in contropiede. Per rovesciare l’Italia

in contropiede. Per rovesciare l’Italia

by / Commenti disabilitati su in contropiede. Per rovesciare l’Italia / 24 View / 3 marzo 2011

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rovesciamoli 

Riprendiamoci il futuro” è stato uno dei principali slogan del movimento studentesco degli ultimi mesi, non solo uno slogan, ma un orizzonte individuato con la consapevolezza che per riprendersi il futuro è necessario trasformare il presente. Dopo le vacanze di natale, la sessione di esami (perché nelle piazze c’erano gli studenti veri), lo sciopero della FIOM, gli scandali sessuali e l’acuirsi dello scontro tra poteri, il futuro è più vicino, ed è sempre più scuro. 

Nei mesi trascorsi questo autunno il movimento studentesco ha dimostrato una grande intelligenza strategica e politica. Partendo da una riforma che completa un ventennale ciclo di interventi legislativi e finanziari bipartisan tesi a una sostanziale privatizzazione della formazione pubblica, si è costruita una mobilitazione ben più larga, non autoreferenziale, capace di parlare all’Italia intera.

Nella società berlusconiana fondata sull’egemonia a-culturale dobbiamo sapere che la si può combattere, ma non la si può sconfiggere con un approccio impolitico, indipendentemente dal fatto che ciò riguardi la giustizia, i diritti civili o i temi sociali.

Questo autunno, con intelligenza strategica, abbiamo saputo individuare nel voto di fiducia del 14 dicembre, una possibilità di vittoria per il movimento studentesco e per i movimenti sociali in genere. Ci siamo inseriti in una crisi di Governo tutta interna al campo del centrodestra e abbiamo lanciato la sfida: “governo precario, generazione precaria: vediamo chi cade.” A tre mesi di distanza prendiamo atto che siamo ancora qui, entrambi.

Serve quindi proseguire con quella stessa intelligenza strategica dimostrata nella scelta di convocare la mobilitazione del 14 dicembre. E’ necessario leggere la fase con attenzione praticando quel che Tronti chiamò “pensare estremo, agire accorto”, laddove non si intenda ciò come un star fermi, perché basta sapere dove si mettono i piedi per poter correre ancora più forte.

Gli echi del Mediterraneo, le rivolte e le rivoluzioni ci toccano da vicino, ci emozionano, ci fanno sentire parte di una collettiva voglia di liberazione.

E’ interessante riconoscere ed approfondire il dato delle similitudini per quanto concerne la composizione sociale delle rivolte in Italia e Europa come in Maghreb, con un ruolo centrale di giovani, con una formazione e senza un futuro.

Ma l’Italia non è il Maghreb, ed è bene dirlo senza facili ed esaltanti semplificazioni. Da un lato Berlusconi mantiene saldo il proprio ruolo proprio grazie al meccanismo ormai puramente formale della fiducia parlamentare, garantita da un radicato fenomeno di corruzione: la maggioranza a sostegno del Governo si amplia di settimana in settimana.

Dall’altro lato grazie al blocco sociale di potere che lo sostiene, Berlusconi conserva il ruolo di Capo del Governo, non scalfito dagli scandali e dallo scontro istituzionale che questi hanno aperto. 

La grande differenza è evidentemente connessa al sistema politico. In Italia, cresce di giorno in giorno la percezione/consapevolezza di vivere in un sistema autoritario nella sostanza, che rimane però democratico nella forma. Si tratta di una democrazia autoritaria. Se in quelle che Talmon definiva democrazie totalitarie “tutto è politica, ma la società è spoliticizzata”, nella democrazia autoritaria in salsa italiana si è spoliticizzata anche la politica, e si tende sempre più a spoliticizzare ogni forma di opposizione sociale.

Se dovesse oggi cadere il Governo Berlusconi avremmo davanti diverse possibili alternative: un Governo Tremonti, un governo di transizione con una grande coalizione, il ritorno del centro-sinistra al Governo, con o senza il passaggio elettorale. Nessuno di questi scenari ci appassiona, rasserena, o costituisce un passo in avanti in sè.

La crisi delle sinistre italiane è una crisi di senso, prima ancora che di consenso, è emersa già nelle precedenti esperienze di Governo, e non crediamo che sia sufficiente porsi l’obiettivo di far cadere Berlusconi.

Gli studenti sono stati negli ultimi anni tra i pochi, se non unici soggetti promotori di un’opposizione sociale capace di tenere insieme radicalità, analisi politica e consenso nel Paese. Spesso sono stati soli nel farlo. Senza nessuna forza politica capace di raccogliere le nostre istanze, o soggetti sociali capaci di sostenerci fino in fondo.

Dagli studenti può venire la capacità di mettere in crisi il Governo, sui temi sociali, minandone il consenso e praticando quotidianamente un’idea di scuola, università, società alternative e differenti.

Serve mettere in campo una mobilitazione di lungo respiro, che affronti i temi sociali concreti che toccano la quotidianità delle vite di studenti, precari, lavoratori, pensionati. Serve costruire questa mobilitazione verso lo Sciopero Generale convocato per il 6 maggio, passando per lo sciopero indetto dall’FLC per il 25 marzo.

Serve ripartire subito dalle mobilitazioni città per città, negli atenei, nelle scuole, senza farsi dettare l’agenda di mobilitazione dalle date dei processi di Berlusconi o da Repubblica. Riprendiamo parola nelle assemblee, organizziamoci verso lo sciopero generale, per far si che la rivendicazione dello sciopero sostenuta da tutti gli studenti in piazza quest’autunno non sia stato solo un feticcio, un retaggio storico privo di senso, bensì uno strumento, un passaggio fondamentale per tutte e tutti.

Verso lo sciopero generale perché la nostra lotta, per la ripubblicizzazione dei saperi, non può essere condotta solo all’interno delle mura delle scuole e università, con chi ci vive, deve essere una lotta di tutti, che rompa il silenzio di quest’Italia afona. 

Ma la rottura del silenzio, se prodotta senza saper utilizzare le giuste parole, rischia di essere solo un fastidioso brusio, e non il frastuono capace di sovrastare il vuoto eco della politica.

Abbiamo trovato le giuste parole, abbiamo posto la questione generazionale con forza, declinandola, senza retorica, come una questione sociale. E’ una questione sociale, che vive dentro la crisi, nei rapporti di lavoro precario sempre più frammentati. che riguarda non solo noi studenti, ma che sa parlare della nuova questione operaia, di come questa si possa coniugare con la sostenibilità ambientale, un’istanza sociale che parla di reddito, che immagina un welfare universale respingendo la guerra tra poveri e affermi nuovi legami sociali: nella nostra battaglia per il futuro c’è un’altra idea di società.

E’ una lotta che non può vivere solo nel breve periodo, l’ansia di futuro deve fare i conti con la necessità di vincere fino in fondo. Oggi per noi vincere non può limitarsi a ”prendere il palazzo”, anche perché i processi di governance globale dimostrano come il potere non risieda più in quei luoghi. Se non vogliamo che il sistema sostituisca questo tiranno con uno meno appariscente ma non meno feroce, dobbiamo sapere che non serve rovesciare il tiranno, serve rovesciare i rapporti di forza.

E’ una lotta che deve vivere giorno per giorno, una lotta da giocare a tutto campo, senza chiudersi in difesa, serve giocare il “calcio totale”.

Se la crisi avanza, se ci vogliono sempre più frammentati e sempre meno squadra, se il futuro è sempre più buio e sempre più vicino, non restiamo fermi, prendiamoli in contropiede.