Precari oggi, alla fame da vecchi

Precari oggi, alla fame da vecchi

by / Commenti disabilitati su Precari oggi, alla fame da vecchi / 12 View / 13 marzo 2011

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Generazione mille euro, pensione a cinquecento. è una vecchiaia da poveri, quella che attende diverse centinaia di migliaia di lavoratori precari con contratto di collaborazione esclusiva. Quelli che, oltre al rinnovo del contratto e a un lavoro migliore, sognano la “busta arancione” che i loro colleghi svedesi ricevono dallo Stato, con su scritta la probabile pensione futura. Mentre da noi a stento riescono a sapere dall’Inps qual è il montante dei loro contributi: il nostro istituto di previdenza sociale non dà stime sulla pensione di quelli che sono nella “gestione separata”, attualmente 800 mila persone. Le dà invece un rapporto commissionato dalla Cgil sulle pensioni dei lavoratori con “carriere fragili”, che mette in fila alcune ipotesi generali e alcuni calcoli specifici, su altrettante carriere-tipo, per simulare quella che potrà essere la pensione futura del mondo precario, quando i primi lavoratori, che hanno incominciato a ingrossare le fila dell’esercito degli “atipici” dalla metà degli anni ’90, incominceranno a ritirarsi, cioè intorno al 2030-2035.

 

 

Sommossa in Rete

 Da questa simulazioni, più che una busta arancione viene fuori una busta nera: secondo i dati elaborati nel rapporto da un gruppo di economisti dell’università la Sapienza di Roma, saranno in molti, tra gli attuali precari, a uscire dal mondo del lavoro con una pensione inferiore (e in alcuni casi, di molto) al loro primo reddito. E di poco superiore al livello di sussistenza dell’assegno sociale.

“Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati, rischieremmo un sommovimento sociale”. La frase è ormai celebre nel mondo dei precari. L’ha pronunciata qualche mese fa il presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua davanti a una platea di assicuratori privati ed è subito esplosa in siti, blog, forum della vasta e capillare rete dei lavoratori “para”. Poi è stata semismentita, ridimensionata, contestualizzata. Fatto sta che a tutt’oggi, a quindici anni dalla nascita della gestione separata dell’Inps (che conta circa un milione e mezzo di contribuenti attivi, 800 mila dei quali sono “collaboratori esclusivi”, dunque vivono solo della loro collaborazione) i parasubordinati sanno ufficialmente assai poco del futuro che li aspetta. Solo nell’autunno scorso sono state spedite – ha annunciato l’Inps – le lettere con l’estratto contributivo di ciascuno. E se ci si collega on line, si può avere l’ammontare dei contributi ma non il calcolo della pensione finora maturata (che i dipendenti invece possono scaricare), né alcuna stima sulla potenziale pensione a 65 anni. I tecnici dell’Inps spiegano che è oggettivamente difficile fare una cifra esatta: come si fa, per esempio, a sapere quanto guadagnerà nei prossimi trent’anni Marianna, che dall’anno scorso è collaboratrice in un grande studio grafico e prende mille euro al mese?

Si possono però fare delle ipotesi: sull’andamento del Pil, dei salari e della carriera individuale del lavoratore interessato. E le ipotesi generali sulle quali si sono basati gli economisti che hanno stilato il rapporto non sono particolarmente nere: si presume che il prodotto intorno lordo cresca dell’1,5 per cento all’anno (in termini reali, cioè depurato dall’inflazione) e che anche i redditi dei parasubordinati seguano lo stesso ritmo. Uno scenario moderatamente ottimista: oggi siamo molto al di sotto, nella crescita annuale del Pil. Bene, cosa succederebbe ai precari nel quadro ipotizzato dal rapporto?

Marianna e Daniele
Facciamo i conti in tasca a Marianna, fresca d’ingresso al lavoro, davanti al suo computer nuovo. Se Marianna continuerà a passare da un contratto di collaborazione a un altro, perdendo nel passaggio un mese all’anno (ipotesi abbastanza frequente, purtroppo) e resterà sul mercato del lavoro fino a 65 anni, quando andrà in pensione, con quarant’anni di contributi, prenderà l’equivalente degli attuali 7.890 euro: e questo perché ha cominciato a lavorare nel 2010, quando erano già in vigore le regole attuali che hanno alzato i contributi al 26 per cento. Daniele, collega di Marianna che però ha cominciato a lavorare nello stesso studio nel 1996, quando i contributi erano più bassi, al momento di andare in pensione – con quarant’anni di contribuzione – prenderà 6.719 euro lordi l’anno. Vale a dire: Daniele nel primo mese di pensione guadagnerà, in termini reali, meno della metà di quanto ha preso al suo primo stipendio, pur avendo sempre lavorato per quarant’anni di seguito. La stessa realtà si può raccontare anche in modo più crudo: all’inizio del suo lavoro, aveva un reddito di poco inferiore a tre volte l’assegno sociale, ossia il livello minimo di assistenza per gli anziani poveri. Alla fine della sua carriera, la sua pensione supererà di poco l’assegno sociale.

Si potrebbe obiettare però che non tutti restano “atipici” per sempre, che un collaboratore può diventare dipendente e migliorare la sua posizione. Non di molto, però. Nelle tabelle si vede cosa succederà in caso di “carriera mista”; cioè se Daniele o Marianna, al quindicesimo anno di contratti di collaborazione, verranno assunti come dipendenti a tempo indeterminato, e supponendo che nelloccasione il loro reddito cresca del 20 per cento. Il primo vedrà salire la sua pensione a 10.180 euro annui (cioè con il potere d’acquisto che ha oggi questa cifra), la seconda a 11.314. Non avranno da scialare, saranno al di sotto del loro salario di inizio carriera e intorno al doppio dell’assegno sociale. E andrà peggio se l’assunzione come lavoratore dipendente arriverà dopo 25 anni di lavoro.

Working poor
Cifre allarmanti. Che inquietano soprattutto per un motivo: non si parla qui di lavoratori marginali, o di gente che entra e esce dal lavoro. Ma di persone che restano sul mercato del lavoro per tutta la vita, con redditi bassi ma con una carriera contributiva costante: i working poor di oggi, i pensionati poverissimi di domani. Che non hanno neanche la possibilità di ricorrere alla previdenza integrativa, visto che con quei redditi è difficile pagarsela. Naturalmente, si può sperare che tutto si aggiusti, che per gli attuali parasubordinati si aprano carriere brillanti, che Marianna e Daniele e i loro colleghi abbiano in pochi anni stipendi quadruplicati e la possibilità di mettere da parte contributi più sostanziosi. Ma vanno anche considerati casi peggiori dei loro: come quelli dei cocopro che stanno adesso ben al di sotto dei mille euro al mese. Alcuni di loro, quando in un improvvisato gazebo fuori dalla sede centrale dell’Inps la Cgil ha fornito simulazioni della pensione futura basate proprio su questi calcoli, se ne sono andati a testa bassa: “Pensavo di prendere poco, ma non così poco”, ha commentato Giulio, addetto a un call center, dopo che gli hanno pronosticato una pensione pari agli attuali 350 euro.

espressoAndrà meglio per un precario della ricerca, che forse prima o poi riuscirà a salire in cattedra dopo tutta la trafila: dottorato, assegno di ricerca, posto da ricercatore, passaggio a professore. Alla fine il suo stipendio sarà ottimo, ma la sua pensione no, dato che risentirà del lungo periodo di bassa contribuzione (v. tabella). 
Insomma, la situazione è cupa. Anche se il protocollo sul welfare firmato da governo e sindacati nel 2007 ha posto come obiettivo per tutti che la pensione non sia inferiore al 60 per cento dell’ultima retribuzione, molti parasubordinati sanno che per loro quel parametro resterà lontano. Ma un conto è guardare le percentuali, un conto le cifre assolute. Sarà per questo che qui da noi nessuno riceve la busta arancione.