La crisi modifica anche le scelte dell’università: nel 2010 un dottore su due ha preso il titolo nell’ateneo “sotto casa”

La crisi modifica anche le scelte dell’università: nel 2010 un dottore su due ha preso il titolo nell’ateneo “sotto casa”

by / Commenti disabilitati su La crisi modifica anche le scelte dell’università: nel 2010 un dottore su due ha preso il titolo nell’ateneo “sotto casa” / 4 View / 27 maggio 2011

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Immatricolazioni in calo del 13% negli ultimi sette anni, mentre più che i dottori crescono i titoli universitari, passati dai 172mila del 2001 ai 293mila del 2009. Tra i laureati 2010 poi 72 su 100 hanno portato per la prima volta il “titolo” nella famiglia d’origine e il 51% ha conseguito il diploma nell’università “sotto casa”. Leggasi «nella provincia di residenza», due punti percentuali in più di quanto non avvenisse nel 2004.

Cresce invece il numero di laureati che decide di lasciare l’Italia per lavoro, un dato che si affianca alla storica mobilità studio/lavoro lungo la direttrice Sud-Nord. Adesso anche dal Nord si emigra verso l’estero. I dati sono contenuti nell’annuale rapporto sui laureati realizzato da Almalaurea e presentato a Sassari dal direttore del consorzio Andrea Cammelli.

Considerare il valore aggiunto
«Occorre considerare il valore aggiunto», spiegano da Almalaurea. A parità di condizioni di partenza, come il singolo ateneo o la singola facoltà riescono a far crescere lo studente? In merito i ricercatori AlmaLaurea, guidati da Francesco Ferrante stanno conducendo una indagine sperimentale sulle facoltà di Ingegneria per dimostrare che la graduatoria per facoltà per numero di studenti in corso cambia a seconda se si considerano o meno le condizioni di partenza degli studenti che in quelle Facoltà si iscrivono. «Così come un’impresa è interessata al valore aggiunto per addetto più che al fatturato – spiega Ferrante, economista a Cassino – anche il policy maker dovrebbe essere interessato a destinare risorse pubbliche in funzione della produttività delle università piuttosto che in base agli esiti in uscita dei laureati».

La laurea arriva in media a 27 anni
Il rapporto ha coinvolto 191.358 collettivi bianchi usciti dalle università nel 2010, 110.257 con laurea di primo livello, 53.180 con laurea specialistica/magistrale e 15.291 con laurea a ciclo unico, in uno dei 56 atenei aderenti da almeno un anno ad AlmaLaurea. Interessanti i dati emersi, a partire dalla riuscita negli studi. I laureati pre riforma del 2004 conseguivano il titolo a 27,8 anni contro i 26,9 dei dottori 2010. La regolarità nel concludere gli studi negli anni previsti dagli ordinamenti, che era a livelli ridottissimi anche fra i laureati pre-riforma nel 2004 (15 laureati su 100!), si è più che raddoppiata ed è raggiunta oggi, complessivamente, da 39 laureati su 100 (sino al 47,5% tra i laureati di secondo livello).

Tutti i ritardi
Analizzando i laureati di primo ciclo, emerge che i più giovani a concludere gli studi risultano i dottori dei percorsi linguistico (24,6 anni), geo-biologico e ingegneristico (entrambi a 24,7 anni) mentre l’età più elevata si riscontra fra i laureati dei gruppi insegnamento (28,5 anni) e giuridico (29,2). Concludono gli studi a meno di 23 anni 35-37 laureati su 100 dei gruppi ingegneria, psicologico, chimico-farmaceutico, linguistico, scientifico, economico-statistico, mentre allo stesso traguardo non arrivano che 18 laureati su 100 del gruppo insegnamento e solo 6 laureati su 100 del gruppo giuridico. Concludono nei tre anni previsti 67 laureati delle professioni sanitarie su 100 e 39 laureati su 100 dei gruppi chimico-farmaceutico ed economico-statistico. All’estremo opposto, restare in corso riesce possibile soltanto a 14 laureati su 100 del gruppo giuridico e a 28 su cento di quello agrario.

Più conoscenze linguistiche e informatiche
Dal confronto tra l’identikit dei laureati 2010 e 2004, emerge poi una figura di neodottore che ha investito meno tempo nella predisposizione della tesi/prova finale (in media da 8,4 fra i laureati pre-riforma del 2004 a 5,7 mesi), il che capita anche per i laureati specialistici, tenuti invece a elaborare una vera e propria tesi di laurea. Emerge contemporaneamente una figura di laureato che vanta nel proprio bagaglio formativo conoscenze linguistiche e informatiche nettamente superiori a quelle possedute dai propri fratelli maggiori laureatisi prima della riforma. Tra il 2004 e il 2010 la conoscenza “almeno buona” dell’inglese scritto e parlato è aumentata di oltre 8 punti, mentre la conoscenza “almeno buona” di fogli elettronici, strumenti multimedia, sistemi operativi e word processor lievita di 13 punti o più.

 

Claudio Tucci – Il Sole 24ore