IL SISTEMA UNIVERSITARIO ITALIANO SECONDO RES: PIÙ PICCOLO E DISEGUALE

by / Commenti disabilitati su IL SISTEMA UNIVERSITARIO ITALIANO SECONDO RES: PIÙ PICCOLO E DISEGUALE / 224 View / 10 dicembre 2015

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E’ stato presentato oggi a Palermo il Rapporto della Fondazione RES sulle Università e il Sud , di cui è disponibile una sintesi.

Le parole che possono caratterizzare l’immagine del sistema universitario descritta da questo rapporto sono due: ridimensionamento e disuguaglianze. Il sistema universitario italiano per la prima volta nella sua storia, è diventato significativamente più piccolo. Di circa un quinto. Rispetto al 2004, nel 2014-15 gli immatricolati sono ridotti di oltre 66 mila, passando da circa 326 mila a meno di 260 (-20%); i docenti da poco meno di 63 mila a meno di 52 mila (-17%); il personale tecnico amministrativo da 72 mila a 59 mila (-18%); i corsi di studio scendono da 5634 a 4628 (-18%).

Questi numeri drammatici sono direttamente connessi al calo del fondo di finanziamento ordinario delle università (FFO) che è diminuito del 22,5%. e alla mancanza di adeguati finanziamenti nel diritto allo studio. Basti pensare che i servizi del diritto allo studio si rivolgono solo al 10 % del totale degli universitari e, tra gli idonei a ricevere la borsa di studio, uno su quattro non la ottiene per mancanza di fondi. Anche i servizi mensa e alloggio sono a dir poco carenti: solo il 2% degli studenti è assegnatario di un posto alloggio nelle residenze universitarie mentre è disponibile un posto in mensa ogni 35 studenti iscritti.

Se questi numeri di per sé dovrebbero far riflettere sono ancora più gravi se analizzati in relazione alla distribuzione geografica di risorse e studenti. Il calo delle immatricolazioni, ad esempio è differenziato per territori: è particolarmente intenso nelle Isole (-30,2%), nel Sud continentale (-25,5%) e nel Centro (-23,7%, specie nel Lazio); più contenuto al Nord (-11%). Anche gli abbandoni degli studi seguono una dinamica territoriale; dati recenti mostrano che una significativa quota di studenti abbandona i corsi universitari dopo il primo anno: il 12,6% al Nord, il 15,1% al Centro e il 17,5% al Sud

Queste profonde differenze derivano in larga parte da un sistema di riparto dei fondi – sia quelli relativi al fondo di finanziamento ordinario che quelli relativi al fondo per il diritto allo studio – che insistendo su ambigui criteri di merito sta finendo per concentrare le risorse e gli investimenti in pochi atenei di serie A che coprono un triangolo di 200 chilometri di lato con vertici Milano, Bologna e Venezia (e qualche estensione territoriale a Torino, Trento, Udine); mentre la serie B, cioè gli altri atenei, copre il resto del paese.

Questo processo è stato portato avanti da governi di ogni colore come una sorta di quello che viene definito nel rapporto ‘pensiero unico implicito’. Come abbiamo sempre detto rifiutiamo un sistema con poche eccellenze che crescono a discapito di tutto il sistema. Invece una diffusa qualità dei nostri atenei, ramificata su tutto il livello territoriale è indispensabile per il benessere del paese, per il suo sviluppo e per le sue capacità di riprendersi dalla fase di crisi economica.

E’ ora di guardare in faccia i dati: una stima della spesa pubblica per l’istruzione universitaria per abitante mostra che essa ammonta, in anni recenti, a 332 euro in Germania, a 305 in Francia e a 157 in Spagna, a fronte di un valore di 117 euro per il Centro-Nord e di soli 99 euro per il Mezzogiorno. Dobbiamo invertire questa tendenza a partire dalla legge di Stabilità di quest’anno. Per questo motivo il 18 dicembre saremo davanti a Montecitorio con FLC – CGIL, Adi , Coordinamento Ricercatori Non Strutturati e Rete29Aprile, per ribadire che il paese non va da nessuna parte senza i suoi atenei e che serve una politica reale di investimenti a partire da un piano per il sud.