La ricerca alla prova del merito

La ricerca alla prova del merito

by / Commenti disabilitati su La ricerca alla prova del merito / 4 View / 29 settembre 2011

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La Scuola Normale Superiore istituì il proprio corso di perfezionamento nel 1927, mezzo secolo prima dell’introduzione dei corsi di dottorato di ricerca nelle università italiane: cinquant’anni di “sperimentazione” che furono largamente ignorati.

In un convegno tenuto alla Camera dei Deputati lo scorso aprile elencai alcuni degli elementi caratterizzanti il percorso post lauream in Normale e, in verità, nei più qualificati atenei nel mondo: selezione rigorosa all’ingresso; ammissione su temi di ricerca dove esistono competenze e strutture specifiche all’interno della Scuola; residenzialità; didattica formale (un vero piano di studi articolato in corsi frontali); prove d’esame per verificare di anno in anno il progresso della formazione e dell’attività di ricerca; periodi di studio e ricerca in altri atenei (in particolare stranieri); presenza di una significativa frazione di allievi stranieri, incoraggiata anche attraverso modalità di selezione specifiche; tesi originale valutata da esterni tra cui, di regola, esperti o docenti non italiani (il che implica che le tesi scientifiche sono scritte in inglese e quelle umanistiche o in inglese o in una delle lingue di riferimento in relazione all’oggetto).

 

Questi elementi costituiscono la lente attraverso la quale vorrei commentare il Regolamento recante criteri generali per la disciplina del dottorato di ricerca in via di emanazione da parte del ministero. Questo regolamento nasce dalla legge 240/2010 di riforma dell’università (la “legge Gelmini”), che introduce il principio dell’accreditamento dei corsi dottorali e pone così le condizioni perché specifiche caratteristiche siano richieste per l’attivazione di percorsi di formazione dottorale.

 

Un esame della bozza appena diffusa mostra che questa volta l’esperienza della Normale non è stata ignorata. Anzi: il testo spesso ne riecheggia aspetti e obiettivi. Per i corsi di dottorato italiani l’adozione di questo regolamento significherà un cambiamento significativo. Come si chiede da più parti – e un po’ in tutti i contesti, una riforma, un cambiamento strutturale. A mio giudizio, per il meglio.

La lettura del Regolamento mostra che l’accreditamento in un certo ambito scientifico è subordinato all’esistenza di adeguate risorse umane, strutturali e finanziarie in quel particolare settore. Non ho dubbi che per un corso dottorale siano necessari docenti scientificamente attivi, ben inseriti in network nazionali e internazionali e, dove appropriato, collegati con il mondo delle imprese. Questo non basta: devono essere richieste strutture (laboratori, biblioteche) e risorse per garantire un’efficace e competitiva attività di ricerca dei dottorandi. È poi condivisibile la previsione di valori minimi quantitativi sia nel numero di dottorandi in un certo ambito, sia nel numero di docenti coinvolti in modo esclusivo.

Questa è infatti la precondizione sia per la creazione di un ambiente scientificamente stimolante e articolato, sia per l’esistenza di un’offerta didattica vera e non presa a prestito dai corsi universitari pre-laurea. Il corso di dottorato è parte integrante del percorso formativo dei futuri ricercatori, anche non accademici. Questo aspetto richiede di porre grande cautela su quali enti, oltre alle università, possano essere ammessi all’organizzazione di corsi dottorali. La presenza di una coerente attività formativa a livello universitario è effettivamente menzionata nel Regolamento. Andrà richiesta nei fatti. L’attrattività dell’ateneo, misurata attraverso la frazione di dottorandi provenienti da altri atenei e da altri paesi, appare anch’essa un parametro utile per l’accreditamento. In linea con queste scelte sottolineo poi l’opportuna previsione di valutatori esterni all’ateneo e dell’uso dell’inglese o di altra lingua straniera.

Una coerente applicazione di questi principi – e molto dipenderà dalle scelte di Anvur e ministero – produrrà non solo corsi dottorali in linea con i migliori al mondo, ma anche un effetto profondo sulla struttura stessa del sistema universitario. Vedremo emergere centri di accumulazione di competenze, competitivi a livello internazionale. Vedremo cioè i diversi atenei specializzarsi e investire nei settori dove si sentono effettivamente più forti. Attenzione: non sto parlando di atenei di serie A e atenei di serie B, ma di atenei specializzati nel settore A e atenei specializzati nel settore B. Occorre dire che un processo del genere porterebbe a un utilizzo più efficace delle risorse?

Parlando di risorse, è chiaro che questo processo di focalizzazione rende necessaria una maggiore mobilità degli allievi. Un aspetto positivo, a mio avviso, che richiede disponibilità di risorse appunto per la mobilità e la residenzialità al fine di garantire l’effettivo accesso dei più meritevoli ai corsi. Questo è previsto nel regolamento e fa riferimento a risorse ministeriali e a risorse esterne al sistema universitario. L’attuale situazione economica e culturale è però difficile: sarà necessaria la massima attenzione nelle scelte, sarà necessaria una profonda e diffusa comprensione dell’importanza della formazione post lauream per lo sviluppo economico e culturale del paese. In mancanza di queste nessun Regolamento, da solo, potrà garantire una formazione dottorale di qualità, ma certamente questo Regolamento rappresenta una cornice coerente e moderna che può mettere il nostro dottorato in linea con le best practices internazionali.

 

(29 settembre 2011) Fabio Beltram – Il Sole24Ore