Il Fondo per il merito: perché ripensarlo

by / Commenti disabilitati su Il Fondo per il merito: perché ripensarlo / 85 View / 9 dicembre 2011

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La Commissione Europea nel piano strategico denominato Europa 2020 ha individuato cinque assi di intervento ritenuti chiave per rilanciare l’economia comunitaria – occupazione, ricerca e sviluppo, clima ed energia, lotta alla povertà e istruzione – fissando per ciascuna linea di azione degli obiettivi molto concreti da raggiungere entro il 2020. Nel settore che qui interessa, quello dell’istruzione, i paesi UE sono chiamati a:

§       ridurre il tasso di abbandono scolastico a meno del 10% nella popolazione di età compresa tra i 18 e i 24 anni;

§       conseguire una percentuale di laureati pari almeno al 40% nella fascia di età tra i 30-34 anni.

L’Italia è molto lontana da entrambi i traguardi. I giovani (fra i 30-34 anni) in possesso di un diploma di laurea sono il 19% contro una media europea del 30%, dietro di noi si posizionano soltanto la Slovacchia, la Romania e la Repubblica Ceca (Fig. 1). Il livello di istruzione è senza dubbio cresciuto nella popolazione italiana – basti osservare che nella fascia di età 55-64 anni i laureati raggiungono a stento il 10% – ma è altrettanto indubbio che i passi compiuti dal nostro paese sono modesti se comparati a quelli di altri paesi, i “cugini” Francia e Spagna in testa.

La questione cruciale è: chi manca all’appello? Chi, quindi, occorre attrarre nel sistema universitario? La risposta è nota ma è necessario ricordarla: quanti hanno i genitori non diplomati. Il 9% dei laureati in Italia proviene da famiglie che non hanno conseguito il diploma di maturità mentre il 61% dei laureati ha genitori laureati[1]; in breve, i figli di chi possiede un’istruzione terziaria hanno più probabilità di accedere all’università e terminarla. Questo (è solo uno degli indicatori che) dimostra che l’accesso all’istruzione universitaria è ancora fortemente condizionato dal background socio-economico famigliare, ragion per cui esiste la politica per il diritto allo studio. Gli aiuti agli studenti meno abbienti, la borsa di studio in primis, hanno lo scopo di rimuovere le barriere di tipo economico che ostacolano il proseguimento degli studi fino ai più alti gradi, supplendo alla famiglia non in grado di sostenerne il costo. L’elemento economico è condizione necessaria ma non sufficiente per accedere al supporto, lo studente deve anche essere capace di proseguire gli studi, questo sancisce la Costituzione italiana e questo prevede l’attuale normativa fissando un numero di crediti da conseguire annualmente per avere accesso alla borsa.

Negli ultimi anni, tuttavia, l’accento è stato posto esclusivamente sulla seconda condizione, quella del merito, e ciò ha trovato la sua espressione compiuta nel Fondo per il merito (appunto) introdotto dalla recente riforma universitaria nota come riforma Gelmini. Secondo le intenzioni dello scorso governo, il Fondo del merito dovrebbe al contempo “promuovere l’eccellenza e il merito fra gli studenti” – così si legge all’art. 4 della Legge 240/2010 – e consentire di raggiungere l’obiettivo dell’aumento del numero di laureati, cosi è specificato nel Programma Nazionale di Riforma[2] (PNR), il documento che recepisce e illustra come verranno raggiunti gli obiettivi posti dalla Commissione Europea. Nel PNR si asserisce che l’Italia arriverà ad una percentuale di giovani laureati pari al 26-27% entro il 2020, un valore più realisticamente rivisto al ribasso rispetto all’obiettivo europeo del 40%, e che tale traguardo verrà conseguito in virtù del Fondo per il merito:

“L‘impianto complessivo della riforma [Gelmini], attraverso l‘innalzamento della qualità della formazione superiore, intende contribuire al raggiungimento dell’obiettivo europeo dell’accrescimento del numero dei laureati. A tal fine un particolare rilievo avrà la costituzione del Fondo di meritoper fornire agli studenti meritevoli agevolazioni per il pagamento delle tasse universitarie e delle spese di vitto e alloggio e, in tale prospettiva, ridurre il divario di competenze che caratterizza il capitale umano italiano rispetto a quello dei sistemi concorrenti, nonché favorire la mobilità degli studenti.”

E ancora:

“Con questo programma gli studenti più meritevoli avranno a disposizione un sistema di prestiti a lungo termine e a condizioni convenienti per pagarsi interamente gli studi, incluse le spese di vitto e alloggio. In questo modo, gli studenti potranno scegliere di andare nell’Università migliore.”

Il sistema in soldoni funzionerebbe così: si selezionerebbero gli studenti migliori sulla base di una prova nazionale standard – per partecipare alla quale gli studenti dovrebbero pagare un contributo[3] –, quindi i selezionati avrebbero accesso ad un prestito a condizioni agevolate che permetterebbe loro di iscriversi nell’ateneo migliore senza subire condizionamenti nelle scelte derivanti da vincoli di bilancio, il che genererebbe una competizione virtuosa fra gli atenei che eleverebbero la qualità dell’offerta formativa per attrarre più studenti (sottinteso già presenti nel sistema).

Di questo meccanismo – estremamente allettante nella sua apparente semplicità, tanto da essere stato sponsorizzato da parte della stampa, adottato da alcuni studiosi, ma anche criticato dettagliatamente da Francesca Coin – non viene esplicitato nel PNR un punto fondamentale: il nesso causale tra l’introduzione dei prestiti, da un lato, e  l’incremento degli  iscritti,  per cui è lecito dubitare che esista. L’interrogativo chiave, in che modo il Fondo per il merito, quindi i prestiti, possano incrementare il numero di immatricolati ed in ultima analisi il numero di laureati, resta insoluto.

Anche il principio stesso su cui è imperniato il Fondo è discutibile poiché premiare e sostenere il merito degli studenti universitari con un prestito è una contraddizione in termini. Il prestito non è un riconoscimento, non è una cosa cui si ambisce e quindi verso cui tendere ma risponde ad una necessità puramente economica. E qui si inserisce un altro limite individuato dallo stesso Ministero[4]: “I soggetti interessati a usufruire dei finanziamenti della Fondazione saranno presumibilmente quelli caratterizzati da un vincolo di bilancio stringente” tradotto: gli studenti in condizioni economiche svantaggiate. Ma l’esperienza dei prestiti in Inghilterra insegna, grazie agli studi condotti da C. Callender[5], che:

§       il timore di indebitarsi è maggiore tra le fasce meno abbienti della popolazione e rappresenta un deterrente per l’iscrizione all’università;

§       gli studenti in condizioni economiche svantaggiate hanno più probabilità di indebitarsi e contraggono debiti più ingenti;

§       gli studenti mettono in atto una serie di strategie per non indebitarsi eccessivamente, ovvero dedicano più ore ad attività lavorative a discapito dei risultati formativi, continuano a vivere con i genitori, optano per corsi più brevi in atenei meno costosi/prestigiosi.

I prestiti, lungi dal rappresentare un premio, non sono neanche un incentivo alla mobilità. Gli studenti provenienti da famiglie non abbienti ricorrerebbero alle strategie sopra enunciate per evitare l’indebitamento, tanto più a fronte di un mercato del lavoro come quello italiano caratterizzato da bassissime prospettive occupazionali – il tasso di disoccupazione giovanile sfiora il 30% –, e come rileva il XIII Rapporto AlmaLaurea sulla condizione occupazionale dei laureati, da bassi salari di ingresso, contratti di lavoro non stabili e crescita del lavoro in nero. Gli studenti invece con un elevato background socio-economico familiare possono già permettersi di iscriversi all’università ed esercitare il cosiddetto “voto con i piedi” verso l’ateneo che preferiscono non essendo soggetti a vincoli di bilancio (pertanto non hanno bisogno di prestiti). Si contano nel 2009/10 circa 380.000 studenti iscritti fuori sede, ovvero che studiano in una regione diversa da quella di residenza, mentre secondo le stime del MEF con una dotazione di 50 milioni di euro[6] si potrebbero garantire 1.000 nuovi prestiti ogni anno per una durata quinquennale degli studi (a regime 5.000 prestiti l’anno in totale). Posto che la dotazione attuale del Fondo non è di 50 milioni ma di  9 milioni, c’è
una questione di fondo che rimane irrisolta: se quasi 400 mila studenti  non bastano
a sviluppare una competizione virtuosa fra gli atenei, come potrebbero  riuscire  nell’impresa 5.000 studenti?

Nel Fondo per il merito, e più in generale nella riforma Gelmini, non si intravedono nemmeno azioni risolutive rispetto alle criticità del sistema universitario italiano evidenziate chiaramente dal CNVSU[7]: “alti tassi di abbandono dopo il primo anno; elevata quota di studenti “inattivi” (cioè che non sostengono esami); molti studenti fuori corso; tempi lunghi per il conseguimento della laurea e di conseguenza età avanzata al momento del suo conseguimento”.

Le analisi mostrano che il Fondo per il merito non ridurrebbe il  tasso di abbandono né aumenterebbe il numero di iscritti (e particolarmente dei privi di  mezzi) né  farebbe crescere la percentuale di laureati. Occorre ripensarlo mettendo  in atto  nuove e mirate politiche, coerenti con gli obiettivi che si intende  perseguire e  che siano effettivamente perseguibili con lo strumento del premio (per  definizione  a fondo perduto) e del prestito.

(09 dicembre 2011) Federica Laudisa – www.roars.it