Questione meridionale in Università: un’urgenza non più rimandabile

by / Commenti disabilitati su Questione meridionale in Università: un’urgenza non più rimandabile / 223 View / 24 settembre 2015

Negli scorsi giorni Gaetano Manfredi, Rettore della Federico II di Napoli, è stato eletto Presidente della CRUI, la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane. Un organismo che da sempre rappresenta uno degli interlocutori privilegiati del MIUR, ma che ha storicamente avuto limiti strutturali nel rappresentare l’intera comuinità accademica. Troppo spesso la CRUI è stata espressione degli interessi dei vertici degli atenei, senza dare spazio alle istanze di ricercatori, precari e studenti che quotidianamente fanno vivere l’Unviersità Publica. E’ per noi un esempio lampante di questa dinamica il sostegno garantito dalla CRUI soto la presidenza di Enrico Decleva alla c.d. Riforma Gelmini (l. 240/2010).

L’elezione di Manfredi avviene in una fase in cui da più parti si professa la necessità di intervenire con nuove misure sull’Università Pubblica. Non ci sembra che questo dibattito si stia focalizzando nella maniera più efficace sui reali problemi dell’Università, anzi riteniamo che la retorica martellante sul sistema di valutazione e sulla differenza fra atenei di Serie A e Serie B siano emblematici del rischio di ricadere negli errori che sono alla base delle storture attuali del sistema.

Tuttavia, il neo-presidente CRUI in un’intervista rilasciata al Sole 24 Ore si concentra su nodi importanti e da approfondire: rifinanziamento del FFO, nuovi investimenti sul dirito allo studio, assunzione di giovani ricercatori, scatti stipendiali bloccati da anni. Sono punti che devono essere messi in connessione in una visione generale dell’Università, che non può non partire dal drammatico divario che le politiche scellerate degli ultimi anni hanno prodotto fra gli atenei del centro-nord e gli atenei del sud.

Affrontare la “questione meridionale”, significa confrontarsi con dati macroeconomici che periodicamente delineano un quadro tragico, aggravato maggiormente dalle politiche di austerità imposte dai diktat della tecnocrazia europea e accettate supinamente dai vari governi che si sono succeduti dal 2011 ad oggi. Le cifre SVIMEZ parlano di un divario che cresce sempre di più, e di un paese che va ad una doppia a velocità, con il PIL che dal 2001 ad oggi è calato del 7,2% al sud, mentre al centro-nord è aumentato del 2%, e una povertà che nel meridione colpisce un italiano su tre, mentre al nord, uno su dieci. Il welfare, indebolito e impoverito da più di un decennio di politiche neoliberiste, è incapace di rispondere alla miseria, sempre più preponderante nei territori del mezzogiorno, che costringe larghe fette di cittadini a vivere situazioni di ricatto sia lavorativo, che malavitoso.

Anche gli atenei meridionali risentono di questo stato di crisi profonda: le negative dinamiche nazionali si aggravano nelle regioni meridionali, con meno corsi di dottorato, meno ricercatori assunti, meno servizi. Tutto questo viene pagato in primis dagli studenti, i quali molto spesso vedono come una chimera l’ottenimento di una borsa di studio, o l’ottenimento di un posto alloggio in uno studentato.

La dimensione del problema quando parliamo di diritto allo studio è di proporzioni drammatiche: il 30% degli idonei alla borsa di studio dello scorso anno rischia di perderla a causa dei nuovi sistemi di calcolo di ISEE e ISPE. Un taglio mascherato che nel Sud si somma a problemi ormai cronici. Innanzitutto il sistema di finanziamento del diritto allo studio, ignorando il divario economico fra le varie regioni, tende ad elargire finanziamenti a quelle più “virtuose”, magari non strette all’interno dei vincoli di stabilità, che anche per precise scelte politiche, fanno ricadere gli effetti negativi di questi obblighi di bilancio sullo stato sociale. Il tutto dà vita anche ad un’emigrazione forzata verso quei territori che, al contrario di quelli meridionali, possono garantire la certezza di portare a termine gli studi, impoverendo il sud anche di risorse umane.

Questo aumento di diseguaglianze è particolarmente influenzato anche dalle valutazione provenienti dall’ A.N.V.U.R., che, attraverso i suoi indicatori, porta avanti un meccanismo di valutazione punitiva finalizzata che sta portando al collasso gli atenei ritenuti meno meritevoli di altri. Questo dispositivo di valutazione sfavorisce con maggior violenza gli atenei meridionali, distribuendo la maggior parte delle poche risorse, insufficienti al finanziamento del sistema, verso il nord.

Esempio ne è l’ultima ripartizione dei punti organico, ch determinano le possibilità di turn over di docenti per ciascun ateneo. Quest’anno il divario tra gli atenei del nord e quelli del sud, si è attestato a circa 18 punti organico, con una perdita di 29 e 19 punti, rispettivamente per Sicilia e Campania. Anche i criteri di ripartizione della quota premiale del Fondo di Finanziamento Ordinario sono diventati una clava contro gli atenei meridionali perché questi – tenendo conto del rapporto fra entrate da tasse, entrate da F.F.O. e spese – risentono della minore capacità reddituale delle famiglia di pagare tasse alte, e penalizzano quegli atenei che si trovano in territori più poveri.

Le dichiarazioni di Manfredi su diritto allo studio, scatti stipendiali e assunzioni di giovani ricercatori sono per noi punti fondamentali sui quali confrontarci, ma dobbiamo allargare lo sguardo ai sistemi di valutazione, ai criteri di redistribuzione delle risorse e all’aumento delle tasse universitarie che aggravano le disuguaglianze anziché risolverle positivamente. Infine, è urgente prendere atto della “questione meridionale” che per i giovani del Sud rappresenta un’ipoteca sul proprio futuro e che deve essere affrontata a partire dal ruolo dell’Università: dobbiamo trasformala da luogo escludente e sottofinanziato, a vettore di emancipazione e di trasformazione della realtà in un rapporto virtuoso con il territorio.

Rivolgiamo questa riflessione al neo-presidente Manfredi, proveniente dal più grande ateneo del Mezzogiorno, ma soprattutt al Governo, ribadendo l’urgenza di un cambio di rotta radicale delle politiche sull’Università Pubblica, per anni vittima di un disegno strategico che ha voluto ridimensionare il sistema e aprire un processo storico di esclusione sociale dai più alti gradi della formazione. Siamo pronti a mobilitarci a partire dal 9 ottobre, perché vogliamo poter studiare nei nostri territori e non essere costretti ad emigrare per la mancanza totale di prospettive e di futuro!

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