SUI FATTI DI BOLOGNA: Oltre il tornello, guardiamo alla luna e all’Università che vorremmo

by / Commenti disabilitati su SUI FATTI DI BOLOGNA: Oltre il tornello, guardiamo alla luna e all’Università che vorremmo / 2496 View / 13 febbraio 2017

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Quanto accaduto negli scorsi giorni a Bologna, con l’istallazione e la rimozione dei tornelli per l’ingresso alla biblioteca di Via Zamboni 36, l’aggressione agli studenti e alle studentesse nei luoghi di studio da parte della polizia in assetto antisommossa, e le cariche ai cortei di risposta, con due arresti, hanno profondamente interrogato, e diviso, il corpo studentesco e l’intera comunità accademica. Riportiamo una riflessione di LINK BOLOGNA-Studenti Indipendenti, che prova ad andare oltre il tornello, per chiedere alla comunità accademica tutta, ancor prima delle risposte giuste, di porsi le giuste domande.

In questi giorni l’Università di Bologna è stata al centro del dibattito pubblico locale e nazionale, per i fatti seguiti all’installazione dei tornelli all’ingresso della Biblioteca di Discipline Umanistiche di via Zamboni 36. Un dibattito che si è mostrato spesso autoreferenziale, incapace di guardare oltre il tornello che, singolarmente preso, impedisce di svolgere una riflessione più approfondita. Il dibattito pubblico – dicevamo – si è contraddistinto per superificialità e non è riuscito nemmeno a far passare la gravità dell’intervento della Celere in antisommossa per sgomberare l’autogestione della biblioteca. Mai la polizia aveva osato entrare in una biblioteca della nostra università, nemmeno quando – nel ‘77 – Cossiga mandò i carri armati in Via Zamboni contro le proteste studentesche. Detto questo ribadiamo, come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, che come rappresentanti degli studenti interrogheremo sia il Rettore sia il Senato Accademico sulla gestione repressiva degli avvenimenti, che ha finito solamente per alimentare la tensione.

Vogliamo però andare oltre, proponendo una nostra riflessione articolata che vada oltre la dicotomia “tornello sì, tornello no”. Partiamo dalla considerazione che la decisione dell’installazione dei tornelli è stata presa senza coinvolgere la rappresentanza studentesca, come tra l’altro molti studenti – intervistati da Radio Città del Capo sui fatti di questi giorni – hanno fatto notare. Questo è solamente uno dei segnali con cui la democrazia – nel nostro Ateneo ma non solo – viene vista solamente come prassi formale, svuotata di fatto di un peso e di un significato. Lo abbiamo visto in questi mesi occupandoci dell’introduzione di nuovi numeri chiusi: siamo riusciti ad evitare l’introduzione dell’accesso programmato a Scienze della Comunicazione, ma non a Statistica e in numerosi corsi di Scienze Politiche dove – nonostante i ripetuti pareri contrari del Consiglio degli Studenti – il numero chiuso è stato alla fine introdotto. Piuttosto che ascoltare gli studenti, l’Università ha tirato dritto per la sua strada, intenzionata non a evitare nuove barriere nell’accesso al mondo della formazione ma a attivare nuovi corsi “vetrina” (verso cui indirizzare docenti e punti organico) cogestiti tra università e imprese private, asservendo ancora di più i saperi al mondo delle imprese e ai suoi interessi particolari. Su questo tema democratico non transigeremo: non accetteremo più che il ruolo della rappresentanza studentesca sia ridotto a suppellettile, alla ratifica di decisioni già prese, a partire dalle prossime settimane nelle quali avvieremo la nostra campagna per riformare una tassazione universitaria particolarmente regressiva in confronto ad altri atenei italiani (vedi Torino).
Andando poi più nello specifico su ciò che non si dice sui fatti di questi giorni, partiamo dalle motivazioni con cui sono stati giustificati i tornelli. Ragioni di sicurezza, si è spesso detto. Ragioni su cui riflettono molti studenti e molti lavoratori – compresi molti nostri coetanei che lavorano come precari malpagati per Coopservice – società cui l’Ateneo ha appaltato i servizi di guardiania e portierato (e sui cui salari da fame si dovrebbe aprire una discussione franca, che non può non chiamare in causa i vertici dell’Unibo). Le ragioni di sicurezza, si dice, sarebbero particolarmente rilevanti in vista del prolungamento – ancora non entrato effettivamente in vigore – dell’orario di apertura serale fino a mezzanotte. Il prolungamento d’orario, lo ricordiamo, è stato ottenuto grazie ai finanziamenti privati di una fondazione bancaria vicina ad Unicredit. Ci chiediamo se l’installazione dei tornelli, ideologicamente e materialmente, non sia in qualche modo legata alla privatizzazione strisciante che la natura di questo finanziamento comporta: ci pare chiaro che una fondazione bancaria privata abbia tutto l’interesse a promuovere un’università vetrina – come quelle del Regno Unito – fondata sulla distanza da un tessuto cittadino attraversato da povertà, esclusione, marginalità sociale.
Ecco, veniamo al punto che ci preme affrontare di più. La questione “sicurezza” – che esiste – è legata ad una zona universitaria dove convivono stili di vita differenti, alcuni dei quali segnati profondamente dall’abbandono delle politiche di welfare municipale e di assistenza sociale. Ora alcune persone colpite da questa marginalità sociale utilizzano i bagni del 36 per lavarsi, alcuni tossicodipendenti – allo stesso modo – vedono quegli stessi bagni come uno dei pochi posti pubblici su cui fare affidamento. Pensiamo che – anzichè focalizzarci sul tornello – dobbiamo gridare tutto il nostro sdegno verso politiche statali e comunali che hanno pesantemente tagliato la spesa sociale e l’assistenza verso i più deboli – che le retoriche della paura vogliono ridurre, come diceva Bauman, a “vite di scarto”. Gridiamo il nostro sdegno verso il pareggio di bilancio, il patto di stabilità interno, i tagli statali agli enti locali che ne hanno ridotto pesantemente la possibilità di investimento. Gridiamo il nostro sdegno verso politiche municipali di riduzione dei fondi per l’assistenza sociale. Scelte politiche, anche qui: provvedimenti come la privatizzazione delle farmacie comunali e i finanziamenti pubblici alle scuole materne private hanno svuotato e svuotano le casse comunali, finendo per avvantaggiare pochi a discapito di tutti. E di fronte a questo vuoto, di fronte alla presenza non sufficiente di unità mobili di strada, di fronte allo smantellamento di politiche di riduzione del danno per consumatori di droghe ad alto rischio, l’unica risposta – del tutto cosmetica e inutile – che viene messa in campo sono polizia, telecamere, retorica securitaria. Tutti d’accordo – con svarie sfumature – dal Pd alla Lega. Notizia di questi giorni è che non riaprirà il drop-in, punto di accoglienza per consumatori di droghe difficilimente intercettabili con altri servizi: Salvatore Giancane, medico tossicologo del Ser.T, ha spesso criticato queste politiche di abbandono delle esperienze di riduzione del danno. Di stanze del buco – esperienze che in altri paesi hanno avuto buonissimi risultati – nemmeno si parla a livello locale e a livello nazionale.
Ora noi non pensiamo che l’università si debba fare carico delle mancanze del comune. Ma non pensiamo nemmeno che l’università debba essere una torre d’avorio sul modello anglosassone. Non vogliamo un’università svuotata della sua funzione sociale, non vogliamo un’università con rette astronomiche e senza diritto allo studio (è l’università che a furia di tagli e privatizzazione stanno costruendo in questi anni e a cui stiamo provando ad opporre la nostra proposta di legge d’iniziativa popolare sul diritto allo studio, che ha raccolto 57.000 firme in tutto il paese e che a breve sarà discussa in Parlamento). Non vogliamo un’università calata in una zona universitaria ripulita dai poveri, messa continuamente a profitto e nella quale non ci sia posto per chi non può consumare perchè non può permetterselo. Noi pensiamo che il compito dell’università non sia quello si sfornare laureati, di ridurre il sapere all’acquisizione di CFU, di costruire i precari di domani che studiano soltanto quello che serve a questo modello produttivo ed economico fondato sulle diseguaglianze sociali, sulla guerra, sulla devastazione dell’ambiente. Pensiamo che il nostro compito – come studenti – sia quello di batterci per la liberazione dei saperi dalle logiche di mercato. Quello che studiamo deve servire a migliorare la società in cui viviamo. Proprio su questi temi della zona universitaria, pensiamo che i molti studi, le molte ricerche, le molte idee, frutto del lavoro di docenti, ricercatori, studenti possano e debbano servire a migliorare un dibattito pubblico sterile, a fare proposte dove la poca lungimiranza della nostra politica ha prodotto il vuoto, a trasformare in meglio la vita di tutti. Quanti di noi hanno studiato – in antropologia sociale, in sociologia urbana, in tanti altri corsi di studio – qualcosa che potrebbe essere utile a migliorare la città e il quartiere che attraversiamo tutti i giorni? Se recuperassimo noi – come studenti cui è stato detto che studiare serve solo a meglio competere sul mercato del lavoro della precarietà – dal basso, un’altra idea di università che abbia un ruolo sociale e che ci trasformi finalmente in cittadini che possono incidere sul cambiamento generale che è ogni giorno di più necessario?
Guardiamo oltre il tornello. Parliamo del ruolo che vogliamo per noi e per la nostra università. Vogliamo essere soltanto quelli che – in questa città – sono consumatori che ingrassano la rendita di un mercato immobiliare dai prezzi stellari? Vogliamo che la nostra università e i nostri saperi siano considerati utili se hanno un valore di scambio e “rami secchi” da tagliare se non lo hanno? O vogliamo che quello che studiamo ogni giorno abbia un valore sociale e dia soluzione a tanti problemi che viviamo quotidianamente? Noi pensiamo che, dopo gli eventi di questi giorni più di prima, ci sia bisogno di partecipazione studentesca e di riappropriazione della funzione sociale dei nostri luoghi del sapere.