Rispondere alla sfida per un’università libera e gratuita. Non è che l’inizio.

by / Commenti disabilitati su Rispondere alla sfida per un’università libera e gratuita. Non è che l’inizio. / 169 View / 23 aprile 2017

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Negli ultimi mesi tutti gli atenei d’Italia stanno affrontando discussioni anche molto diverse sulla riforma della tassazione, e queste sono ricche di stimoli da approfondire e indagare per proseguire la battaglia contro i costi dell’università, per farci spazio nelle maglie dei bilanci, dei tagli al finanziamento ordinario post-riforma Gelmini. Dopo anni di vertenze e mobilitazioni per la piena accessibilità dell’università il Governo, nell’ultima legge di Stabilità, ha approvato una ‘no tax area’ per chi ha un ISEE inferiore a 13.000 euro; si tratta di un piccolo passo in avanti nella direzione della completa gratuità dell’alta formazione, che incontra però numerosi scogli. Le amministrazioni dei nostri Atenei, infatti, anche se riceveranno direttamente dallo Stato una somma equivalente a quella delle mancate entrate derivanti dall’applicazione della no tax area, propongono l’aumento delle rette massime, di quelle per gli studenti fuori corso e inattivi, o peggio un incremento sostanziale per tutti coloro i quali hanno reddito superiore ai 20mila euro ISEE.
In un’università ridotta in macerie, persino una misura di tutela per chi ha redditi bassi diventa uno strumento di esclusione contro altri studenti e studentesse, per continuare a propugnare finte retoriche di merito che impongono la laurea in tempo senza badare alla qualità del percorso di studio, per mettere in competizione gli studenti tra loro.

Fuori dal ricatto, nessuno paghi per la no tax area

La contemporanea, o quasi, discussione sulla riforma tasse in tutti gli atenei ci pone davanti ad una grande sfida: in primis ottenere l’ampliamento della no tax area (come sta avvenendo a Bologna, a Ferrara, a Pisa e Firenze), e inoltre, nel contrastare le misure che vorrebbero un aumento delle tasse per gli altri studenti, far esplodere la contraddizione tra atenei e Governo, affinché finalmente si riapra una battaglia generale per l’aumento dei finanziamenti ordinari, che permetta di tornare a far respirare i nostri dipartimenti.
Nel Paese con il più basso numero di laureati d’Europa, in cui la tassazione è la più alta dopo l’Inghilterra e l’Olanda; nel Paese che più di tutti ha utilizzato la crisi economica del 2008 per definanziare in tronco l’istruzione pubblica; nel Paese che ha perso 65mila iscritti all’università in 10 anni; nel Paese con la disoccupazione giovanile che continua drammaticamente ad assestarsi intorno al 40%, non possiamo accettare finanziamenti a piccole dosi, distribuiti in modo premiale. L’investimento nella formazione non può essere prerogativa privata e individuale, non può essere motivo di indebitamento per le famiglie o pesare sul fragile futuro di questa generazione, non può essere fonte di ricatto e di esclusione. L’abbiamo già detto questo autunno: non accetteremo che il diritto allo studio per tutti continui ad essere, in realtà, un privilegio per pochi. Abbiamo pazientato troppo, adesso riteniamo non più rinviabile l’apertura di un dibattito politico sulla completa gratuità della formazione e dell’Università.


Disfare l’Università neoliberale

Se da una parte il governo si è prodigato per introdurre la no tax area, dall’altra ha pensato bene di non investire sull’università, che dal 2010 a oggi ha subito tagli per più del 20% dell’FFO. In tutto ciò gli Atenei del meridione, oltre a continuare a perdere iscritti, hanno perso ulteriori finanziamenti, docenti e personale tecnico. I corsi a numero chiuso, dopo le modifiche al decreto che definisce l’accreditamento di sedi e corsi, tornano a crescere, escludendo migliaia di studenti dai luoghi della formazione.

Non di poco conto è l’approvazione definitiva de La Buona Scuola, che introduce l’INVALSI nel curriculum dello studente, facendo della valutazione un metro per classificare studenti e studentesse anche per l’accesso ai gradi di formazione superiori. Si scopre così il volto ideologico di questi test che, da strumento narrato come funzionale alla valutazione del sistema scolastico, si è palesato come dispositivo per valutare i singoli studenti e punirli.

Già dai prossimi mesi inizia il percorso ad ostacoli insopportabile e pervasivo con cui migliaia di giovani studenti e matricole si andranno a confrontare/scontrare, dalla schedatura delle prove invalsi ai famigerati test d’ingresso. Anche per questo il 9 Maggio dalle scuole e dalle Università ci mobiliteremo per rompere barriere economiche ed esclusione. Ci mobiliteremo perchè non accettiamo il silenzio assordante e la completa assenza di democrazia con cui si stanno approvando le deleghe della buona scuola, perchè sul nostro futuro decidiamo noi, pronti a riscattare una generazione intera!
Ma il processo di ristrutturazione neoliberale dell’università non termina con i meccanismi selettivi appena descritti. Infatti il Ministero, come se non bastasse l’estrazione di valore che si compie attraverso gli sfruttatissimi stage e tirocini curriculari ed extracurriculari, sta preparando le lauree professionalizzanti, cioè l’attivazione di corsi triennali legati ad un’azienda in cui svolgere fino a 60 cfu di tirocinio con copertura occupazionale dell’80% degli studenti per la sopravvivenza del corso, e fondi premiali per ‘super dipartimenti’. In questo modo l’ateneo diventa un perfetto incubatore di precariato e una palestra di sfruttamento, che dietro la continua istanza di sapere spendibile in un mercato del lavoro malato, funzionalizza il sapere e crea l’esercito di riserva.

Il riscatto possibile

Dopo ormai anni dalla trasformazione della governance dei nostri atenei, verso un’impostazione sempre più aziendalista e chiusa, dobbiamo continuare ad interrogarci su come mutiamo i nostri strumenti di protagonismo in leve d’opposizione per aprire spazi e produrre avanzamenti sostanziali. Il nostro compito irrinunciabile è quello di interrogarci su come continuare a dare agibilità politica alle vertenze universitarie per attaccare il sottofinanziamento dell’università, postulato dell’Università post-Gelmini, per rovesciare il paradigma su cui si basano tutti gli interventi governativi degli ultimi anni volti a trasformare la nostre accademie, chiudendo gli spazi di confronto e discussione democratici in nome dell’efficienza e della competizione.

Oggi l’Università rappresenta un potenziale terreno di scontro tra due modelli di società. Quella che si riproduce sulle asimmetrie formative e sul principio del più forte e meritevole e quella che nel rilancio della formazione gratuita e di qualità individua la strada per un diverso modello di sviluppo e di società, basata sulla giustizia sociale e sull’eguaglianza sostanziale.
A partire dai bisogni di chi la vive e da come si vive, dalla messa a critica del sapere unico e parcellizzato, dal rifiuto del modello di inclusione differenziale, alla ricomposizione di una soggettività che sappia opporsi alla riproduzione sociale, ai tagli del diritto allo studio, attraverso la costruzione processuale di iniziativa vertenziale e microvertenziale cogliendo le contraddizioni che di volta in volta vengono a galla, abbiamo l’opportunità di disarticolare dal basso le tendenze trasformative neoliberali.
Una grande dimostrazione di consapevolezza e forza per la costruzione di una proposta e l’apertura di alternative all’interno di questo contesto soffocante è stata la raccolta di 57 mila firme per All In – una legge di iniziativa popolare che questo autunno ha posto le premesse rivendicative per un reale welfare studentesco, per l’applicazione sostanziale del diritto allo studio e sul percorso della gratuità degli studi.
Questa non vuole essere una riflessione compiuta, ma qualche appunto sparso e non esaustivo per continuare a interrogarsi su come farsi spazio nel panorama preoccupante sopra descritto: oggi è più che mai urgente lavorare per far esplodere le contraddizioni insite nel sistema universitario, per toccare i nervi scoperti nella narrazione neoliberista e, con tutti gli strumenti a nostra disposizione, segnare un orizzonte ampio e generale, così da riscattarci finalmente dalle miserie dell’Università italiana.