No ai ricatti, sì al futuro – studenti e studentesse in piazza il 28 gennaio

No ai ricatti, sì al futuro – studenti e studentesse in piazza il 28 gennaio

by / Commenti disabilitati su No ai ricatti, sì al futuro – studenti e studentesse in piazza il 28 gennaio / 7 View / 17 gennaio 2011

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I lavoratori e le lavoratrici dello stabilimento Fiat di Mirafiori sono sottoposti in queste settimane a un ricatto senza precedenti. Ciò che resta della più grande azienda italiana impone senza alcuna mediazione possibile un netto peggioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro agli operai di ciò che resta della più grande fabbrica d’Europa.

Il piano delle normali relazioni industriali, anche nel quadro delle compatibilità aziendali, viene completamente ribaltato: non c’è più la produzione come dato di partenza, le cui modalità vengono poi determinate attraverso il conflitto e la negoziazione tra azienda e dipendenti. Il modello Marchionne mette sul piatto della bilancia la produzione stessa, cioè il posto di lavoro di migliaia di persone, che nella nostra società significa la possibilità di accedere a un reddito per sé e per i propri familiari, a un sistema di diritti e tutele, a condizioni di vita dignitose.

Eppure non è una novità. Ciò che Pomigliano prima, e Mirafiori ora, hanno svelato all’opinione pubblica, era già palese a gran parte degli studenti e delle studentesse d’Italia, parte di una generazione che vive la precarietà come condizione sociale generale. La precarietà mette tutti noi, tutti i giorni, di fronte al ricatto di Mirafiori: chinare la testa e obbedire, oppure rischiare la perdita del posto di lavoro. Mirafiori rende visibile, nella grande fabbrica, ciò che è sotto ai nostri occhi tutti i giorni, nei luoghi del lavoro nero, sommerso, precario.

Marchionne è la globalizzazione che getta la maschera. Il ricatto di Mirafiori è reso possibile proprio dall’opportunità di spostare liberamente capitali, merci e produzione da una parte all’altra del mondo, superando ogni sistema nazionale di regole e determinando un inarrestabile effetto di dumping sociale, una competizione sfrenata che livella verso il basso le condizioni di vita e di lavoro, i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, le basi materiali della democrazia.

Il futuro globale che tanti profeti ci hanno promesso si rivela identico al passato di sfruttamento da cui un secolo di lotte aveva duramente tentato di emanciparci. Oltre il ‘900, l’abbiamo visto, c’è l’800: riduzione delle pause, equiparazione della malattia ad assenteismo, limitazione del diritto di sciopero. Per uscire dalla crisi, i grandi geni dell’industria del XXI secolo ricorrono alla più vecchia delle soluzioni: aumentare il tasso di sfruttamento, spremere di più da ogni singolo lavoratore, affamarlo con mesi di blocco della produzione per poi promettere la ripresa, se sarà disposto ad accettare condizioni peggiori.

Il ricatto della delocalizzazione estende anche ai lavoratori a tempo indeterminato la schiavitù della precarietà, l’obbligo dell’obbedienza incondizionata, se non si vuole perdere il posto. Ogni distinzione tra garantiti e non garantiti, se mai è stata valida, è superata. Il livellamento verso il basso delle condizioni di vita porta settori sempre più ampi della popolazione a subire ciò che è stato sperimentato sui lavoratori del sud del mondo, sui migranti, sui giovani precari.

Noi, studentesse e studenti, siamo parte di questo processo, e l’abbiamo capito. Abbiamo capito che non è un caso, se Confindustria è il primo sostenitore della riforma Gelmini. Abbiamo capito che c’è un legame strettissimo tra quello che sta facendo Marchionne a Pomigliano e a Mirafiori e quello che sta facendo la ministra Gelmini nei nostri atenei, tra i respingimenti dei migranti nel Mediterraneo e la cacciata degli aquilani dalla propria città. Abbiamo capito che esiste un progetto complessivo che i poteri forti di questo paese stanno dispiegando, dentro e fuori il governo Berlusconi.

Il tentativo di escludere la FIOM dalla rappresentanza sindacale, perché non possa essere espressa la voce dei lavoratori che resistono al ricatto, è lo stesso portato avanti dal governo nelle scuole e nelle università, con la riduzione della rappresentanze studentesche. Questo modello di sviluppo si è rivelato incompatibile con la democrazia, e, piuttosto che cambiarlo, si preferisce farla finita con la democrazia.

Noi preferiamo cambiare il mondo. Noi preferiamo fare della crisi un’occasione per ripensare un modello di sviluppo basato sullo sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente, e per costruire un mondo diverso, che oggi più che mai consideriamo possibile e necessario.

Rivendichiamo la difesa del contratto nazionale, la liberazione dalla schiavitù della precarietà, nuove pratiche di democrazia nei luoghi di lavoro come in quelli della formazione, un nuovo welfare che garantisca autonomia sociale a studenti e precari, un piano di investimenti sui saperi per la riconversione sociale e ambientale dell’economia, la ripubblicizzazione dei saperi e dei beni comuni.

La resistenza delle migliaia di operai della Fiat che hanno avuto il coraggio di votare no al finto referendum, ma anche la sofferenza dei tanti sì estorti con la violenza del ricatto, sono il segnale che c’è un’Italia che non si piega, che considera indisponibili i propri diritti fondamentali, che non è disposta a fare da carne da macello per una ristrutturazione produttiva che esiste solo sulla carta.

Il piano di Marchionne è tutto politico, riguarda i rapporti di forza nella società, e come tale dev’essere smascherato e può essere sconfitto. Il nostro futuro dipende dal coraggio di scegliere l’alternativa, un modello di sviluppo che parta dalla democrazia, dai saperi, dai diritti.

Per questo sosteniamo la battaglia della FIOM contro il ricatto di Mirafiori e saremo in piazza, il 28 gennaio, insieme ai lavoratori e alla lavoratrici e a tutto il fronte di mobilitazione sociale intorno ai temi del lavoro, dei saperi e dei beni comuni che ha attraversato, dal 16 ottobre in poi, la società italiana, per liberare questo paese da un sistema che l’ha portato a un passo del baratro e costruire dal basso un mondo diverso.

Se non ora, quando? Se non noi, chi?

Le studentesse e gli studenti della Rete della Conoscenza