La valutazione e la ridefinizione del potere nel mondo accademico

by / Commenti disabilitati su La valutazione e la ridefinizione del potere nel mondo accademico / 40 View / 29 novembre 2011

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Dei tanti problemi non risolti dalla Legge 240 sull’università, come pure dei tantissimi che la sua applicazione produce, si è discusso a sufficienza (e, fortunatamente, si continua a discuterne). C’è, però, qualcosa che è sfuggito, negli ultimi mesi, alle riflessioni sulla legge: mi riferisco alla questione della valutazione, delle università, della ricerca come dei singoli ricercatori, e del soggetto che è chiamato a realizzarla, l’ANVUR. Ovvero, detto in altri termini, del cosiddetto ‘merito’ che la legge dovrebbe tutelare e promuovere (secondo chi l’ha scritta) e che, invece, lascia le cose come stanno, se non peggiorandole (secondo buona parte di chi l’ha contestata). Si ricorderà che la difesa del merito è stata la vera leva ideologica con la quale il Ministro Gelmini ha gestito l’accidentato percorso parlamentare della legge, in particolare rivolgendola contro gli studenti, accusati di essere dei ‘conservatori’ dalla parte dei baroni, anche se si tratta, va precisato, di una impostazione nota, che risale ad un noto testo del Prof. Perotti. Non intendo soffermarmi sulla natura ideologica del concetto di merito, del resto è stato scritto a sufficienza, proverò, invece, a seguirne lo sviluppo ‘dall’interno’, ovverosia negli effetti che esso produce.

È certamente possibile reperire contributi, anche interessanti, sulla valutazione, sulle pratiche degli altri paesi e sulla necessità (condivisibile) di avviare anche nel nostro paese una cultura della valutazione delle Università. A mio avviso, però, spesso questi interventi, il più delle volte molto  specialistici, perdono di vista un aspetto centrale del problema, ovvero descrivere e analizzare come cambia il potere accademico nel momento in cui si adottano queste pratiche.

 

Valutare, infatti, significa innanzitutto porre la questione del chi valuta, del come si valuta e del cosa. Ultimamente, ad esempio, si è discusso, in riferimento proposte dell’ANVUR da tradurre successivamente in un decreto ministeriale, del ‘peso’ da attribuire agli articoli comparsi in lingua inglese su riviste internazionali rispetto a quelli in lingua italiana. La questione non è di poco conto, se si pensa che il giudizio finale e complessivo dei vari ‘pesi’ determina l’accesso all’abilitazione nazionale, ovvero un prerequisito indispensabile per entrare in ruolo (ovviamente non c’è spazio per sottolineare a sufficienza il fatto che, ottenuta l’abilitazione, l’ingresso in ruolo per gli attuali precari costituisca di fatto un miraggio, come pure la famosa tenure track).

 

Chi scrive è convinto che una discussione sul futuro dell’Università non possa prescindere da una vera presa d’atto dei limiti e dei fallimenti che nel corso degli ultimi trent’anni l’attuale classe docente ha determinato. Mi riferisco, in particolare per alcune discipline, alla (in)capacità di definire una vera comunità scientifica, di favorire una vera circolazione e un confronto dei saperi e delle conoscenze, di promuovere, realmente, scambi con altre realtà accademiche, magari straniere. E di fare i conti con il fenomeno, certo non di oggi, dell’università di massa, con i suoi nuovi bisogni e i suoi obiettivi. Parlo non a caso di discipline: so perfettamente che esistono valide eccezioni individuali. Ma è lo stato, a volte comatoso, della ricerca in alcuni settori che spaventa e preoccupa. A fronte di un’università che cambiava e di un progressivo intorpidimento delle discipline, sono cresciuti gli atteggiamenti autoreferenziali o, peggio, si è determinata la progressiva chiusura dei singoli dipartimenti in se stessi, quando non delle singole cattedre. Uno scenario, prima ancora che inaccettabile, desolante e triste. La stessa penuria di risorse, che ovviamente rappresenta un dato oggettivo, è diventata la risposta ad ogni tipo di difficoltà, un vero e proprio alibi ma, soprattutto, anche una sorta di cappa con cui si sono soppresse volontà e entusiasmi, che magari provengono dalle componenti più giovani.

Se questa considerazione non può a mio avviso non essere presente in una riflessione sull’università,  non si può nemmeno trascurare il fatto che stiamo attraversando una nuova fase, nella quale le vecchie élite accademiche cominciano a essere del tutto marginalizzate, senza che questa marginalizzazione determini né reali processi di democratizzazione, né semplice trasparenza. Non è un caso, quindi, che tanto il Ministro quanto gli studenti si siano scagliati spesso contro i ‘baroni’ –

figure che certamente esistono ancora nella nostra Accademia, come pure le tante, troppe, inaccettabili pratiche di nepotismo – ma non riescono a definire o a rappresentare le forma che sta assumendo oggi il potere accademico.

Detto in altri termini: il potere accademico che abbiamo conosciuto – incarnato nella figura dei baroni – è definitivamente in crisi, sostituito, però, da nuove élite che, ovviamente, realizzano forme di gestione che non hanno nulla a che fare con l’idea di una università pubblica e democratica. È anche possibile, ovviamente, che pezzi della vecchia accademia, consce – per così dire – del pericolo, siano riuscite ad evitare la propria marginalizzazione e a farsi cooptare nelle nuove élite nascenti: questo processo in alcuni settori può spiegare, ad esempio, perché ancora oggi parliamo di baronie. Essenziale è tener presente che, mentre gli effetti più drammatici si scaricano sopratutto sui soggetti più deboli, in particolare studenti e precari (non a caso quelli che hanno animato le mobilitazioni), la trasformazione del ruolo e della funzione della classe docente ha un andamento più fluido, certamente segnato, ma meno irruento. Questo spiega spiega anche perché un certo lassismo di buona parte della classe docente costituisca un errore non di poco conto: come tutte le crisi, anche questa ha un carattere costituivo, definisce, cioè, una nuova università, del tutto diversa da quella che abbiamo conosciuto. Ovviamente l’Università non crollerà da un giorno all’altro, ma si trasformerà quotidianamente, fino a rendersi del tutto irriconoscibile.

Oltre a queste valutazioni, relative al nostro paese e ad alcune sue specificità, c’è, ovviamente anche dell’altro. George Monbiott qualche mese fa sul Guardian (30 agosto) scriveva che c’è una nuova élite, fatta, ad esempio, di case editrici che impone alle università e, più in generale, agli studiosi come anche ai singoli cittadini, pratiche feudali per l’accesso ai contenuti delle riviste: l’argomento non è, ovviamente nuovo (si pensi a solo titolo di esempio agli studi di Rifkin sulla questione dell’accesso), ma è interessante che lo segnali Monbiot riferendosi proprio ai Lairds of Learning, sottolineandone anche l’influenza perversa rispetto alle dinamiche della valutazione internazionale basata su indici come il calcolo delle citazioni. E concludeva amaramente «Si può iniziare a leggere riviste ad accesso aperto, ma non si può smettere di leggere quelle ad accesso ristretto [cioè a pagamento]». Queste considerazioni vanno connesse all’altro grande problema del rapporto tra indici di valutazione delle riviste e avanzamento della conoscenza: con il rischio evidente di concentrare il dibattito scientifico e la ricerca sui temi main stream proprio per ‘restare sul mercato’ – perché in questo modo più alte sono le possibilità di essere citati – ed evitare di esserne espulsi. Richard Münch, professore di sociologia all’università di Bamberg, ha all’attivo diverse pubblicazioni proprio su questi temi, ovviamente riferiti soprattutto alla realtà della Germania. Il sociologo tedesco ha realizzato in un volume del 2007 un interessante studio sulle nuove élite accademiche connesse alla cosiddetta competizione fra eccellenze, altro concetto profondamente ideologico di cui si è troppo spesso abusato. In particolare questi studi evidenziano l’emergere di veri e propri cartelli e strutture oligarchiche, che limitano creatività e innovazione e che dominano i processi di attribuzione e verifica dei parametri internazionali e, di conseguenza, la circolazione dei saperi. Münch ha, inoltre, analizzato la mutazione che avviene nel senso stesso della ricerca e dell’insegnamento tramite una nuova economia politica del capitalismo accademico, verificando così gli effetti dell’allocazione delle risorse basata all’interno del ‘mercato’, (supposto) libero e in sé razionale, tramite la competizione fra atenei. In realtà queste politiche definiscono limiti e barriere alla circolazione dei saperi e al progresso della scienza, perché favoriscono la concentrazione delle risorse in pochi centri, impoverendo gli altri. Ma determinano, inoltre, la totale perversione della funzione della ricerca e dell’insegnamento, perché al giudizio rigoroso della comunità accademica si sostituisce una pratica di controllo su indici non verificabili, e l’appiattimento sul semplice ranking posseduto da un’università (che costituisce, perciò, una quota rilevante di capitale simbolico, con cui le università ‘migliori’ possono continuare ad aumentare il proprio potere, a danno delle altre e, soprattutto, della libertà della ricerca e del progresso della scienza). L’analisi è rivolta prevalentemente al caso tedesco, ma l’attenzione di Münch per i nuovi attori transazionali che definiscono le attuali politiche accademiche è tema straordinariamente interessante.

Credo che in parte queste analisi, che sono state citate a puro titolo esemplificativo e senza nessuna pretesa di completezza, non possano essere del tutto sottovalutate quando si avvia una discussione sulla valutazione nel nostro paese. Occorre essere consapevoli, cioè, che non si tratta solo di una questione ‘tecnica’, ma di una vera riorganizzazione del potere accademico italiano, in parte determinato da logiche transazionali, che si traducono nel nostro paese con una buona dose di classico provincialismo. Le logiche dell’eccellenza e della misurazione della qualità dominano le ultime discussioni sulla valutazione: bisogna sempre ricordare il gravoso carico ideologico di queste impostazioni.

Ecco perché, quanto all’ANVUR, ad esempio, bisogna segnalare che, se tutti condividiamo la giusta pretesa di avviare anche in Italia pratiche di valutazione delle attività universitarie, non si può non sottolineare come la legge 240 attribuisca a questo organismo una serie di poteri e competenze che esulano del tutto dai compiti per cui essa era stata ideata. Innanzitutto, il decreto istitutivo dell’ANVUR – per l’appunto un regolamento e non un atto di rango parlamentare – ne fa un’agenzia di nomina ministeriale: è vero che la selezione dei curricula è stata affidata ad un comitato di saggi ‘indipendente’ (presieduto da Salvatore Settis), ma si tratta comunque di un organismo che rompe con la tradizione dell’autonomia universitaria.

Si obbietterà che è giusto affidare ad un organismo terzo – rispetto agli altri soggetti accademici – la valutazione: l’obiezione cade immediatamente se si sottolineano nuovamente le competenze che vengono attribuite all’ANVUR e che ne fanno un organismo di primo piano nella definizione delle scelte accademiche. Inoltre, era comunque possibile, in sede di istituzione dell’Agenzia, prevedere una maggiore distanza tra essa e il potere politico.

Ma la domanda che intendo porre è un’altra: nel momento in cui vengono trasferite all’ANVUR competenze chiave e diversissime (decidere, ad esempio, se un’università può attivare o meno un corso di dottorato, e così via), non siamo di fronte alla palese messa in discussione della sua funzione originaria e alla totale ridefinizione, in senso pesantemente burocratico e verticistico, delle modalità di gestione degli Atenei italiani? Ad esempio, ne esce pesantemente ridimensionato il CUN, il vecchio organismo di rappresentanza delle Università, sebbene sin dalla seconda metà degli anni ’90 esso abbia perso prestigio e funzioni. Adesso siamo, però, di fronte al definitivo superamento dell’ultimo organo che, nonostante sia caratterizzato da limiti e inadeguatezze che ne richiederebbero una riqualificazione (basterebbe anche solo limitarsi all’analisi comparata di quello che avviene negli altri paesi europei), rappresenta ancora l’idea di una gestione democratica della vita accademica.

A questo punto sarebbe forse il caso di tener presente due aspetti.

Innanzitutto il processo di nuova trasformazione e concentrazione del potere accademico, dal quale non si può prescindere: e questo non significa ostacolare ogni ipotesi di introdurre sistemi di valutazione dell’accademia, ma ricondurla a una pratica trasparente e democratica, senza riproporre organismi collegiali elefantiaci, ma assicurando indipendenza piena dal potere politico, analisi della ricerca italiana e nessuna proliferazione di competenze, che ha il solo obiettivo di limitare le scelte di indirizzo e di gestione degli Atenei. Su questo pesanti responsabilità cadono sui prossimi governi, soprattutto perché si ritroveranno a dover gestire parte dell’applicazione della legge 240. Una netta inversione di tendenza dovrebbe partire proprio da una totale ridefinizione dei compiti dell’Agenzia. In tal senso, potrebbe essere interessante provare a mettere insieme, in una discussione e magari poi in una rete, le esperienze alternative che in questi anni si sono venute a creare.

L’altro punto è quello del diritto all’istruzione e alla formazione. È evidente che il modello di stato sociale costruito negli ultimi sessant’anni sia ormai sotto attacco in tutta Europa: per la verità si tratta di un attacco che riguarda paesi molto diversi e che ha, pertanto, effetti diversissimi (ciononostante la lotta degli studenti tedeschi contro l’introduzione delle tasse universitarie non può richiamare quella degli inglesi contro un’impennata delle rette d’iscrizione o quella degli italiani contro il fallimentare prestito d’onore). Siamo quindi dentro una crisi che intende riscrivere il senso e la natura delle istituzioni formative e di ricerca del continente : l’aspetto centrale del problema si sposta, quindi, sulla qualità della democrazia nel nostro continente. Logica vorrebbe che l’altezza della sfida fosse raccolta anche dai movimenti e che si procedesse immediatamente a una verifica della fase di ‘armonizzazione’ dei sistemi formativi. Purtroppo siamo ancora lontanissimi anche solo da piattaforme comuni, ma la strada non può che essere quella e va dato atto agli studenti di averla indicata per primi; occorre però ora percorrerla concretamente. Ecco perché è indispensabile, infine, lavorare a un sistema di rappresentanza e di organizzazione del precariato nell’università: un nostro contributo non può prescindere dallo sviluppare pratiche di democrazia e rappresentanza dei giovani ricercatori e di tutto il precariato universitario.

 

di Fernando D’Aniello