Piano scuola: cosa cambierebbe per gli aspiranti insegnanti?

by / 3 Comments / 36627 View / 11 settembre 2014

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All’interno del testo presentato da Renzi il 3 Settembre su “La Buona Scuola” sono indicate, fra le altre cose, anche le modalità con cui l’attuale Governo intende regolare il sistema di accesso all’insegnamento per tutti coloro che aspirano a diventare docenti nelle scuole.

Pochi ci hanno prestato attenzione, eppure, se il Piano Scuola dovesse essere approvato, enormi sarebbero le ricadute sulla vita di migliaia degli attuali studenti/esse che sperano un giorno di insegnare.

Lasciando da parte le questioni del reclutamento, importantissime, ma non oggetto di questa riflessione, abbiamo provato a mettere insieme qualche appunto sul percorso che Renzi e la Giannini s’immaginano per i futuri docenti.

L’attuale sistema di accesso all’insegnamento:

E’ stata la Ministra Gelmini la prima a rimettere mano, dopo la chiusura delle Siss, al sistema di accesso all’insegnamento. L’idea originaria prevedeva la creazione di corsi di laurea magistrali a numero chiuso a cui accedere al termine della laurea triennale. Solo dopo aver conseguito questa specifica laurea magistrale si poteva poi accedere al famoso Tfa (Tirocinio Formativo Attivo), che diventava lo strumento effettivo con cui lo studente otteneva l’abilitazione all’insegnamento. A quel punto gli abilitati partecipavano ai concorsi (previsti una volta ogni due anni) e, nel caso di superamento di questi ultimi, potevano entrare nelle scuole. Quest’articolato sistema non si è mai completamente realizzato, per due motivi principali:

  1. Pensare di assumere direttamente per concorso senza prima essersi posti il tema di cosa fare con le migliaia di persone iscritte ancora nelle graduatorie era una pura follia, tanto che il sistema di reclutamento entrato poi in vigore ha dovuto prevedere un 50% di assunzioni dalla graduatorie e un restante 50% tramite concorso.

  2. Le magistrali abilitanti non sono mai state attivate in alcun ateneo.

La proposta Gelmini viene quindi modificata, più per necessità che per scelta, e si concretizza in un modello più semplice, ancora attualmente in vigore: dopo la laurea magistrale chiunque sia in possesso del numero di crediti sufficienti nei settori richiesti da ciascuna classe di concorso può partecipare alle selezioni per accedere al Tfa, al termine del quale si ottiene l’abilitazione. Il primo ciclo di Tfa è stato attivato nel 2012, il secondo dovrebbe partire entro la fine del 2014 (sono attualmente in corso le selezioni). I grossi limiti che abbiamo sempre riscontrato nel Tfa si possono ricondurre essenzialmente a 3 questioni:

  1. Il Tfa è accessibile realmente solo a chi ha le possibilità economiche per potersi permettere una rata annuale che oscilla fra i 2100/2500 euro e il risiedere un anno senza nessun sostegno nella città in cui si trova l’ateneo che eroga i corsi del Tfa. Infatti fino a quando rimane iscritto all’università, lo studente può usufruire delle borse di studio e dei posti alloggio (entrambi comunque insufficienti rispetto al reale fabbisogno) banditi dagli Enti Regionali per il D.s.u. e ha diritto a pagare le tasse universitarie in maniera proporzionata al proprio reddito. Una volta laureatosi, perde invece automaticamente qualsiasi diritto e non esiste nessuno strumento che può supportarlo economicamente durante il percorso del Tfa.

  2. Il Tfa attualmente prevede una parte di corsi da seguire all’università e una parte di tirocinio da fare nelle scuole. I corsi impartiti dall’università sono stati nella maggior parte dei casi abbastanza inutili dal punto di vista formativo: un’infarinatura poco organica di pedagogia e didattica, ripassoni antologici dei programmi scolastici, nessun accenno ai meccanismi di funzionamento (quali sono i compiti del docente, come funziona la programmazione didattica, cosa è il P.o.f, il M.o.f. ecc.) delle scuole di cui si dovrebbe diventare docenti.

  3. Il Tfa abilita ma non garantisce il lavoro, diventando l’ennesimo sistema di precarizzazione di una generazione, parcheggiata in attesa di una supplenza di breve durata con cui acquisire punteggio.

Il nuovo sistema d’accesso previsto dal “Piano Scuola”:

All’interno del primo capitolo (quello sul reclutamento) del documento presentato da Renzi è inserita la proposta del Governo sulle nuove modalità di accesso all’insegnamento. Il modello ripreso è quello della Gelmini: alla fine della laurea triennale, lo studente può scegliere se continuare gli studi con la normale laurea magistrale o se provare la strada della docenza e iscriversi a una specifica magistrale creata appositamente per chi vuole insegnare. Questi corsi di laurea magistrale sarebbero a numero chiuso (chiusissimo, anzi!), con un numero di posti attivati stabilito ogni anno rispetto alle esigenze di reclutamento delle scuole. Al termine di questi due anni è previsto un tirocinio di 6 mesi in una scuola seguiti da un mentor (un docente a cui ciascuno studente verrebbe assegnato), finito il quale il tirocinante dovrà essere oggetto di valutazione da parte dello stesso mentor e del dirigente scolastico della scuola in cui si è svolto il tirocinio. Se la valutazione risulterà positiva, ci si potrà laureare e ottenere l’abilitazione; se negativa lo studente potrà ripetere il tirocinio presso un’altra scuola ma, di fronte a un parere nuovamente negativo, lo studente, pur potendosi comunque laureare, non avrà l’abilitazione.

La logica di questo nuovo sistema è, a detta dei suoi sostenitori, quella di non creare aspettative che difficilmente potranno vedersi soddisfatte negli aspiranti docenti. Una logica che sembra in qualche modo voler tutelare chi oggi studia sperando un giorno di insegnare, a che in realtà è facilmente smontabile: la possibilità o meno di lavorare come docente non dipende infatti dal sistema con cui si ottiene l’abilitazione, ma dal piano di reclutamento che lo Stato mette in campo sulla scuola. L’introduzione o meno delle magistrali abilitanti non va dunque a incidere qualitativamente sull’accesso al mondo del lavoro, ma è una variabile che invece condiziona profondamente l’idea di formazione alla professione (che è un piano distinto dalla possibilità reale di esercitarla). Elenchiamo di seguito una serie di elementi negativi che riscontriamo nella possibile introduzione di questo sistema:

  1. La laurea triennale non è sufficiente per acquisire competenze in un determinato settore scientifico. Ad oggi, l’insegnante ha alle spalle almeno cinque anni di studio specifico delle materie di propria pertinenza. Se le magistrali abilitanti venissero attivate, di fatto la formazione del futuro insegnante sarebbe limitata solo alle conoscenze acquisite durante la triennale. Poiché infatti non è pensabile attivare delle magistrali abilitanti specifiche per ogni classe di concorso esistente, il Piano Scuola prevede l’attivazione di lauree magistrali in cui sono accorpate più discipline (ad esempio una umanistica, una scientifica, una linguistica, una giuridica, ecc.), il chè significa prevedere un piano di studio che non contiene più gli esami specifici di approfondimento che attualmente sono presenti in un curriculum di un normale corso di laurea magistrale. I 120 crediti andrebbero spariti con il tirocinio di sei mesi, i corsi di didattica e di pedagogia e la realizzazione della tesi di laurea; i restanti sarebbero quelli destinati al proseguimento della formazione, ma di una formazione che dovrebbe appunto preparare a moltissime discipline, a differenza di quanto avviene ora. Ne conseguirebbe un abbassamento generale delle competenze di ciascun futuro docente.

  2. Netta separazione delle carriere. Lo studente si troverebbe di fatto al termine dei tre anni a dover scegliere se continuare a formarsi nel campo di studio che ha scelto e tentare poi da lì altre possibili strade (un dottorato di ricerca, un’ulteriore specializzazione, l’ingresso nel vario mondo del lavoro) o se insegnare, con una netta divaricazione fra le due possibilità.

  3. Le lauree magistrali sarebbero a numero chiuso. Di fatto, poiché questa magistrale abilita soltanto a fare l’insegnante ma non ti rende un insegnante (perché poi per fare l’insegnante dovresti comunque superare un concorso con un numero preciso di posti banditi ogni anno) non si comprende la necessità di inserire un doppio strumento di selezione e sulla base di quale criterio si dovrebbe stabilire il rapporto fra il numero di posti messi a bando per le magistrali abilitanti e quelli per i posti di lavoro come insegnanti.

C’è poi un’altra questione fondamentale da tenere a mente: siamo davvero sicuri che queste magistrali abilitanti possono essere attivate dagli atenei? Questo è il punto su cui si è infranto il modello pensato dalla Gelmini, ma gli ostacoli che si ponevano tre anni fa non sono mai stati superati, anzi si ripresentano oggi con ancora più forza! Ogni ateneo per poter attivare un nuovo corso di laurea (D.M. 47/2013) deve infatti disporre di un preciso numero di docenti e di risorse da impiegare per l’erogazione della didattica di quello specifico corso di laurea. Oggi quasi tutti gli atenei sarebbero di fatto impossibilitati ad attivare questi nuovi corsi di laurea, a meno che non decidano di chiuderne altri già esistenti (ovvero di chiudere ad esempio gli ordinari corsi di laurea magistrali oggi esistenti per rimpiazzarli con questi abilitanti a numero chiusissimo), con una riduzione pesantissima dell’offerta formativa, della qualità della didattica e della ricerca e, non per ultimo, del numero di studenti.

Il rischio è che ancora una volta si stia immaginando un modello che poi di fatto non verrà mai messo in atto, generando ancora più caos di quanto già non esiste nel mondo della scuola e dell’insegnamento (fra Pas, Tfa, iscritti alle graduatorie di III fascia ecc.), con nuove situazioni di disparità e ancora una più accanita guerra fra le varie categorie.

La triste sorte di chi attualmente è iscritto o sta per iscriversi a una magistrale:

E chi ora è iscritto o sta per iscriversi alla magistrale? Il testo presentato da Renzi non dice nulla di specifico su questo, ma nel capitolo 1 sono scritte chiaramente due cose:

  1. Non ci sarà un prossimo ciclo di Tfa dopo quello del 2014 (a cui hanno potuto partecipare coloro che si sono laureati fino al mese di Luglio 2014).

  2. L’unico sistema di accesso all’insegnamento sarà quello della magistrale abilitante. Chi sceglierà di non iscriversi ad essa e di proseguire gli studi nel normale corso di laurea magistrale, nel caso dopo cambiasse idea, dovrebbe re-iscriversi alla magistrale abilitante (superando quindi prima la selezione del numero chiuso), dare gli esami che gli mancano (una parte verrebbe riconosciuta) e svolgere il tirocinio.

Peccato che le magistrali abilitanti non saranno attivate (se realmente mai saranno attivate) prima dell’anno accademico 2016/2017. Nel frattempo, chi non vuole vedersi preclusa la via dell’insegnamento, cosa deve fare? E soprattutto, vuoi vedere che l’unica strada rimarrà quella di doversi di nuovo iscrivere a una nuova magistrale fra 2 anni?