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Serve la cooperazione, non la competitività

by / Commenti disabilitati su Serve la cooperazione, non la competitività / 12 View / 11 febbraio 2012

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Il Governo Monti ripone nelle liberalizzazioni l’aspettativa di dare al Paese la “scossa” che serve per far ripartire la crescita; senza la tenuta del Pil, infatti, gli sforzi richiesti ai cittadini con il decreto salva-Italia rischiano di essere vanificati dal loro esito depressivo in un fragile contesto internazionale.

Il mondo delle Università, sebbene ancora impegnato nella fase attuativa della legge Gelmini e dopo i tagli del 2010 e del 2011, è stato coinvolto a proposito dell’abolizione del valore legale del titolo di studio, per la quale il Governo ha correttamente solo deciso di aprire una discussione. La questione però resta, in particolare l’idea che l’abolizione del valore legale favorisca la competizione fra atenei.
Riteniamo sia giusto promuovere la competizione fra Università; tuttavia, affinché non sia solo una dichiarazione di intenti, occorre innanzitutto definirne il significato e soprattutto le regole. La competizione c’è, solo se fondata su un sistema di regole esplicite, trasparenti e applicabili per tutti. Per questo dobbiamo rispondere alla domanda: su cosa competono gli atenei?

Proviamo sinteticamente a dare una risposta e solo successivamente chiediamoci se quella del valore legale sia davvero questione preliminare da dibattere.
A nostro avviso, le Università competono intorno a tre fattori: il fattore umano (reclutamento, remunerazione e motivazione dei docenti); il fattore dotazioni (infrastrutture per gli studenti e la ricerca, residenze e accessibilità); il fattore “contesto ambientale” (costo e qualità della vita, opportunità). Promuovere la competizione significa agire su questi elementi. Si pone dunque una seconda domanda: a chi spetta il compito di regolare l’azione dei fattori?

Supponiamo che sia soprattutto compito dello Stato. E così dobbiamo rispondere a un terzo quesito, ovvero: cosa deve fare subito un Governo che avesse questo intento? A nostro avviso nell’ordine, dovrebbe: 1) regolare il reclutamento introducendo soglie nazionali per l’accesso, lasciando poi agli atenei la possibilità di chiamata; 2) lasciare agli atenei una discrezionalità nella remunerazione dei docenti, come avviene nelle migliori Università del mondo; 3) finanziare la didattica degli atenei con uno standard per studente a seconda dei corsi di laurea; 4) finanziare la ricerca sulla base dell’output scientifico dei singoli Atenei, valutato con riferimento a standard di qualità e non solo di quantità; 4) porre un tetto massimo alle rette per gli atenei statali, tenendo conto dei contesti locali; 5) favorire la cooperazione fra atenei per generare reti di eccellenza e sinergie nell’offerta formativa; 6) valutare i risultati degli atenei periodicamente; introducendo premi e disincentivi.

A che punto siamo a proposito degli obiettivi sopra esposti? Una prospettiva si è delineata solo nel caso del primo, quello del reclutamento: la legge Gelmini prevede correttamente l’abilitazione nazionale, anche se dopo oltre un anno dalla sua approvazione siamo ancora all’iter attuativo. Per gli altri non si vede granché di significativo all’orizzonte. È bene quindi che ci si concentri su questi traguardi creando un quadro di regole, cioè le condizioni di contesto che favoriscano la vera competizione e che valgano per tutti.
Tenendo conto di un fatto: la questione “quale Università?” è inscindibile dalla questione “quale Paese?” Una cosa è “competere” (cum-petere) per tendere a un obiettivo comune, l’innalzamento della qualità del sistema Paese, in tutti gli ambiti; altra cosa è trincerarsi dietro agli slogan della competizione per ampliare ex ante differenze ingiuste che trascinerebbero in basso tutto il sistema universitario e tutto il sistema Paese. L’idea che la competitività sia complementare e non in antitesi alla cooperazione è per noi la prospettiva valida, nell’università come in altri ambiti, affinché l’Italia concepisca le sue diversità come risorsa e non già come oggetto di divisione. E si salvi nei conti salvando anche il suo futuro.

(10 febbraio 2012)- Il Sole 24 Ore

Mauro Ceruti è professore ordinario di Filosofia della scienza (Università di Bergamo), senatore e membro della Commissione Istruzione del Senato
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fano Paleari è professore ordinario di Analisi dei Sistemi Finanziari, Rettore dell’Università di Bergamo, Segretario Generale della Crui (Conferenza dei Rettori delle Università italiane)