HA ANCORA SENSO PARLARE DI NUMERO CHIUSO?

by / Commenti disabilitati su HA ANCORA SENSO PARLARE DI NUMERO CHIUSO? / 25 View / 7 gennaio 2019

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Dopo le varie dichiarazioni sull’abolizione del numero chiuso, Giovedì 9 Gennaio si terrà un’audizione presso la Camera dei Deputati a cui prenderemo parte e in cui discuteremo insieme ai parlamentari delle varie proposte di modifica alla Legge Zecchino che regola i vari che criteri che caratterizzano i numeri programmati a livello locale e nazionale.

Quale senso può avere, soprattutto in un Paese con il nostro sistema economico-produttivo e con livelli di disuguaglianze notevoli, il numero chiuso nei corsi di laurea che negli ultimi anni ha visto un notevole aumento? Per rispondere a questa domanda, proviamo a sfatare alcuni falsi miti che chi inneggia al numero chiuso pone.

L’Italia ha troppi laureati. Falso. Il numero di laureati e al di sotto della media dei Paesi Europei: secondo l’ultimo dato OCSE, si tratterebbe del 27% dei giovani italiani tra i 25 e i 34 anni contro il 44% nella stessa fascia d’età. Pur non rappresentando l’unica causa, è sicuramente una delle più rilevanti accanto ad un sistema di diritto allo studio pessimo nel nostro Paese.

Senza numero chiuso è difficile assicurare una didattica di qualità a tutti gli studenti. Falso. Negli ultimi dieci anni, sull’Università i finanziamenti sono stati drasticamente ridotti. La spesa in istruzione e ricerca rappresenta la metà di quella di altri Paesi europei come la Germania e ciò riduce investimenti in strutture, spazi, aule. Inoltre, negli ultimi otto anni, il personale docente si è ridotto del 20% e oggi più della metà dei nostri corsi di laurea si regge su ricercatori precari. Vogliamo parlare ancora di qualità o decidiamo di investire realmente in Università, istruzione e ricerca?

Abbiamo troppi medici, troppi letterati, troppi avvocati. Falso o almeno per buona parte. Per quanto riguarda Medicina ad oggi sono notevoli le carenze del Sistema Sanitario Nazionale con una grande penuria di medici: il tema sono i troppi studenti o i troppo pochi investimenti in sanità e formazione?

Per quanto riguarda le altre professioni, perchè non si prova a valorizzare tutti i corsi di laurea: il nostro mercato del lavoro non ha bisogno solo di scienziati ed ingegneri! Perchè non restituire dignità ed un ruolo sociale a quelle discipline che continuano a subire sotto l’egida classista del “tanto non serve più a niente”. Se si vuole parlare di libera scelta, lo si facesse per davvero, liberi da condizionamenti, in un’ottica di miglioramente complessivo della realtà e che non veda l’Università come fabbrica di nuove disuguaglianze. Tutto ciò non può che passare tra le altre cose da un orientamento in entrata e in uscita che sia degno di poter essere considerato davvero tale. Inoltre, il nostro tessuto economico e produttivo è tra i più vecchi: investire in laureati e ricerca è necessario per il rilancio del nostro Paese.

Esistono metodi oggettivi nella certificazione delle conoscenze. Falso. Non esiste un metodo che non tenga conto del fattore fortuna o della provenienza socio-economica familiare. E non sarebbe compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana?

A questo punto, anche la risposta al quesito iniziale appare scontata, chiaramente in modo ragionato e serio.