Padova: inaugurazione dell’anno accademico

Padova: inaugurazione dell’anno accademico

by / Commenti disabilitati su Padova: inaugurazione dell’anno accademico / 21 View / 4 marzo 2011

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nondafesteggiare

Chiusi in un Palazzo del Bo’ militarizzato, il Rettore, che ha imposto la commissione statuto ignorando le richieste democratiche di studenti, tecnici, ricercatori e precari, festeggiava con i suoi amici e con il presidente della regione Zaia l’inaugurazione dell’anno accademico.

Noi invece, fuori dal palazzo, insieme ai tecnici amministrativi, ai precari, abbiamo protestato contro un rettore che si fa primo interprete dello spirito della riforma, che ignora le più basilari regole della partecipazione democratica, che non ascolta chi fa vivere davvero ogni giorno questa università. Da lì ci siamo mossi in corteo, facendo sentire a tutto l’Ateneo che “non c’è niente da festeggiare”.

All’interno un nostro rappresentante ha parlato di università, ricerca, diritto allo studio, del nostro futuro. Ecco il testo dell’intervento.

 

 

Studentesse e studenti, Magnifico Rettore, autorità, signore e signori,

Gli studenti nel 1847 erano oltre 2400. (…) Burloni e affaccendati a portare attorno la spensierata e balda giovinezza (…) rappresentavano una baraonda chiassosa e tumultuante.

Si accapigliavano sovente coi popolani e coi macellai, rompevano i sonni ai pacifici cittadini, vociando a tarda notte stonate canzoni, beati se potevano dar da fare agli sbirri ed ai poliziotti, e mettersi contro alle autorità costituite. Erano insomma la manifestazione di quelle irrequietezze indistinte, di quel vago malessere, di quell’ orgasmo ansioso di novità, manifestazione, che poi trascinò tutti per forza irresistibile fino a quel passo, che segnò la prima tappa del nuovo cammino che ci aspettava.

Alla sera li accoglieva il caffè o l’osteria, e fra un bicchiere di vino e la giovialità cordiale, rifacevano il verso ai professori, raccontavano barzellette (…) della vita universitaria, e alternavano le note gaie del poeta colle osservazioni acute in argomenti di scienza: sapendo indovinare la nota allegra, segnavano col lapis e col fumo della candela caricature somiglianti, spiritosissime, ed improvvisando versi e sonetti (…)

In quei ritrovi però si appartavano spesso in apposita sala, per togliersi all’ occhio sospettoso della polizia austriaca, una ventina di giovani, all’apparenza intenti a un giuoco di carte o a quello della morra ma che in effetto, a frasi rotte e sommesse, parlavano di patria, di speranze, di libertà e di gloria.

(…) È in questo ambiente che si formò il carattere dei nostri studenti di allora, i quali colla loro condotta ed audacia seppero imporsi ai tiranni, e si assisero in seguito fra gli arbitri dei destini d’Italia. 
(…) Nella nostra città il movimento era più accentuato; più che altrove, a Padova aleggiava lo spirito de’ nuovi tempi. La scolaresca era in fermento. Cessarono d’ un tratto le baldorie; i giovani assunsero la serietà degli uomini maturi per essere domani soldati di un libero paese, e arditi e provocanti guardarono per la prima volta in faccia agli sgherri dello straniero.

(…) Ma quelli erano tempi in cui si pagava caro l’amore di patria, in cui il sentirsi e il dirsi italiano era una colpa, il manifestare generosi sentimenti appariva un delitto.

Leggo questo brano, come prima di me in questa aula magna lo lesse Leone Fortis l’8 Febbraio del 1892 in occasione della commemorazione dei moti del 1848. Esso ci restituisce l’immagine di quegli studenti di cui oggi ricordiamo il coraggio e lo spirito di sacrificio, quel coraggio e quello spirito di sacrificio che ci sono ancora d’esempio.

Il sentimento di entusiasmo che quei giovani nutrivano nei confronti della vita è lo stesso che si ritrova infuso negli studenti del nostro presente, oggi come allora coscienti della criticità del momento storico. Una vocazione profonda per libertà e democrazia caratterizza gli studenti dell’Università degli Studi di Padova, una vocazione che li porta a combattere per non essere esclusi dalla vita pubblica.

Ed è con umiltà che accosto la forza d’animo che ha pervaso questi giovani a quella che ha portato, negli ultimi dieci anni, milioni di studenti a riempire le strade del Nostro Paese e di tutta Europa. La voglia di cambiamento e la richiesta di nuovi spazi di democrazia accomunano certamente le piazze di ieri e quelle di oggi con le piazze del Nord Africa, dove i giovani si sono mobilitati, coscienti di mettere a repentaglio la loro vita, allo scopo di riscattare il loro futuro e quello del loro popolo, abbattendo quei regimi che attraverso la dittatura, l’oppressione e la povertà li avrebbero destinati a una vita di sudditanza civile e materiale.

Qual è la differenza tra un giovane patriota padovano del 1848 e un giovane egiziano, tunisino e libico, nel momento in cui lottano per le stesse cose: democrazia, diritti, giustizia sociale?

Noi Italiani, e soprattutto noi Veneti, memori delle battaglie sanguinose che hanno portato alla nostra unificazione nazionale e dei flussi migratori che sono partiti dalla nostra regione verso ogni angolo del pianeta, invece di temere fantomatiche invasioni da parte di persone a cui è stato tolto tutto e che sono costrette a fuggire dal loro paese, dovremmo ammirare il loro coraggio e accoglierli con rispetto.

Ma l’esigenza di cambiamento soffia forte anche in Europa. In Inghilterra, come in Francia e in Italia, si sono costruiti grandi movimenti di piazza che nascono dall’esigenza impellente di riprendere in mano il proprio futuro, compromesso dalla disoccupazione, dal ricatto della precarietà e dall’esclusione dalla vita sociale e civile.

In questo contesto l’attacco al sistema di formazione pubblica del nostro paese mira a distruggere l’ultima garanzia di futuro per la nostra generazione; l’istruzione ha rappresentato in Italia il principale motore di cambiamento, il miglior strumento di mobilità sociale e il primo canale di autocoscienza dei propri diritti.

Proprio nella direzione dello smantellamento progressivo dell’istruzione pubblica muove la Legge Gelmini, approvata dal Parlamento a dicembre nonostante la protesta coordinata di ricercatori, precari e studenti che ha scosso il paese per l’intero l’autunno.

Il movimento si è opposto a questa riforma autoritaria, che concentra ancora di più il potere nelle mani del rettore e dei baroni, che precarizza la ricerca condannando lo sviluppo scientifico e culturale del nostro paese a un rapido declino, che stravolge il diritto allo studio sostituendo gli aiuti economici per i privi di mezzi con strumenti di indebitamento, aprendo la strada ad un’università classista e corporativa.

Chi ha protestato contro il modello della Gelmini non si è limitato a dire ottusamente di “no”, ma ha contrapposto a questa idea di una non-università, baronale e per pochi, quella di un’altra riforma costruita dal basso e democratica. In un’università nella quale non è ancora arrivata la rivoluzione francese, la lotta alle baronie non si fa dando più potere ai baroni ma creando processi decisionali veramente partecipati negli atenei, dando nuovi strumenti democratici a studenti, precari, ricercatori e personale tecnico e amministrativo.

Non crediate però che con l’approvazione dei tagli o della Legge Gelmini questi movimenti si siano fermati: non sono una moda passeggera, non sono composti da studenti ideologicamente addestrati, ma da giovani che subiscono ogni giorno sulla loro pelle il ricatto della precarietà, dello sfruttamento, dell’inaccessibilità alle decisioni democratiche; giovani con un alto ideale del loro futuro e con delle ambizioni che non trovano spazio nel nostro paese perché soffocate dalla sclerotizzazione di questo sistema arrugginito.

Non pensiate poi che ignorando o banalizzando questo bisogno di libertà si possa in qualche modo contenere o spegnere la rabbia di questa generazione. Tale rabbia nasce da un’esigenza concreta e non trova sfogo alcuno se non nel quotidiano processo di riscatto del proprio futuro. Non si possono minimizzare le proteste degli studenti contro una riforma calata dall’alto che distrugge definitivamente ciò che rimaneva dell’università pubblica e che va in senso contrario alla democrazia.

Invece, le risposte che arrivano dalla maggior parte dei rettori italiani sono autoritarie e atte a conservare il controllo di un sistema ormai alla deriva. Anche a Padova la composizione della commissione statuto è stata decisa dall’alto, ignorando le richieste di studenti, tecnici, ricercatori e precari, che avevano proposto l’elezione dei membri di questo importante consesso. Ritengo che una delle università più antiche d’Europa e con un’antichissima tradizione di libertà, come indicato anche dal nostro motto Universa Universis Patavina Libertas, abbia fatto una scelta sbagliata non ascoltando la voce di chi la compone.

Devo anche rammaricarmi per la scelta di rinviare le elezioni dei rappresentanti degli studenti per la seconda volta nel giro di due mandati. Nonostante il processo di revisione statutaria preveda la costituzione di nuovi organi collegiali, togliere agli studenti il diritto di scegliere i propri rappresentanti costituisce una deroga alla democrazia, compromettendo la continuità della rappresentanza studentesca in ogni organo.

Allo stesso modo si rischia di perdere un’occasione importante nella costituzione dei nuovi dipartimenti: invece di seguire motivazioni scientifiche e culturali nella loro riorganizzazione, in alcuni casi queste sono messe da parte in nome di piccoli poteri locali.

Auspico che nella commissione statuto ci siano gli spazi per contrastare la deriva autoritaria della riforma Gelmini, e per prevedere nuovi strumenti di democrazia in grado di compensare lo squilibrio dei poteri a discapito di chi, in verità, dà all’università motivo di esistere.

Anche perché sono proprio i soggetti più deboli dell’intero sistema, gli studenti, ad aver pagato di più le scelte economiche del ministro Tremonti portate avanti con i tagli della legge 133 e con il successivo taglio dell’89% al fondo per il diritto allo studio.

Le conseguenze di questi provvedimenti sono davanti agli occhi di tutti: l’aumento delle tasse e la riduzione dei servizi da un lato; la diminuzione drastica dei beneficiari di borsa di studio dall’altro.

Senza considerare che i tagli al diritto allo studio sono inseriti nel disegno riformatore che prevede l’indebitamento degli studenti tramite prestiti d’onore e che va verso la creazione di un imbuto nell’ingresso alla formazione universitaria, contravvenendo a quanto enunciato dall’articolo 34 della Costituzione.

Una regione ricca come il Veneto lascia all’università il compito di sopperire alle carenze governative senza intervenire con uno stanziamento per garantire a tutti l’accesso alla formazione universitaria, a dimostrazione che l’istruzione non è ritenuta una priorità e che si è forse succubi di quella errata visione che vede la scuola come un inutile parcheggio temporaneo.

E la stessa regione conserva il limite del 3% per le borse agli studenti extracomunitari, perpetuando l’esclusione di chi ha già molte difficoltà ma che meriterebbe di poter contribuire allo sviluppo del paese in cui vive da sempre, pur magari non avendo ancora ottenuto la cittadinanza.

Mi preme inoltre sottolineare la necessità di arrivare celermente all’insediamento del consiglio di amministrazione dell’ESU di Padova. L’ente, in questo momento, gestisce solo la normale amministrazione ed è necessario, invece, che sia attivo quanto prima, proprio per l’importante funzione che riveste.

La vita degli studenti non è però confinata alle strutture universitarie: a Padova è linfa che anima l’abitato stesso. Il problema diviene allora ricostruire il senso del nostro abitare Padova. Qui, dove gli studenti esistono in quanto problema di ordine pubblico o come consumatori e affittuari, qui, dove l’unica risposta che viene data ai giovani assomiglia troppo a una ghettizzazione, qui, dove gli studenti possono ridare un senso a strade e edifici altrimenti desolatamente vuoti.

Vogliamo una città in cui non siano le persone a doversi adattare ai luoghi, concepiti a priori per stoccare razionalmente abitanti, ma in cui si riaprano spazi di condivisione umana, spazi per ciò che ci sostanzia come esseri umani e cittadini: le idee, il confronto, la giovialità, le risate, lo stare seduti in compagnia a guardare il cielo che cambia.

Vogliamo che gli studenti tornino ad essere i protagonisti di questa città e di questo Paese proprio come durante i moti del 1848; proprio come durante l’occupazione tedesca, quando con enorme spirito di sacrificio e grande coraggio fecero meritare al nostro ateneo la medaglia d’oro al valor militare per la resistenza.

Essere protagonisti oggi significa riconoscere che l’attuale modello sociale impedisce alla nostra generazione di immaginare un futuro all’altezza delle proprie aspettative e di costruire un’alternativa al modello attuale.

Migliaia di giovani, ogni anno, si trovano costretti a scappare dall’Italia per andare a costruirsi un futuro in un altro Paese: basta salire su un aereo e non voltarsi a guardare. Ma noi oggi sappiamo che è giusto restare e costruire una concreta alternativa a questa fuga. Il nostro futuro dipende dal coraggio di scegliere. Noi scegliamo di non scappare, noi scegliamo di rimanere, noi scegliamo un’alternativa costruita dal basso, un’altra idea di sapere, un’altra idea di democrazia, un cambiamento di cui pretendiamo essere i protagonisti.