OLTRE LE CLASSIFICHE E LA VALUTAZIONE: COSA SERVE DAVVERO ALL’UNIVERSITA’ ITALIANA?

by / Commenti disabilitati su OLTRE LE CLASSIFICHE E LA VALUTAZIONE: COSA SERVE DAVVERO ALL’UNIVERSITA’ ITALIANA? / 70 View / 27 febbraio 2019

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In questi giorni il dibattito accademico italiano appare scosso da due fattori: la pubblicazione del QS Ranking e la presa di posizione di alcuni Rettori sulla recente posizione espressa dal MIUR sul futuro dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR). Tale discussione, che presenta molti trattati in comune, appare caratterizzata da una scarsa capacità di analisi rispetto al quale ci pare opportuno prendere parola.

Il QS World University Ranking 2019 mostra nel complesso un miglioramento dei posizionamenti delle Università italiane rispetto al 2018. In particolare alcuni Atenei italiani hanno ottenuto dei piazzamenti di grande rilevanza nelle classifiche disciplinari, tra cui si distingue un primo posto mondiale della Sapienza di Roma nell’area degli studi classici e storia dell’antichità. Riteniamo che in realtà non ci sia nulla di rilevante per cui rallegrarsi e che il dibattito nostrano rischi di distrarci dalle effettive condizioni del sistema universitario italiano.

I ranking internazionali presentano delle rilevanti peculiarità metodologiche che rendono sconsigliabile un loro utilizzo a fini giornalistici. Al contrario l’ansia da competizione che, specialmente negli ultimi anni, si è diffusa nelle Università italiane ha contribuito, come abbiamo più volte denunciato, a creare un clima conflittuale che impedisce lo svilupparsi di un contesto positivo per la ricerca scientifica e promuove logiche di marketing a discapito della didattica e della ricerca. L’analisi di una classifica internazionale rilevante come il QS Ranking non può dunque che tenere conto del suo impatto effettivo nel ridefinire il sistema universitario italiano.

Nel merito il QS World University Ranking assume delle caratteristiche peculiari che lo distinguono da altri modelli di analisi. Esso – a differenza dell’altra principale classifica internazionale (ARWU) – presenta indicatori prevalentemente reputazionali e non di produttività. Ciò, tenendo fortemente conto della reputazione internazionale, finisce inevitabilmente per privilegiare le Università anglofone e pone serie difficoltà di utilizzo per il contesto italiano.

A fianco dell’analisi dei risultati, in questi giorni è emersa una scomposta presa di posizione da parte di un gruppo purtroppo nutrito di Rettori contro una possibile riforma dell’ANVUR. Nei suoi contenuti e nelle sue forme appare davvero una difesa fuori tempo massimo, che merita ben pochi commenti se non la necessità di ribadire l’esigenza di avviare al più presto una riflessione comune per immaginare un modello per superare radicalmente l’attuale organizzazione dell’agenzia. Una struttura pletorica e disfunzionale, nata prendendo spunto dalle peggiori pratiche di valutazione internazionale, che paradossalmente risulta, rispetto alle altre agenzie europee, in condizione di assoluta marginalità, non essendo ancora riuscita neppure ad assumere il ruolo di membro dell’European Association for Quality Assurance in Higher Education (ENQA).

Serve dunque liberarsi da ogni forma di provincialismo, rivendicando con orgoglio i molti risultati che studenti e docenti delle Università italiane conseguono tutti i giorni, indipendentemente dalle classifiche internazionali, e denunciando al contempo i veri problemi dell’università italiana tra cui in primo luogo il cronico definanziamento e l’eccessiva burocratizzazione. Il rischio altrimenti è realizzare una difesa miope dell’esistente che, non mettendo in luce le reali criticità, porta ad un progressivo indebolimento del sistema nel suo complesso.