Lauree Professionalizzanti, l’ultimo atto di una triste commedia

by / Commenti disabilitati su Lauree Professionalizzanti, l’ultimo atto di una triste commedia / 487 View / 23 dicembre 2017

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Il 29 Novembre scorso è stato firmato dalla Ministra Fedeli il decreto che dà il via effettivo alle lauree professionalizzanti. Questo potrebbe definirsi l’atto finale di un progetto lungo quasi trent’anni, connotato dalla forte influenza dei maggiori rappresentanti del mondo economico dominante.
Negli anni varie raccomandazioni si sono susseguite da Banca d’Italia, Confindustria e rappresentanti degli ordini professionali, che hanno avuto una forte incidenza nel connotare l’agenda ministeriale per assolvere alle istanze del mondo industriale.
Le LP entrano ufficialmente nel dibattito interno alla conferenza dei Rettori (CRUI) nel 2015, dopo la presentazione ufficiale di treeLLLe e Fondazione Rocca del “Rapporto Innovare l’Istruzione tecnica secondaria e terziaria – Per un sistema che connetta scuola, università e imprese”. L’influenza che questo think tank ha avuto nel dibattito pubblico ma soprattutto l’incidenza sul decisore politico, come già precedentemente sperimentato con la riforma Gelmini e il progetto di riforma Aprea, si ritrova del resto nel decreto 987/2016 della Ministra Giannini, firmato il giorno prima delle dimissioni, inserito quasi in sordina nell’articolo 8 del Decreto Ministeriale 987/2016 “Autovalutazione, Valutazione, Accreditamento iniziale e periodico delle sedi e dei corsi di studio”; decreto apparentemente tecnico istituisce invece un progetto profondamente ideologico: le lauree triennali professionalizzanti. Seguiranno il comunicato di festeggiamenti della CRUI insieme a vari comunicati di supporto degli ordini e associazioni professionali, insieme alle proteste degli ITS e di Confindustria, polemiche che porteranno la neo ministra Fedeli nel 2016 a fermare il decreto e ad istituire una cabina di regia nazionale tra ITS e nuove lauree professionalizzanti. Questo nuovo organo, da cui sono state escluse le rappresentanze studentesche se non per sporadiche consultazioni, ha elaborato un programma di riforma della formazione terziaria professionalizzante intitolato “Formazione terziaria professionalizzante – Il modello Italia” che è stato poi sottoposto al parere del Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU) e del Consiglio Universitario Nazionale (CUN), dove abbiamo portato una nostra analisi critica e delle proposte alternative tramite la nostra rappresentanza eletta.
Lo scorso 29 Novembre la Ministra Fedeli, dopo un anno di attesa, firma il decreto 935/2017, che dà il via libera ai nuovi percorsi che debutteranno il prossimo anno accademico. 
L’impostazione del decreto 987/2016 che le istituiva viene confermata in toto, inoltre l’unico suggerimento recepito dal documento della cabina di regia tra ITS e Università per l’attivazione delle lauree professionalizzanti sembra essere la separazione delle competenze:

-gli ITS si occuperanno generalmente delle figure della tecnologia applicata e in generale della formazione professionale in ambito tecnologico

-le Università si occuperanno solo delle figure professionali disciplinate dalla legge è solo in accordo con gli ordini e collegi professionali (al contrario degli ITS per cui basta un’impresa).

Si continua così sul solco tracciato dal precedente folle decreto, con la mancata previsione del titolo abilitante, come già avviene per le professioni sanitarie e restando invariati i criteri necessari per l’accreditamento: tra 50 e 60 ore di tirocinio curriculare obbligatorio; limite di 50 studenti con numero programmato; dopo il primo ciclo di valutazione triennale 2021/2022 l’occupabilità ad un anno dalla laurea deve essere dell’80%, indicatore necessario per l’accreditamento periodico.
Insomma quello che dovrebbe servire a fornire profili lavorativi il più possibile coerenti con le richieste del mercato: super periti industriali, chimici ed agrari ma anche guide turistiche ed esperti di cantieri e scavi archeologici, con l’inserimento di numeri chiusissimi nell’accesso ai percorsi, come previsto dall’attuale decreto, si conteggia una partecipazione a questi percorsi di solamente 500-600 giovani nell’intero sistema nazionale. Un numero alquanto residuale, che non rappresenta il cambio di rotta necessario da fare su istruzione e ricerca, così da non indurre i laureati a cercare lavoro altrove e non spinga l’Italia a restare fanalino di coda della transizione economica e produttiva in corso.
Per migliorare la qualità della formazione, anche dal punto di vista della professionalizzazione, è necessario investire sulle istituzioni formative pubbliche per garantire un’istruzione gratuita e di qualità a tutte e tutti: l’accesso universale ai più alti gradi di istruzione è il prerequisito fondamentale dell’innovazione e del complesso di trasformazioni che viene definito “società della conoscenza”, per cui è necessario quindi abolire tutti gli ostacoli di ordine economico e non solo, all’accesso dei percorsi.
Inoltre risulta evidente da tutti i rapporti OCSE e Istat come il problema del mercato del lavoro italiano sia legato all’assenza di una politica industriale orientata all’innovazione e dall’assenza di tutele per i lavoratori: i nostri Governi hanno finanziato gli sgravi fiscali a pioggia piuttosto che gli investimenti e il welfare.
Si continuano ad utilizzare demagogicamente i bisogni degli studenti per trasformare i percorsi formativi in addestramento, con utilizzo sproposito dell’istituto del tirocinio, utile solamente alle esigenze di breve periodo delle imprese, senza investire realmente in istruzione, lavoro e welfare così spingendo il nostro Paese verso un futuro di svalutazione del lavoro e dell’istruzione, consegnando un futuro di precarietà per giovani e meno giovani.