lezione2

L’adi sul valore legale del titolo di studio

by / Commenti disabilitati su L’adi sul valore legale del titolo di studio / 87 View / 22 marzo 2012

Share

Pubblichiamo un contributo sull’abolizione valore legale del titolo di studio scritto dall’Adi (associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani):

Abbiamo salutato con piacere il fatto che la proposta di eliminare il valore legale del diploma di laurea sia stata cancellata dal decreto semplificazioni. Tuttavia il fatto che si sia aperta la discussione in merito impone qualche osservazione.

Prima però facciamo una premessa, necessaria nella prospettiva di un’associazione come l’ADI che guarda a queste tematiche con lo sguardo di chi non è più studente. La questione del valore legale dei titoli di studio in generale ci riguarda da vicino: il valore legale del titolo di dottore di ricerca, infatti, non è mai diventato effettivo, e da sempre che la nostra associazione si batte perché questo titolo venga davvero riconosciuto. Tutte le normative sulla valorizzazione del titolo, infatti,  ( T.u. pubblico impiego, legge  Bassanini ecc.) troppo poco possono in un Paese che è ben lontano dal ritenere qualificante  questo titolo nel mondo del lavoro.

Ciò premesso, anzitutto, va rilevato che ad oggi, non si sa con precisione e ufficialmente cosa ci sia davvero sotto l’etichetta “riforma del valore legale del titolo di studio” : abolizione del valore del titolo di laurea? Abolizione del valore del voto di laurea? Redazione di una classifica delle università? Ciascuna di queste proposte potrebbe avere conseguenze ben diverse.

Ad ogni modo il valore legale della laurea e/o del suo punteggio è un’operazione che, contrariamente all’obiettivo dichiarato – aumentare la qualità del sistema universitario – porterebbe ad un generale peggioramento delle condizione dei nostri atenei. La classificazione degli Atenei , ad esempio, genererebbe inevitabilmente un abbassamento del livello medio. Aprirebbe, forse, la concorrenza, ma la conseguenza non sarebbe un aumento generalizzato della qualità, come si racconta in giro, ma alla  creazione di poli “eccellenti”, pochi ma buoni, e al generale impoverimento di tutti gli altri centri. Nella situazione attuale, le università “migliori” si avvantaggerebbero sempre di più mentre quelle più svantaggiate, anche solo per questioni territoriali, sarebbero condannate ad andare sempre peggio.  La concorrenza infatti avrebbe senso se tutti partissero dallo stesso stadio. Ed è proprio questo che lo stato dovrebbe puntare a fare: innalzare il livello di tutte (possibilmente) le università. Se delle circa 60 università italiane ne avvantaggiamo una decina, non perdiamo un patrimonio immenso di conoscenze e professionalità rintanato nelle altre? E’ proprio vero che in un ateneo “cattivo” tutti i docenti sono “cattivi”?

In aggiunta, l’abolizione del valore legale del titolo appare inefficace addirittura rispetto agli obiettivi desiderati dagli stessi proponenti. Se infatti si tratta di attribuire differenti punteggi in base all’università di provenienza il risultato sarebbe addirittura un aumento del valore legale. Ma porterebbe a delle storture incredibili. Nell’università “presunta” peggiore tutta la platea studentesca è peggiore? Tutti i dipartimenti delle università migliori sono di alta qualità? Ovviamente no.

Infine va detto che una riforma del genere nasconde un presupposto: il nuovo impianto non avrebbe senso senza la liberalizzazione anche delle tasse universitarie. E infatti i sostenitori di questo disegno lo dicono apertamente. Avremmo dunque una situazione in cui gli atenei migliori sarebbero raggiungibili solo da una ristretta élite della popolazione, la più ricca. Gli altri, al massimo potrebbero indebitarsi a vita con i tanto sbandierati prestiti d’onore.

Non dobbiamo dimenticare che l’intero sistema universitario pubblico italiano si regge in gran parte sulle tasse pagate da tutti i cittadini (il contributo dato alle finanze delle università dalle rette d’iscrizione degli studenti è minoritario). Quello che tutti noi cittadini paghiamo (anche se non abbiamo mai messo piede all’università) è l’intero sistema universitario pubblico (ma anche privato, visti i non pochi finanziamenti che ricevono), non la singola università. È quindi sacrosanto diritto di ogni cittadino pretendere che ogni università pubblica sia allo stesso livello di tutte le altre e possa offrigli la stessa qualità nell’offerta formativa.

Il recente movimento sui beni comuni, inoltre, ribadisce quanto già avremmo dovuto sapere, ossia che esistono dei beni e dei luoghi – tra cui sono annoverabili il sapere e l’Università – che non possono che essere declinati al solo sviluppo della personalità degli individui e della collettività. In quest’ottica, l’abbandono del ruolo di controllore e garante dello Stato rispetto alle università, nonché di ammortizzatore proprio per quelle università meno ricche, non è accettabile.

La stessa 7° commissione del Senato (cultura) ha pubblicato i risultati di un’indagine sul tema, secondo cui l’abolizione del valore legale della laurea nel nostro  Paese presenterebbe, a fronte  dei benefici conseguenti alla liberalizzazione del sistema universitario e  alla piena autonomia delle università, vari cospicui aspetti negativi,  complessivamente prevalenti: “le indubbie difficoltà della realizzazione   legislativa, una tempistica non congrua rispetto al recentissimo avvio  dell’ANVUR, una non favorevole accettazione da parte di sindacati e ordini  professionali, ma sopratutto da parte degli studenti e delle famiglie, una probabile penalizzazione delle università territorialmente svantaggiate, la  probabile insorgenza di maggiori difficoltà in ordine alla fruizione di   una formazione universitaria di alta qualità per i giovani residenti nelle  regioni del Mezzogiorno, un probabile aumento dei costi universitari a carico degli studenti, una maggiore difficoltà di garantire il diritto allo studio degli studenti capaci e meritevoli ma sprovvisti di mezzi. A quest’ultimo riguardo si ribadisce la  fondamentale importanza dell’obiettivo costituzionale di garantire a   tutti nostri giovani pari opportunità nell’accesso anche ai più alti  livelli della formazione: la qualità non può essere privilegio di pochi.  Questo principio di uguaglianza ispira profondamente la nostra Costituzione  ed è il presupposto di base del metodo meritocratico”.

Secondo noi questo principio di uguaglianza ispira la nostra democrazia e, sopratutto per questo,  non possiamo che ribadire una forte contrarietà all’abolizione del valore legale del titolo di studio, ed anzi richiedere una sua più forte tutela a tutti i livelli (dottorato di ricerca compreso).

Adi (associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani)