Non esistono scorciatoie tricolori – M. Bascetta

Non esistono scorciatoie tricolori – M. Bascetta

by / Commenti disabilitati su Non esistono scorciatoie tricolori – M. Bascetta / 5 View / 16 marzo 2011

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Il Manifesto – 15 marzo 011 – L’idea che debba essere una sorta di amor di patria il movente decisivo dello scontro con Berlusconi, la sua cultura (o incultura) politica, la sua gestione della cosa pubblica e degli affari privati, ha qualcosa di gravemente patologico. Se Silvio Berlusconi incarnasse una riedizione postmoderna del fascismo le piazze festanti, i richiami al galateo, le tediose «dieci domande» della stampa repubblicana, l’indignazione in tutte le sue più colorite forme, i sentimenti democratici di tanti «buoni cittadini» non sarebbero certamente sufficienti. Se ci trovassimo di fronte Ben Ali, Mubarak o Gheddafi, bisognerebbe agire come sulla sponda sud del Mediterraneo, con altrettanto rischio e altrettanta decisione. Ma Berlusconi non è neanche lontanamente il fascismo, il suo partito non è fuori, come si diceva una volta, dall’«arco costituzionale», non è antipatriottico, né al servizio di potenze straniere. Sta dentro il quadro delle istituzioni democratiche, come Giulio Cesare, «dittatore democratico», stava dentro quello della Repubblica: forzandolo a suo favore col pretesto di correggerlo e salvarlo. Bruto e Cassio pensarono di risolverla a modo loro ma, come è noto, l’impresa finì male.

 

 

Questa premessa esclude che lo sventolio della Costituzione italiana rappresenti un’arma in grado di contrastare i contenuti sociali e culturali della politica berlusconiana, già solo per il fatto che diversi sventolanti li condividono in larga misura. Senza contare l’erosione che il tempo e le pratiche politiche effettive hanno esercitato sulla Carta. L’idea che alla destra e alla sinistra si siano sostituiti due fronti, quello dei fedeli difensori della Carta fondamentale e quello dei suoi detrattori, quello dell’interesse privato e quello dei patrioti, quello della bandiera azzurra e quello del tricolore è un miraggio sconclusionato e inquietante. Prendiamo due principi costituzionali tra i più decisivi, come la laicità dello Stato e il ripudio della guerra. E domandiamoci se Casini, Buttiglione o Rutelli possano considerarsi incrollabili garanti del primo e se Massimo D’Alema o Fini possano considerarsi indiscussi paladini del secondo (dando per scontato che troverebbero certamente il modo di proclamarsi tali). Gli allegri interpreti della Carta costituzionale non sono molto migliori dei suoi detrattori e talvolta perfino peggiori. Il grande fronte patriottico sorride e ondeggia in piazza tra Giuseppe Verdi, Goffredo Mameli e Sanremo, grazie alla completa rimozione di ogni contenuto sociale, di ogni conflitto d’interessi (la parola riguarda ormai comodamente solo gli affari del signor Berlusconi). Dove di questo contenuto resta traccia, come sul piano sindacale, la Cgil, che più patriottica non si può, non riesce neanche lontanamente ad accordarsi con Bonanni e Angeletti, in nome dell’«interesse del paese». Solo il peggior politicismo riesce a scendere in piazza in difesa della scuola pubblica con chi ha sostenuto i tagli e le riforme governative della scuola e dell’università, salvando il governo sul punto preciso su cui sarebbe potuto davvero cadere. Già quale scuola pubblica poi? Non credo si debba difendere la stessa pubblica istruzione che possono avere in mente i finiani e l’Udc. La scuola che «fa gli italiani», che addestra all’orgoglio e all’identità e allinea tutti di fronte, come scrive Sergio Luzzatto in un recente formidabile pamphlet, a un «crocifisso tricolore» (Il crocifisso di stato, Einaudi). Qualcosa di assai simile a quella «educazione nazionale» con i suoi laici riti dottrinari, la sua soffocante retorica e il suo conformismo patriottico, che Robespierre volle imporre dopo il 1793 contro le ben più avanzate idee del girondino Condorcet, e a cui si sarebbe ispirata ogni successiva pedagogia fascista.
Se questo fosse stato il bersaglio delle parole di Berlusconi contro la scuola pubblica non resterebbe che dargli ragione. Ma così non è, perché è precisamente in senso dottrinario e autoritario (in nome dell’ «umiltà» dovuta al mercato del lavoro) che la sua ministra ha agito. Con l’appoggio decisivo di diversi patrioti scesi in piazza il 12 marzo. L’una e gli altri vedendo la libertà di insegnamento e l’autonomia critica dell’apprendimento come il fumo negli occhi, eredità velenosa dell’esecrando1968.
Il tricolore, è bene rassegnarsi, sventola anche sulla testa di Berlusconi, come sventolò a suo tempo su quella di Craxi e della sua corte (dobbiamo a Lelio Lagorio il primo ripescaggio dello scemenzaio patriottico). Non, forse, sulle schiere della Lega, che al crocifisso affiancano la paccottiglia celtica e sventolano altre bandiere per altre patrie. Ma il metodo e lo spirito non cambiano che si vogliano «fare gli italiani» o «fare i padani» al posto degli spiriti critici e delle teste pensanti. Quelle che sulla stessa barca di Fini e Casini non ci vogliono stare, anche quando issa la bandiera di comodo di una Costituzione strapazzata per decenni. La sinistra sconfitta farà bene a capire che non esistono scorciatoie tricolori. La china da risalire è assai lunga e la sua leadership non ha un filo di fiato. giornale_manifesto