Statuto approvato a Padova

Statuto approvato a Padova

by / Commenti disabilitati su Statuto approvato a Padova / 13 View / 27 luglio 2011

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Oggi si chiude un capitolo durato due anni. Per noi, che abbiamo seguito la genesi di questa Riforma dell’Università dalla sua approvazione in Consiglio dei Ministri, nel Novembre 2009, sono stati due anni di impegno costante, serio, programmato. Oggi il Senato Accademico ha approvato il testo dello statuto d’ateneo,  figlio della Legge Gelmini che questo autunno ha portato migliaia di studenti a mobilitarsi in difesa dell’Università pubblica. Il nuovo statuto ha fatto proprio lo spirito aziendalista della legge senza tenere conto delle richieste dei tanti studenti, ricercatori, precari, tecnici, dottorandi che vivono l’università. Al contrario le logiche prevalse sono sempre state quelle volute dai baroni per tutelare i loro interessi e garantirsi il potere all’interno dell’ateneo in modo ancora più assoluto.

Ecco perché il nuovo statuto ha ricevuto il nostro voto contrario sia in Consiglio di Amministrazione che in Senato Accademico. Marco Maggioni (che è stato anche membro della commissione redigente lo statuto) ha espresso preoccupazione per una nuova carta costituente che lascia studenti, precari, tecnici amministrativi ai margini della comunità accademica, limitando la partecipazione e concentrando il potere in un consiglio di amministrazione non elettivo; Giovanni Zamponi ha espresso in Senato la sua contrarietà dopo che anche una delle poche conquiste studentesche (quella delle assemblee periodiche di Scuola e corso) è stata cancellata dal consesso. Delle tante proposte avanzate in commissione e negli organi, tutte quelle che avrebbero inciso in modo serio sulla partecipazione sono state respinte, se non, ancora peggio, denotate in modo semplicistico come “contro l’interesse dell’ateneo”. E’ chiaro che per il Rettore l’interesse dell’ateneo è determinato solo dai potentati interni all’ateneo e non anche della volontà di migliaia di studenti, tecnici, ricercatori, docenti e precari che danno forma e sostanza alla nostra università e che non sono rappresentati dalle varie lobby accademiche.

Non è invitando delle delegazioni alle riunioni della commissione statuto e poi ignorando sistematicamente le proposte ricevute (salvo per qualche nota nei principi generali del testo) che si può dire di aver fatto tutto il possibile per garantire comunicazione e partecipazione. Due riunioni e ben quattro riassunti via e-mail, in sei mesi non sono informazione. E, se il processo di scrittura del nuovo statuto è stato centralistico e chiuso (a partire dalla nomina dei membri della commissione, scelti dal Rettore e avallati dagli organi), il documento che domani andrà al Ministero per l’approvazione definitiva non prevede nessuna forma di bilanciamento seria per compensare l’esclusione delle componenti deboli dal governo dell’UniversitàE’ stata negata la percentuale minima di legge per le rappresentanze studentesche per i consigli di dipartimento, è stato negato un posto fisso ai PTA in CdA, è stata respinta ogni proposta di inserire i precari della ricerca negli organi.

E’ ancora più incredibile che gli altri rappresentanti degli studenti presenti, compresi quelli di Ateneo Studenti (Comunione e Liberazione) e quelli di Studentiper-UDU, vicini a CGIL e PD (che han sempre detto di opporsi alla Gelmini), abbiano dato il loro appoggio a questo statuto che danneggia gli studenti, scegliendo una logica politica di compromesso che noi abbiamo sempre denunciato.

Crediamo che questo sia un triste epilogo per un’opportunità che, come ateneo, avevamo di fronte. Siamo stati chiamati ad adattare il nostro statuto ad una legge che non ci piaceva, e non siamo stati capaci di sfruttare l’occasione per accorciare le distanze fra chi comanda e chi subisce le decisioni, per creare nuovi strumenti di partecipazione, per costruire un’università che davvero rispecchiasse un modello nel panorama nazionale. E quello di cui parliamo non sono utopie: basta vedere atenei come Trieste, dove il Rettore è eletto da tutti i rappresentanti degli studenti e da tutti i dipendenti con voto intero, o Salerno, dove sono previste forme di consultazione della comunità accademica sui temi fondamentali, veri e propri Referendum Universitari. Non ci sarebbe voluto molto, ma anche questa volta si è scelto di non intraprendere il sentiero della partecipazione: la rivoluzione Francese, per l’Università di Padova, è ancora lontana.