Precarietà per tutti? Mobilitiamoci subito, mobilitiamoci insieme

by / Commenti disabilitati su Precarietà per tutti? Mobilitiamoci subito, mobilitiamoci insieme / 9 View / 24 marzo 2012

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L’attacco ai diritti arriva al suo stadio finale.  Lavoro, saperi, diritti della persona sono messi in discussione con una facilità a dir poco impressionante. E’ questo il tempo del Governo Monti, del Ministro Fornero, dei professori e dei falsi tecnici al governo del Paese.  In queste settimane, hanno provato a convincerci di aver finalmente rotto quello che loro chiamano una dualità: da una parte il lavoro tutelato, e dall’altra quello precario.

Solo in queste ore, leggendo il testo della trattativa, ci pare chiaro che hanno si, cancellato la dualità, ma nel senso opposto all’equità e la giustizia sociale che promettevano mesi fa. Tutto il lavoro, con questa riforma, diventa completamente precarizzato, un salto di “qualità” che rompe ogni forma di garanzia ai lavoratori in cambio di qualche piccolo miglioramento, di disincentivo per le imprese per assumere con contratti precari.

Ma davvero dopo questa riforma del mercato del lavoro esisteranno contratti precari e non? Se dai contratti a tempo determinato e indeterminato viene cancellato l’art 18 e viene inserita la possibilità di licenziare per ragioni economiche ci sono davvero dei contratti per i “garantiti” e altri per i “non garantiti”? E se si viene licenziati senza giusta causa anziché essere reintegrati puoi mendicare un indennità di 15 mesi è davvero così ancora netto il confine tra precarietà e stabilità? O la stabilità è solo la durata del tempo del contratto? L’attacco quindi all’articolo 18 dopo 10 anni ritorna prepotente. Dicono, nei talkshow che la difesa di questo articolo è solo un fattore ideologico perché i casi di licenziamento senza giusta causa si contano sulle dita e perché i lavoratori interessati sono una percentuale residuale. Ora, oltre al fatto che stiamo parlando di oltre 6 milioni di lavoratori che godono delle tutele dell’articolo 18, ci chiediamo due cose:

1 Perché se è davvero così residuale questa norma c’è bisogno di metterci mano? Perché se riguarda pochissimi lavoratori licenziati senza giusta causa bisogna con così tanta ansia “innovare” questo sistema?

2 Perché se non esistono, come dicono, imprese che licenziano senza giusta causa dovremmo inserire la regola che queste possono licenziare per motivi economici e in particolare impedire il reintegro dei lavoratori, sostituendovi un’indennità di appena 1 anno e 3 mesi?

La risposta ci appare lampante. L’articolo 18 non tutela solo chi ha fatto una causa per licenziamento senza giusta causa. Tutela tutti i lavoratori! Tutela perché costringe le imprese a farsi due conti prima di mettere alla porta un lavoratore. E questo, dentro un sistema del mercato del lavoro che vuole un esercito di precari, disposti a lavorare molte ore, per poco tempo a basso salario e senza qualità, comincia ad essere insostenibile.

Vogliamo quindi dire una chiara cosa. Ci raccontano ormai da anni che la flessibilità, che oggi è palesemente precarietà, avrebbe aumentato l’occupazione e la produttività. Falso. In questi mesi, in questi anni, a seguito dell’entrata in vigore della legge Biagi, i posti di lavoro non sono aumentati, è aumentato il numero di persone che occupa lo stesso posto di lavoro in alcuni casi, ma soprattutto è falso che è aumentata la produttività.

Nel sistema liberista, infatti, specialmente in Europa, non conta la quantità di produzione nel Paese, ma la qualità. La perdita di qualità del lavoro corrisponde, a nostro modo di vedere, proprio con la precarietà e quindi con la mancanza di una stabilità, che in questo caso corrisponde all’esperienza del lavoratore, e di una formazione continua. Il problema della produttività di questo Paese è l’assenza di un piano strategico economico e industriale che rilanci la produzione, la ricerca e la qualità da Forse i professori di questo Governo, dovrebbero cambiare per una volta, chiave di lettura e cominciare a mettere in discussione il modello di mercato del lavoro italiano.

Questa riforma, infatti, non è una riforma strutturale. E’ una regolamentazione peggiorativa della legge 30, la legge delle 46 tipologie contrattuali. Non si eliminano i contratti, ma si aumenta in maniera residuale  il costo dei contratti. Poca roba, se questi diventano la regola, come i dati di questi anni ci raccontano. Poca roba se scompare e si assottigliano le tutele, gli ammortizzatori. Il disincentivo presto infatti sparirà e resterà soltanto un discrimine profondo. Quello che emerge in queste ore dai giornali e dalle opinioni messe in campo è di una riforma che si muove su due paralleli: da una parte l’attacco all’art 18 dello statuto dei lavoratori e dall’altra invece una riforma degli ammortizzatori sociali che, con la scusa dell’universalità, riduce le risorse per le forme di welfare fuori dal lavoro: la cassa integrazione, l’assegno di disoccupazione. Universale poi, è un’altra delle bugie raccontate in questi mesi, insieme a quella dell’equità: le forme di ammortizzazione si estendono solo ad alcune forme precarie, lasciando però senza tutti i contratti parasubordinati: i co.co.co., co.co.pro, i contatti a chiamati, le forme contrattuali, forse tante, troppe, che hanno nella loro composizione la regola del licenziamento facile, oltre che una retribuzione bassissima, e che rischiano in questo modo di diventare il vero contratto unico, le vere tipologie che le imprese e le aziende sceglieranno.

Abbiamo sempre avuto un’idea diversa di welfare: si universale, ma che si caratterizzasse proprio come forma di assistenza del lavoro, nel lavoro e fuori dal lavoro, per ogni tipo di attività, che riconoscesse il vero ruolo di chi sta nei cicli produttivi, che redistribuisse le ricchezze della produzione, che liberasse il lavoro e non renderlo merce. Invece oggi in nome della produttività il lavoro diviene merce di scambio, e non attività in grado di nobilitare gli uomini. . Il lavoro disegna in maniera chiara l’idea di paese, di democrazia , di sistema che si vuole creare. Ed è per questo che nei prossimi mesi dobbiamo mettere al centro, la difesa dell’idea di lavoro e della sua dignità da questo Governo rappresentante delle banche e della finanza. Si modifica l’indennità di disoccupazione e la mobilità con l’ASpI (Assicurazione sociale per l’impiego); la cassa integrazione ordinaria e straordinaria con l’istituzione dei fondi di solidarietà; le nuove prestazioni per i lavoratori anziani esodati (un anticipo di 4 anni dell’età pensionabile).

Infine, mentre si eliminano gli stage post laurea, una grande iniquità che abbiamo vissuto in questi anni di deregolamentazione del mercato del lavoro, di giovani costretti a lavorare per lunghi periodi praticamente a costo zero,  si inserisce come regola di ingresso nel mercato del lavoro la formula dell’apprendistato, e cioè di forme contrattuali deboli, con basse retribuzioni, senza tutele e temporalmente molto brevi. Le condizioni del lavoro per le giovani generazioni rischiano di peggiorare sensibilmente, altro che gavetta!

Non c’è dubbio. Questa Primavera dovremo dare battaglia unendoci con il mondo del lavoro e della società civile per costruire una battaglia di civiltà. Non possono passare queste norme, non questa volta. Assieme possiamo farcela. Dobbiamo esserne convinti, mobilitarci da subito, cambiare la direzione che voglio far prendere alla storia.

Rete della Conoscenza