ai rilievi ministeriali.

La questione non è di poco conto: la legge votata dal Parlamento nel dicembre di due anni fa stabiliva che i consigli di amministrazione fossero organismi operativi ed efficienti, aperti anche a una componente esterna qualificata, capaci di affiancare i rettori, dei quali si rafforzava il ruolo manageriale.

Consigli i cui membri, si stabiliva al comma «i» dell’articolo 2, dovevano essere «nominati o scelti», lasciando agli statuti stabilire come.

La riforma voleva sottrarre i cda alla consueta fiera elettorale suddivisa per categorie (ordinari, associati, ricercatori, tecnici), di do ut des baronali, di compensazioni accademiche.

Ma su quel comma s’è scatenata la furia leguleia di molte università che hanno sollecitato i principi dei fori (amministrativi), magari in cattedra in questo o quel dipartimento, ad analizzare la debolezza di quel testo di legge e, forti di cotanti pareri, hanno fatto gli statuti come più gli aggradava, vale a dire ripristinando le elezioni e le componenti.

Il ministero, come era stato chiaro sin da subito, avrebbe fatto ricorso al Tar chiedendo la sospensiva? Si sarebbero spesi danari pubblici (degli atenei, del ministero e della giustizia amministrativa)? Quisquilie dinnanzi al sacro valore dell’autonomia universitaria.

A fare di questa storia una pièce degna di Eugene Ionesco, l’inventore del teatro dell’assurdo, sono i protagonisti della vicenda.

Il piccolo padre della riforma Gelmini è Alessandro Schiesaro, 49 anni, savonese ordinario di Scienze antiche alla Sapienza che, dopo un’onorata carriera all’Estero. Schiesaro, a lungo vezzeggiato dal Pd per le sue idee riformatrici (era collaborava col senatore Luciano Modica sottosegretario al Miur nel secondo governo Prodi), era divenuto un po’ a sorpresa capo della segreteria tecnica della Gelmini, di fatto creando la cabina di regia dei vari cambianti che avrebbero investito l’università italiana.

Proprio nella veste di supertecnico (o di ministro ombra, dicevano i maligni), Schiesaro, nel maggio di un anno fa, in un workshop della Conferenza dei rettori italiani-Crui aveva fatto la faccia feroce, spiegando che il ministero avrebbe posto «un vaglio non solo di legittimità ma anche di opportunità» agli statuti, perché si trattava, disse, di di «mettere in pratica la legge, ma non di smontarla». Non s’azzardassero le università a far le furbe.

Pochi mesi dopo, il 5 ottobre, il senato accademico del Politecnico di Torino, presieduto dal rettore Profumo, approvava uno statuto che, sul famoso punto dell’eleggibilità dei componenti, decideva di tirare diritto: al «Polito» si sarebbe continuato a votarli. Pochi giorni dopo, il 16 novembre, il magnifico Profumo era a Roma, a giurare davanti a Giorgio Napolitano come nuovo ministro della Repubblica.

Ora, da capo del Miur dispone i ricorsi al Tar, anche contro il suo ex-ateneo e le sue decisioni di allora. Magari si sarà forse consultato con lo stesso Schiesaro che, nel frattempo, è rimasto al ministero.

Lo spoil system costa caro e i due, entrambi savonesi, sono buoni amici, anche se in passato forse sull’applicazione della riforma Gelmini hanno avuto vedute diverse.

Quindi, per ricapitolare, il ministro boccia oggi se stesso da rettore, quando si ribellava alla riforma (e ai diktat) di quel superesperto che, oggi, ha mantenuto come consulente. Mentre la riforma è ferma ai Tar.

(04 aprile 2012) Goffredo Pistelli – Italia Oggi