Il Decreto FFO 2014 e le ombre sul futuro degli atenei in Italia

by / Commenti disabilitati su Il Decreto FFO 2014 e le ombre sul futuro degli atenei in Italia / 1130 View / 15 settembre 2014

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Qualche giorno fa è stata trasmessa ad alcuni organi accademici nazionali (CUN, CNSU, CRUI) la bozza del decreto sul Fondo di Finanziamento Ordinario relativo al 2014, ossia il provvedimento che determina i parametri per la distribuzione delle risorse statali alle  università italiane. Nel testo sono presenti delle novità rilevanti sui meccanismi di riparto dei finanziamenti: quelle principali riguardano la c.d. “Quota base”, che corrisponde a più del 70% del totale dei finanziamenti, e la c.d. “Quota Premiale”, per la quale cambierà il peso degli indicatori.

La prima considerazione da fare è che il totale dei finanziamenti destinati al sistema universitario rimarrà pressoché costante: si ravvisa un aumento dello 0,8%, in pratica pari all’adeguamento Istat, ovvero una semplice rivalutazione su base annua del costo della vita. E’ quindi ancora lontana la prospettiva di un rifinanziamento dell’università pubblica: nonostante tutte le promesse del Governo di rilanciare l’università pubblica, gli atenei continueranno a navigare in cattive acque per la mancanza di fondi adeguati.

Per quanto riguarda la definizione della quota base del FFO (circa il 72% del totale dei finanziamenti), la Ministra Giannini ha inserito, quale parametro per definire l’assegnazione del fondo, il “Costo Standard Unitario di Formazione per Studente in Corso” già dalla c.d. Legge Gelmini per sostituire il precedente metodo di assegnazione basata sullo stanziamento storico. Le indicazioni per il calcolo di questo Costo Standard sono ancora “in corso di perfezionamento”, come si può leggere nella bozza; ad oggi conosciamo solo le linee generali presenti nella Legge Gelmini: bisognerà dunque capire in dettaglio come sarà determinato, quale sarà la sua applicazione e come saranno tenute in considerazione le peculiarità didattiche, economiche e territoriali dei differenti Atenei.

Tralasciando i criteri per il calcolo del costo standard, questa nuova forma di finanziamento presenta in ogni caso un grave problema di fondo: i fuoricorso non verranno più conteggiati al fine del riparto del FFO. Questa modello presta attenzione alla sola velocità del percorso formativo piuttosto che alla qualità reale dello stesso, discriminando gli studenti “lenti”, che verranno visti dagli atenei solo come un costo da sostenere. Questa impostazione pone gli Atenei di fronte a due alternative strumentali: trasformarsi in laureifici abbassando la selettività degli esami, al fine di diminuire il tempo di conseguimento dei titoli, oppure penalizzare gli studenti fuoricorso, in primis aumentando le tasse (permesso dalla Spending Review del 2012), con il duplice scopo di aumentare le entrate e fare desistere questi ultimi dal proseguimento del proprio percorso accademico.

Inoltre questo cambio di modello nella distribuzione dei finanziamenti rischia di creare grandi sperequazioni in base al numero degli studenti, pericolo di cui anche la titolare del MIUR è consapevole: non a caso si prevede un’introduzione graduale del costo standard: 20% per questo primo anno, 40% al secondo anno fino ad arrivare al 100% nel 2018. Infatti questo metodo, essendo legato a doppio filo al numero di studenti, finanzierà le università soltanto in base al loro passato: se un Ateneo negli ultimi anni ha subito un calo di studenti od ha introdotto numeri chiusi si ritroverà fortemente penalizzato e nell’impossibilità di prevedere per il futuro una nuova crescita degli studenti, venendo così costretto a conservare lo status quo.

Infine l’ultimo aspetto critico è la mancanza, nelle linee guida della L. 240/10, di fattori inerenti alla ricerca: questa mancanza porterebbe falsare le reali spese relative alla formazione degli studenti che gli atenei devono sostenere, mettendo così a rischio tutto il comparto della ricerca accademica.

La quota premiale, introdotta nel 2009, doveva in origine rispondere all’obiettivo di assegnare risorse aggiuntive agli atenei più virtuosi – una sorta di premio in termini economici per le Università che si distinguevano per una ricerca e una didatticà di qualità – ferma restando la distribuzione della quota base comunque garantita a tutti. A seguito delle politiche di definanziamento attuate ai danni del sistema universitario, nei fatti è stata completamente distorta la ratio della quota premiale, che si è trasformata in una quota punitiva: gli Atenei si trovano dunque a competere per meritare le risorse necessarie per il loro sostentamento. Inoltre i tagli che hanno portato ad una progressiva riduzione del FFO rendono questa competizione ancora più insensata: gli Atenei più meritevoli possono al più mantenere le stesse risorse degli anni precedenti, a scapito di altre Università per le quali la quota avrà la sola funzione di calcolare quante risorse sottrarre.

L’anno scorso l’ammontare della quota premiale era il 13% del totale dei finanziamenti. Il c.d. “Decreto del Fare” prevedeva di portarla al 16% per il 2014 con un successivo aumento del 2% per gli anni futuri.
Nella bozza del decreto sull’FFO 2014 viene invece prevista un’impennata della quota premiale al 18% sin da quest’anno!
Si introduce, inoltre, una modifica nel peso dei diversi indicatori della quota: fino all’anno scorso la didattica contribuiva per il 33%, la ricerca il 66%; dal prossimo anno la ricerca – insieme alle politiche di reclutamento del personale – peserà addirittura il 90%, mentre il restante 10% verrà valutato in base a criteri della didattica “internazionale”, ovvero in base a quanti studenti partono in erasmus e quanti studenti erasmus vengono accolti dal singolo ateneo.

Un aumento così forte della quota premiale comporterà gravi impatti sugli Atenei.
In prima istanza, va osservato che la competizione innescata dalla quota premiale determina una forma di ingerenza del MIUR sull’autonomia e sulle politiche dei singoli Atenei, che per raccogliere quante più risorse possibile tenderanno a conformarsi acriticamente agli indirizzi del MIUR e dell’ANVUR con l’obiettivo migliorare i propri risultati sugli indicatori della ricerca e sulla didattica internazionale. La spirale negativa determinerà che gli Atenei più penalizzati in questi anni non avranno più alcun incentivo per migliorarsi e diverranno irrecuperabili: l’entità delle risorse perse con la quota premiale non permetterà a questi Atenei di correggere efficacemente le proprie politiche.

Oltre che sul principio della quota premiale, molte criticità sono presenti anche sugli indicatori in base ai quali viene calcolata: infatti la parte della ricerca, che nel nuovo decreto avrà il ruolo principale nella distribuzione della quota premiale, utilizza come criterio principale la Valutazione Qualità della Ricerca (VQR), strumento di valutazione dell’Anvur è da molto tempo al centro della critica di molta parte della comunità accademica; l’altro parametro sarà l’Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), che andrà a pesare all’interno dell’indicatore sulle politiche di reclutamento e che è stata travolta da un numero imprecisato di ricorsi amministrativi tale da indurre la Ministra a ripensare totalmente nei prossimi mesi lo strumento.

Infine, rispetto al 2013, ci sono delle modifiche relative all’Intervento Perequativo: questo fondo, che corrisponde all’1,5% del totale dei finanziamenti, servirà ad evitare che gli atenei perdano, in confronto al 2013, meno del 3,5% del FFO: appare un miglioramento rispetto allo scorso anno, dove questa clausola di salvaguardia entrava in azione alla soglia del 5%, quest’anno invece la perdita che subiranno gli atenei sarà molto contenuta. Questa variazione è indice di due aspetti negativi: dopo 5 anni di tagli indiscriminati le casse degli atenei italiani sono in dissesto e il MIUR cerca di correre ai ripari ammortizzando ulteriori perdite eccessive che costringerebbero alcuni atenei alla chiusura; inoltre l’impatto del Costo Standard potrebbe essere molto pesante: per esempio, non essendoci più alcun criterio storico, alcuni Atenei potrebbero non avere risorse sufficienti ed essere ulteriormente penalizzati.

In conclusione, analizzando il quadro generale che emerge dal decreto, appare evidente che ci troviamo di fronte ad un nuovo pasticcio all’italiana: una sorta di premio, che in realtà si trasforma in una punizione per i poco “meritevoli”, distribuito tenendo conto solamente della ricerca (perlopiù con dei parametri già criticatissimi da tutto il mondo accademico), senza valutare la qualità della didattica interna degli atenei, malamente compensata con una ripartizione basata solo sulla didattica, che in realtà si rivela deprimente per le università che stanno vedendo un calo delle immatricolazione, oltre che improntata da una forte discriminazione della categoria dei fuoricorso (già vessata da precedenti decreti sulla scia di una falsa meritocrazia), visto che viene basata più che sulla qualità sulla “quantità” di didattica erogata.

Riteniamo che il primo passo per migliorare realmente la condizione del sistema della formazione sia un ormai inderogabile rifinanziamento dell’università: viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle i tagli della 133 che si perpetuano da anni, che costringono gli atenei a tagliare sui servizi e a dequalificare la ricerca e la didattica, quest’ultima peggiorata ulteriormente dal blocco del turn over e da una distribuzione fortemente sperequativa dei punti organico, ovvero quelli che permettono alle università di assumere personale docente.