Non abbiamo da perdere che i loro debiti

Non abbiamo da perdere che i loro debiti

by / Commenti disabilitati su Non abbiamo da perdere che i loro debiti / 4 View / 5 settembre 2011

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Machiavelli consigliava “Perché le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno”.

Nonostante la rapidità con cui si sono manifestati gli ultimi effetti della crisi e il tentativo in corso di approvare frettolosamente la manovra più corposa e pericolosa della storia repubblicana italiana, ne assaporiamo egualmente il gusto amaro, e ci sentiamo concretamente offesi. Lo smantellamento del welfare, gli specchietti per le allodole sugli sprechi e i privilegi della politica, l’attacco profondo ai diritti dei lavoratori, sono tutte norme che affossano il nostro futuro e quello dell’Italia.

Siamo al centro della Grande Crisi. L’economia finanziaria, il cui volume di affari supera di otto volte il PIL mondiale, è esplosa, innescando una corsa ai profitti senza via d’uscita. Dopo aver saccheggiato nel 2008 mediante i meccanismi di indebitamento privato, oggi si concentra sul debito pubblico. Davanti a un’economia realmente mondiale e senza confini, l’unico modo con cui per i mercati è possibile, da un lato, alimentare i profitti è spingere la produzione oltre i limiti di sostenibilità ambientale del pianeta, e dall’altro smantellare il welfare, saccheggiare i beni comuni, togliere risorse al futuro, alla nostra generazione e alle successive.

Strani spettri si aggirano per l’Europa, lo spettro della recessione e della crisi di civiltà, e l’ectoplasma inafferrabile dei “mercati”, entità astratta, che ha sempre ragione e che è necessario rassicurare, iniettando nuove risorse per gli speculatori, tagliando il welfare, privatizzando tutto il privatizzabile, con buona pace dei 27 milioni di italiani che hanno votato si al referendum di giugno.

Ma i mercati, i fondi di investimento, le banche, le compagnie di assicurazione, hanno non solo dei nomi chiari, ma soprattutto precise responsabilità.

Ad entrare in crisi oggi è la civiltà occidentale, la sua storia antica e il suo modello di sviluppo più recente, la sua ossessione per la crescita fondata su diseguaglianze, avidità e sfruttamento dei lavoratori.

Si aprono delle pagine nuove della storia, ci troviamo a un bivio, in cui ci serve la forza e la nettezza di dire che non esistono soluzioni preconfezionate, non c’è atto collettivo “singolare” che ci possa salvare da un giorno all’altro, non sarà LA singola data di mobilitazione, LO sciopero, LA singola occupazione, a salvarci. Serve, oggi più che mai, una fase di resistenza in cui è necessaria una lotta di lungo periodo, che non prelude immediatamente alla costruzione dell’alternativa, ma di sicuro può aprire lo spazio per invertire i rapporti di forza. Per raggiungere tale obiettivo non possiamo cadere nelle sirene avanguardiste, ma dobbiamo saper costruire mobilitazioni che nei contenuti e nelle pratiche portino a scendere in piazza fette sempre più consistenti di popolazione, di quei 27 milioni di cittadini che hanno votato si al referendum, di quel popolo indignato che, oggi, è impossibile quantificare.

La crisi economica è, anche, una crisi democratica, una crisi non solo della rappresentanza e dei suoi meccanismi, ma una vera e propria sospensione della sovranità popolare. La manovra italiana frutto del commissariamento della BCE, così come il caso greco, ci parlano della rottura del nesso istanze sociali, risposta istituzionale.

Per questo, da un lato è necessaria, oggi ancor più dello scorso autunno, una mobilitazione che si inserisca nelle contraddizioni e nelle debolezze del governo, e punti a farlo cadere. Dall’altro dobbiamo sapere che non basta neanche il pur ambizioso obiettivo di portare alla caduta del governo attraverso una grande stagione di lotte e resistenza, senza delegare alla politica il testimone del cambiamento.

Serve una grande mobilitazione internazionale contro le politiche di austerity, la dittatura dei mercati, per costruire l’AltraEuropa, ricostruire la democrazia e promuovere un altro modello economico e di organizzazione del lavoro che non sia fondato su profitti e sfruttamento.

Nelle lotte su tutti i livelli ci sentiamo rispondere che c’è un “sopra” che decide e determina, che assolve da tutte le colpe chi governa. Le regioni non hanno risorse per le borse di studio perché il governo ha tagliato i fondi, stessa cosa le province per l’edilizia scolastica, ad esempio; il governo taglia le risorse perché lo impone l’Unione Europea o il Fondo Monetario Internazionale; l’UE impone l’austerity perché lo chiedono i “mercati”. C’è sempre qualcuno sopra che decide, che dall’alto non sente, che dall’alto ci schiaccia.

Non basta assediare i palazzi, in cui spesso non si decide più nulla. Dobbiamo isolarli, lasciar franare il terreno sotto i loro piedi. Non attaccare il potere, ma lasciarlo franare, per “potere” decidere delle nostre vite. Per fare ciò il primo obiettivo della nuova stagione di lotte e resistenza deve essere la costruzione di un larghissimo consenso, che mini le basi dell’attuale modello sociale, iniziando a svelare la rottura di qualunque patto sociale.

Dobbiamo rifiutare la rincorsa accondiscendente alle esigenze dei mercati, che cercano solo di moltiplicare i profitti in un’economia virtuale basata sulla compravendita e moltiplicazione di denaro per mezzo di denaro. Non possiamo pensare che l’Italia e l’Europa possano salvare se stessi e la propria storia abbassando i salari, eliminando i diritti, tagliando lo stato sociale e privatizzando l’istruzione e la ricerca. Non è accettabile che l’Europa dei banchieri, di Trichet e Draghi decida sulle nostre vite, senza neanche la possibilità di prendere parola, di essere ascoltati. Davanti a quest’Unione Europea non possiamo che metterci in cammino, armarci di coraggio e “sconfiggere Draghi” e tutti i mostri del passato che distruggono il futuro.

Per questo quella contro la manovra non può essere una mobilitazione che si esaurisce nella lotta per impedirne l’approvazione. La manovra è in piena continuità con una politica economica di lungo corso, spesso bipartisan, fatta di privatizzazioni, saccheggio e taglio, che non ha fatto altro che cedere sovranità ai mercati. La mobilitazione, non può fermarsi quindi a contrastare la manovra, ma dovrà proseguire, a livello nazionale contro il governo e le sue politiche economiche, sul piano internazionale, contro il sistema economico che quotidianamente ci impone di pagare la crisi.

Lo sciopero generale di 8 ore del 6 settembre indetto dalla CGIL, la proposta della Fiom di occupare le principali piazze italiane per riempire ulteriormente quella giornata di lotta, sono tutti segnali estremamente positivi, che ci impongono di proseguire nel percorso di costruzione di fronti sociali larghi, perché nessuno è autosufficiente e sempre meno lo sarà se non si inizia a invertire la tendenza drammatica di questi anni. Chi dedica la propria esistenza a contare profitti, non potrà fare a meno di fare i conti con noi.

Siamo studenti, delle scuole e delle università italiane, siamo i giovani senza futuro, spesso al centro di editoriali e inchieste, che oscillano tra il banal-sociologico e il paternalista, siamo una generazione che non intende restare al centro della ricerca sociale e fuori da ogni attenzione della politica. Le nostre scuole e università non hanno più le risorse per darci una formazione di qualità, le nostre borse di studio sono vuote, le scuole fatiscenti, l’unico segno positivo è la costante crescita della disoccupazione giovanile. Anche per questo l’Unione degli Studenti promuove per il 7 ottobre una grande giornata di mobilitazione studentesca, a partire dalle scuole di tutt’Italia. Siamo gli studenti e le studentesse che lo scorso anno han fatto tremare l’Italia e il governo con le loro mobilitazioni contro la riforma Gelmini, per costruire un futuro diverso per la nostra generazione, lo scorso autunno ci abbiamo provato e ci riproveremo nei prossimi mesi.

E’ arrivato il momento di riprenderci tutto, di rifiutare una finta democrazia che sa ascoltare solo Piazza Affari, e imporre la volontà di un’altra piazza, la nostra. Perché noi, studentesse e studenti, precari, lavoratori, non abbiamo da perdere che i loro debiti.