Un “Piano” inclinato: Colao disvela un’Università neoliberista e completamente depauperata

by / Commenti disabilitati su Un “Piano” inclinato: Colao disvela un’Università neoliberista e completamente depauperata / 131 View / 2 luglio 2020

Share

A dispetto degli slogan e degli hashtag che circolavano durante il lockdown, nelle università italiane non è andato tutto bene. Sono infatti tantissimi gli studenti e le studentesse che si sono trovati (e ancora si trovano) in gravissime difficoltà di fronte alla crisi economica innescata dalla pandemia. Il già alto costo delle tasse universitarie, le spese vive per il materiale didattico e per il mantenimento del costo della vita, in molti casi da fuori sede, diventano sempre più spesso elementi ostativi per il proseguimento del proprio percorso, specialmente a fronte del fatto che molte e molti hanno perso il lavoro attraverso cui si mantenevano gli studi, o che provengono da famiglie che stanno attraversando situazioni simili. Uno scenario drammatico, che si traduce in un calo delle immatricolazioni stimato in una dimensione del 15% per l’anno che inizierà a settembre, cui va sommato il numero delle persone che sono state costrette a rinunciare agli studi già in questi mesi.

Non se la passano meglio le precarie e i precari della ricerca, dottorandi, assegnisti o ricercatori a tempo determinato che siano. I mesi di lockdown, impedendo l’accesso a laboratori e biblioteche, hanno di fatto costituito un blocco obbligato delle attività di ricerca per molte e molti. Tutto questo, accanto alla mancanza di welfare e tutele e all’intermittenza reddituale che purtroppo caratterizza queste figure contrattuali, si è abbattuto come una scure su lavoratrici e lavoratori della ricerca, inasprendo ulteriormente le condizioni di precarietà in cui versano.

E’ necessario però sottolineare che molti dei problemi emersi durante questo difficile periodo hanno in realtà ragioni profondamente strutturali e sono figlie dell’austerità e delle riforme in senso neoliberale che sono state imposte al sistema accademico italiano negli anni. A dieci anni dalla Riforma Gelmini, infatti, è sempre più evidente come simili ricette abbiano messo in ginocchio il sistema universitario e, di conseguenza, anche influito negativamente sulla capacità di innovazione del sistema produttivo nazionale. Nonostante tutto questo, il “Piano Colao” sembra andare esattamente nella stessa direzione.

Formazione e sostegno agli studenti

Il documento inizia evidenziando un presunto nesso causale – tutto da dimostrare – tra il basso numero di laureati rispetto alla media internazionale (27,6% dei giovani in Italia, contro il 40,3% della media UE) e la mancanza di canali di professionalizzazione e la scarsa partecipazione di enti privati ed aziende alle decisioni in ambito formativo. A partire da questo labile assunto vengono messe in campo numerose proposte per abbattere il mismatch esistente tra l’offerta formativa dell’Università e la domanda del tessuto produttivo. In primis viene nuovamente avanzata  la proposta di una professionalizzazione dei corsi di laurea, che trasformerebbe i percorsi formativi in una sorta di addestramento, in una promozione di skills e raccolta di ore di tirocinio funzionali non ad una crescita a tutto tondo dello studente, ma solo ad ottenere pochi laureati estremamente specializzati. Le lauree professionalizzanti, inoltre, vengono affiancate al programma “education to employment”, volto alla strutturazione diretta da parte delle aziende e dei privati di corsi di formazione. 

Emergono così due problemi che non vengono però ricondotti alle loro cause reali: da una parte, il basso numero di laureati nel nostro Paese (al penultimo posto tra i 28 paesi UE come percentuale di laureati sotto i 35 anni) dovuto agli elevati costi dell’accesso (al terzo posto tra i 28 Paesi UE come livello di tassazione)  e del mantenimento degli studi e,  dall’altra, le migliaia di giovani che abbandonano gli studi o emigrano all’estero, condizionati – laddove non costretti – dalle prospettive di precarietà che riscontrano in Italia. Ci spiace constatare quindi che ancora una volta i bisogni degli studenti e delle studentesse vengono utilizzati per legittimare un processo di aziendalizzazione poco sana dell’Università pubblica. 

Per migliorare realmente la qualità della formazione, al contrario, sarebbe necessario investire sulle istituzioni formative pubbliche e garantire un’istruzione gratuita e di qualità a tutte e tutti. L’accesso universale ai più alti gradi di istruzione, infatti, rappresenta anche un prerequisito fondamentale per favorire processi di innovazione nel sistema produttivo e non solo. E’ proprio nel sistema produttivo italiano, inoltre, che riscontriamo diverse ragioni alla base del mancato incontro domanda-offerta di laureati: il problema non sono affatto le conoscenze che si acquisiscono all’interno dei percorsi formativi accademici ma – come evidenziano diversi rapporti OCSE e ISTAT –  la mancanza di propensione all’investimento e all’innovazione da parte del tessuto produttivo italiano  e, d’altro canto, anche la mancanza di una politica industriale che incentivi meccanismi di questo tipo.

 

Dottorato e ricerca

Allo stesso modo, suonano estremamente preoccupanti le proposte che il Piano Colao avanza tanto rispetto al dottorato di ricerca quanto alle successive fasi dei percorsi accademici. Per quanto riguarda il dottorato, infatti, permangono alcune storture strutturali che da tempo contestiamo: ne è un esempio lampante la tassa sul dottorato (una contribuzione che in alcuni atenei raggiunge i duemila euro annui, finendo per diventare elemento ostativo ai percorsi di ricerca per alcuni), così come l’inaccettabile figura del dottorato senza borsa, che di fatto sdogana il lavoro gratuito nelle università, e ancora la caratterizzazione giuridica del dottorando come studente invece che come ricercatore in formazione – che diventa meccanismo di erosione dei diritti fondamentali del lavoratore nei confronti di queste figure. 

Si tratta di una visione lontana anni luce dai bisogni reali di chi intraprende un percorso di dottorato, e che peraltro ignora il gravissimo decremento delle posizione annualmente bandite: un -43,4% dall’entrata in vigore della legge Gelmini, dato drammaticamente emblematico di come nell’ultimo decennio si è completamente disinvestito sul futuro dell’ Università e della Ricerca. Nel Piano Colao è poi prevista la creazione di specifici percorsi di “Applied PhD”, che avrebbero la funzione di subordinare il dottorato di ricerca “[…] alle esigenze del mercato del lavoro”: un’intuizione pericolosissima, nella quale ravvisiamo lo stesso tentativo di aziendalizzazione dell’Università che  permea tutto l’impianto del Piano.

Anche le proposte che riguardano i percorsi di ricerca post-doc sembrano essere vaghe e indistinte, laddove non sono esplicitamente dannose. L’incentivo alla mobilità, quasi che questa risultasse un valore a prescindere e non una costrizione sulla pelle di chi deve sradicarsi dal proprio contesto socio-lavorativo, disvela la strutturale mancanza di fondi e l’indisponibilità a tornare a investire nelle nostre strutture. Allo stesso modo, la proposta di abolire l’assegno di ricerca a favore di un contratto unico da ricercatore – che pure potrebbe essere positiva – risulta estremamente carente qualora non venga accompagnata ad un piano complessivo di riforma del pre-ruolo, che sappia dotarsi di welfare e tutele contrattuali adeguate superando finalmente quella condizione di precarietà che non consente a ricercatori e ricercatrici di lavorare (e vivere) dignitosamente.

 

Le università come sistema

A livello sistemico, una proposta che ritorna anche nel Piano Colao è quella della promozione di pochi poli di eccellenza, oltre che di un percorso di “specializzazione” che ogni Università sarebbe tenuta ad intraprendere ed, in buona sostanza, di una pressoché totale ed incondizionata messa a disposizione del mondo universitario agli interessi e alle logiche delle aziende private che – come si legge nel documento – potranno così “orientare la Ricerca” dove meglio credono. In questo modo, secondo il Piano, si potranno premiare ulteriormente quelle poche strutture che “raggiungano risultati eccellenti” ma – aggiungiamo noi – con l’effetto collaterale di lasciare inevitabilmente indietro tutte le altre. Una proposta inaccettabile, a danno soprattutto degli atenei di piccole dimensioni e spesso del Mezzogiorno, in piena continuità con la logica di finanziamento differenziato su base premiale di cui abbiamo osservato gli effetti nefasti in questi anni. Come abbiamo sempre sostenuto infatti, quello che servirebbe al sistema accademico sarebbe piuttosto una distribuzione dei fondi basata sull’equilibrio territoriale e settoriale, oltre che sul fabbisogno reale di didattica e di ricerca. 

In 50 pagine di documento emerge un’idea drammaticamente neoliberista di Università e Ricerca, senza mai un accenno ad un ripensamento dell’attuale modello di produzione e sviluppo, ad una ricerca realmente sostenibile, ad una serie lotta alla precarietà giovanile contestualmente ad una nuova idea di lavoro. 

Ciò che abbiamo combattuto con forza più di dieci anni fa all’epoca della riforma Gelmini sembra riproporsi oggi come presunta soluzione ai problemi dell’Università e del Paese,  in un documento che, sotto il profilo generale, a noi sembra far ricadere gli effetti di una grave crisi come quella che stiamo attraversando proprio sulle spalle delle e  dei più deboli. 

Per rilanciare il nostro Paese, al contrario, abbiamo bisogno di invertire completamente la rotta: è necessario in primis abolire la tassa sulla conoscenza, rendendo l’Università finalmente gratuita, eliminare ogni barriera all’accesso abbattendo i numeri chiusi locali e nazionali ed investendo sulla qualità della ricerca restituendo dignità a chi vi lavora. E’ necessario finanziare il diritto allo studio affinché si possa invertire il trend degli ultimi 15 anni – periodo in cui l’Università ha perso complessivamente 37mila matricole – ed affinchè non si verifichi un ulteriore e drastico calo delle immatricolazioni nel prossimo anno accademico, per impedire il quale è necessario avviare un percorso ambizioso fatto di investimenti in edilizia e didattica.  E’ inoltre necessario che una quota consistente del Recovery Fund venga investita in Ricerca pubblica, distribuendo i fondi ordinari in maniera equa, anche affinché grazie ad una ricerca di base adeguatamente finanziata possa esservi anche una ricerca applicata capace di innovare il sistema economico nazionale. E’ contestualmente necessario un processo pluriennale di reclutamento di personale legato ad un ripensamento degli attuali meccanismi di distribuzione delle risorse finanziarie, che – al contrario di ciò che suggerisce la task force guidata da Vittorio Colao – dovrebbero diventare meccanismi di tipo perequativo.

Il Piano – totalmente inclinato – di Colao disvela l’idea fortemente distorta di sviluppo che chi ci governa vorrebbe mettere in pratica attraverso interventi normativi di questo segno, disegnando  un percorso già subito dal Paese dopo la crisi economica del 2008. Dal canto nostro, ci sentiamo da subito impegnati a contrastare qualsiasi ulteriore tentativo di smantellamento del sistema universitario pubblico italiano: senza istruzione e ricerca non c’è futuro per il Paese!

 

ADI – Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia

FLC CGIL – Federazione Lavoratori della Conoscenza

LINK Coordinamento Universitario