Ichino, l’università pubblica e la razionalità economica

Ichino, l’università pubblica e la razionalità economica

by / Commenti disabilitati su Ichino, l’università pubblica e la razionalità economica / 5 View / 30 maggio 2011

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Il senatore Ichino ha proposto in un’interrogazione  ai ministri dell’Economia e dell’Istruzione del 18 maggio l’introduzione nell’università italiana del sistema di tassazione appena adottato dalle università inglesi.

Come funziona questo sistema?
Gli studenti universitari vengono divisi in due fasce di reddito, quelli che appartengono alla fascia di reddito superiore sono tenuti a pagare le tasse universitarie che sono di un ammontare paragonabile a quelle degli istituti privati. Gli studenti che appartengono alla fascia di reddito più bassa ricevono un prestito a tasso agevolato dal governo, e si impegnano a restituirlo una volta finita l’università,  solo nel caso riescano a raggiungere un reddito minimo prestabilito.

 

Con questo sistema le università pubbliche nella sostanza diventano autonome dai finanziamenti del governo, il cui unico onere diventa quello di fornire prestiti agli studenti e di garantire un fondo per coprire i prestiti che non verranno restituiti. Ichino inoltre suggerisce che siano le università stesse a provvedere al fondo per i prestiti insoluti, prelevandolo direttamente dalla tassazione studentesca.
A prima vista sembra un’ottima idea, tutti vincono: il governo non deve più preoccuparsi di garantire finanziamenti all’università, può abbassare le tasse o usare gli stessi fondi per tappare altre falle nel sistema di welfare, le famiglie abbienti sono felici di pagare per l’istruzione dei propri figli o se ritengono la tassazione eccessiva per il servizio offerto si rivolgono ai privati, le famiglie meno agiate possono mandare i figli a scuola gratis, sapendo che si occuperanno loro di restituire il debito, ma solo se saranno abbastanza ricchi da poterlo fare.
E’ necessario però comprendere che i due parametri che definiscono il sistema di tassazione, cioè la soglia di reddito che separa ricchi e poveri (A) e quella oltre cui scatta la restituzione del prestito (B), influenzano in modo fondamentale la futura distribuzione dei redditi dei laureati.
Prima di tutto se A è molto basso allora stiamo privatizzando l’università, gli studenti con un reddito famigliare sotto A ricevono delle borse di studio che tra l’altro si impegnano a restituire se superano B. Le famiglie che sono sopra A ma che realmente non possono permettersi di pagare le tasse universitarie si indebitano (o indebitano il figlio), oppure non mandano il figlio all’università.
Se A è abbastanza alto da permettere a tutti i redditi sopra A di non indebitarsi per pagare le tasse universitarie, allora dobbiamo preoccuparci di dove mettere B. Se B è minore di A allora questo sistema sta semipolarizzando la distribuzione dei redditi. Infatti chi è estremamente povero riceve l’istruzione universitaria che gli permette di alzare il proprio reddito, ma sia lui sia tutti gli studenti con redditi iniziali sotto B quando provano a superare B devono affrontare un prestito che era già esoso prima, ma che ora con gli interessi potrebbe diventare un ostacolo insormontabile. E’ come se B rappresentasse una parete diritta in un sentiero, o si ha già la forza e la spinta per superarla oppure si ricade indietro mezzi morti.
Anche dal punto di vista degli incentivi economici porre B sotto A è poco ragionevole, infatti i laureati con un reddito basso sanno che difficilmente possono permettersi di superare B perché a quel punto, dopo la restituzione del debito, potrebbero  ritrovarsi più poveri di prima. Quindi non hanno nessun interesse a sudare sangue per migliorare la propria condizione di vita (sempre che il sistema economico dia loro la possibilità di farlo).
Quindi la distribuzione finale dei redditi sarebbe caratterizzata da un polo di laureati con redditi bassi, un vuoto e una distribuzione meno concentrata di redditi alti.
L’unico modo per evitare questo risultato è fissare A ad un livello di reddito molto alto, definito dalla soglia minima di reddito con il quale una famiglia può pagare senza problemi la tassa universitaria, e porre B sopra A. Oltre ad evitare una semipolarizzazione nei redditi questa scelta risponde anche ad un principio di buon senso, cioè che l’università deve dare a tutti la possibilità di raggiungere una posizione di prestigio nella società, e solo a quel punto gli si deve chiedere di restituire il debito contratto, avendo dimostrato (l’università) la propria efficacia.
E’ da notare che, posti in questo modo i parametri, diventa più semplice e ragionevole una tassazione progressiva sul reddito realizzata dallo Stato e un’università gratuita.
Alla luce di queste riflessioni sembra quindi infondata l’affermazione del senatore Ichino secondo cui il sistema inglese garantirebbe una maggiore responsabilizzazione degli studenti, semmai anzi favorirebbe l’opposto.

 

articolo di Paolo Roberti, dottorando in Economia all’Università di Padova