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Inghilterra: addio alle borse di studio universitarie

by / No Comments / 1068 View / 3 febbraio 2016

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Dal prossimo settembre i ragazzi inglesi che decideranno di iscriversi alle università del proprio Paese non potranno beneficiare di alcun tipo di borsa di studio statale: questa la decisione presa definitivamente a metà gennaio dal governo britannico, che non dà segni di vacillare nonostante le proteste studentesche e gli appelli dell’opposizione. Falciati dunque i sussidi, per sollevare almeno in parte le famiglie dai costi della vita universitaria, i nuovi immatricolati potranno ricorrere solamente ai prestiti (loans), che sostituiranno completamente le altre forme di beneficio previste in precedenza.

Eliminare le borse di studio per reddito in una nazione che conta le tasse universitarie più alte d’Europa e dove già non era possibile ambire a esenzioni “meritocratiche” dalle tasse, neppure parziali, potrebbe equivalere a sbarrare la strada verso la laurea a una buona fetta della popolazione. Sono infatti circa mezzo milione gli studenti che attualmente hanno accesso a grants che attualmente possono raggiungere le 3.387 sterline annue per le famiglie con un reddito complessivo al di sotto delle 25.000 sterline; la cifra decresce in proporzione al reddito famigliare fino alla soglia delle 42.620 sterline, oltre la quale non si ha titolo per ottenere alcun sostegno finanziario, a prescindere dai risultati accademici.

Un’escalation veloce, quella del costo dell’istruzione terziaria in Inghilterra, che solo nel 2012 ha visto il triplicarsi delle tasse d’iscrizione. Senza contare che da settembre il nuovo schema di diritto allo studio non solo non contemplerà più la possibilità di ottenere borse, ma potrà contare anche su di un cospicuo rialzo dell’importo massimo delle tasse, che passerà da 3.000 a 9.000 sterline per le università che dimostreranno di offrire insegnamenti d’eccellenza.

Per rassicurare gli studenti e le loro famiglie, il cancelliere dello scacchiere britannico (titolo equivalente al nostro ministro dell’Economia) George Osborne inserisce nel meccanismo di sostituzione delle borse con i prestiti anche l’aumento di quasi 800 sterline dell’importo dei prestiti erogabili, per un totale di 8.200 sterline annue. Ottenere un prestito ha come prima ovvia conseguenza quella di accumulare un debito verso lo Stato, che però non chiede di essere ripagato se non a partire dal momento in cui il laureato guadagnerà almeno 21.000 sterline all’anno; questa cifra, che non è stata ritoccata rispetto agli anni scorsi (e perciò nemmeno adeguata al tasso d’inflazione), rimarrà congelata per i prossimi cinque anni.

La decisione di adottare un diverso sistema di sussidi universitari nasce dal calcolo del peso del sistema attuale sui contribuenti, che oggi supera il miliardo e mezzo di sterline. Si è proiettata questa somma in avanti di dieci anni relazionandola all’incremento del numero di immatricolazioni registrate in Gran Bretagna: il risultato sarebbe, secondo le parole di Osborne, una cifra che si aggira sui tre miliardi e che è diventata “non più sostenibile” (unaffordable). La sua considerazione ufficiale sottolinea inoltre “l’ingiustizia di base che sta nel chiedere ai contribuenti di pagare borse di studio a persone che poi probabilmente guadagneranno molto più di loro”.

È lecito dunque pensare che la manovra punti, nelle intenzioni dei Tories, a spostare l’onere del pagamento dalle tasche dei contribuenti a quelle del diretto beneficiario. Ma se sulla corta distanza il nuovo sistema potrebbe dare sollievo alle casse statali, sul lungo raggio avrebbe invece ampie possibilità di rivelarsi un boomerang. L’Institute for Fiscal Studies ha infatti stimato che solo un quarto dei prestiti elargiti nei prossimi anni  potrà essere restituito: il risultato non sarà che un ampliarsi del debito per gli studenti più poveri, che al termine di un corso di laurea triennale dovranno ripagare allo Stato circa 53.000 sterline, quando oggi la cifra si ferma a 40.500.

Il piano di riforma del sistema di diritto allo studio era già stato annunciato a luglio, per essere applicato agli studenti inglesi e gallesi. Votato il 15 gennaio, avrà invece effetto sui soli studenti inglesi, grazie a una netta presa di posizione del governo gallese che intende mantenere il proprio sistema di benefici per i propri universitari, evitando di rimanere così intrappolato in un meccanismo che premia le università ma allo stesso tempo minaccia l’essenza di cui sono costituite: gli studenti.

Chiara Mezzalira

Tratto da “Il Bo”, Giornale dell’Università di Padova

 

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