Gli studenti ‘sfigati’: quanto costano davvero e perché si laureano tardi

by / 1 Comment / 3866 View / 30 gennaio 2012

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“Laureati fuori-corso e bamboccioni costano parecchi miliardi di euro” titola Repubblica, lanciando, sulla scia del famigerato viceministro Michel Martone, l’allarme sullo smisurato buco nel bilancio pubblico prodotto da chi si laurea in ritardo e, implicitamente, legittimando una nuova ondata di tagli all’università pubblica, evidentemente fonte di sprechi senza fine. Peccato che i numeri, se letti con attenzione, mostrino esattamente l’opposto: i ritardi negli studi sono la conseguenza dei tagli già effettuati, e per ridurre gli sprechi, paradossalmente, bisognerebbe aumentare gli investimenti.

L’idea che l’università pubblica italiana non sia altro che un buco senza fondo, dove miliardi di euro pubblici vengono “bruciati” per i sollazzi di qualche adolescente scansafatiche, è ben radicata nell’immaginario collettivo, grazie alle campagne di stampa portate avanti negli ultimi anni dal Corriere della sera, grazie a libri come L’università truccata di Roberto Perotti e grazie alla propaganda costante del fronte berlusconiano. Dispiace che, stavolta, anche Repubblica, solitamente più attenta, si sia prestata all’operazione.

Quanto costano davvero

L’articolo sottolinea come gli studenti, per ogni anno in cui restano all’università “gravino sulla collettività per 7241 euro a testa”, e, moltiplicando questo dato per il numero di studenti in ritardo sulla laurea, ottiene la “stratosferica cifra di 4,4 miliardi di euro ‘bruciati’ per il prolungamento della carriera universitaria”.

Per prima cosa va sottolineato come questa moltiplicazione sia assolutamente arbitraria: i 7241 euro che lo stato spende per ogni studenti sono una media, non un dato reale, fatto di spese materiali effettive. I cosiddetti “fuori corso” (termine improprio, ma lasciamo stare), solitamente, sono studenti-lavoratori, o in ogni caso studenti che, in generale, frequentano i corsi, utilizzano le mense e usufruiscono dei servizi dell’università in maniera significativamente inferiore rispetto agli studenti in regola con gli esami (altrimenti, ovviamente, si sarebbero già laureati), e perciò contribuiscono alle spese del sistema universitario pubblico in quota assai minore rispetto ai 7241 euro che il ministero indica come media. Inoltre, chi è in ritardo con gli esami non può usufruire delle borse di studio e degli sconti legati al reddito sulle rette universitarie, spesso paga più degli altri per la mensa e l’alloggio, e in molti atenei paga anche un ulteriore malus sulle rette universitarie.

Ma c’è di più: la spesa media per studente che l’articolo cita, prendendola pari pari del sito del ministero dell’università, risale al 2008, cioè a prima dell’entrata in vigore della famigerata legge 133, che ha drasticamente tagliato l’investimento pubblico sull’università, ed è quindi di gran lunga sovradimensionata rispetto alla realtà del 2010, a cui si riferiscono gli altri dati citati nell’articolo. Oggi la spesa media per studenti è molto più bassa.

Insomma: la stima di 4,4 miliardi calcolata da Repubblica è assolutamente fuori dalla realtà.

Ma in ogni caso, anche se quella cifra fosse realistica (e abbiamo appena spiegato come non lo sia per nulla), si tratterebbe di una cifra tutt’altro che “stratosferica”, checché ne dica Repubblica. Dallo stesso schemetto da cui sono stati ripresi i dati citati nell’articolo, infatti, si desume che, anche quando spendevamo 7241 euro all’anno per studente, cioè prima dei drastici tagli targati Gelmini-Tremonti, la spesa media per studente dell’Italia era ben al di sotto della media europea, sia in termine assoluti che relativamente al Pil pro capite. In Europa, mediatamente, si spendevano 9425 euro (parificati rispetto al potere d’acquisto) per studente, cifra che sale a 10810 per la Spagna, 11574 per la Francia, 12192 per la Finlandia e 12849 per la Germania. Se si tiene conto che in gran parte di questi paesi le manovre finanziarie anticrisi hanno aumentato l’investimento sull’istruzione, mentre l’Italia ha drasticamente tagliato, si capisce come il divario, dal 2008 a oggi, sia con ogni probabilità ulteriormente cresciuto.

Insomma, la “cifra stratosferica”, lo spreco di denaro pubblico di cui parla Repubblica è in realtà una cifra molto più bassa di quelle investite negli altri paesi europei. E, di contro, gli studenti italiani pagano in media rette universitarie ben più alte di quelle dei loro coetanei di tutta Europa, a parte Regno Unito e Paesi Bassi.

Il quadro tratteggiato dall’articolo, quindi, popolato di “bamboccioni” che se ne stanno comodamente a pascolare a spese dei contribuenti, è di pura fantasia: gli studenti italiani e le loro famiglie pagano a caro prezzo ogni anno in più di permanenza all’università, e i contribuenti spendono ben poco per sostenerne la formazione.

Perché si laureano tardi

Un dato, però, è ineccepibile, e lo riporta sempre la banca dati del ministero: il 34,15% di coloro che hanno conseguito una laurea specialistica nel 2010 aveva più di 27 anni. Si tratta di oltre un terzo dei laureati in quell’anno, un dato effettivamente rilevante, che testimonia un problema evidente, un ritardo considerevole nell’ottenimento della laurea da parte di migliaia e migliaia di studenti.

Ma non è sempre stato così. L’anno prima, nel 2009, la percentuale dei laureati sopra i 27 anni si fermava al 28,84%. Nel 2008, era ancora più bassa, il 22,54%, mentre nel 2007 era il 19,37%.

Insomma, quello del ritardo della laurea non è un cronico problema culturale del nostro paese, ma un fenomeno assolutamente recente: la percentuale è quasi raddoppiata nel giro di appena 3 anni. Si è passati da quella che si potrebbe definire una quota fisiologica, fatta di persone che hanno iniziato gli studi più tardi per vari motivi, di lavoratori che per forza di cose hanno un ritmo più basso negli esami, di studenti che fanno una scelta di vita particolare per motivi personalissimi, a un dato ben più pesante e preoccupante. Personalmente ritengo che uno studente abbia il diritto di decidere di restare all’università più a lungo del previsto, se lo ritiene utile e necessario alla propria formazione. Ma un aumento così vertiginoso segnala che, con ogni probabilità, non si tratta di una libera scelta.

Cos’è successo, nell’università italiana, tra il 2007 ed oggi?

Un fattore da non sottovalutare è il passaggio di ordinamento didattico, dai vecchi piani di studi basati sulla legge 509/99 (Berlinguer-Zecchino) a quelli costruiti sulla legge 270/2004 (Moratti). Il cambio di sistema ha provocato una miriade di ostacoli e rallentamenti burocratici, in gran parte dovuti all’ossessione “meritocratica” e selezionatrice con cui è stato realizzato, e inevitabilmente ciò ha avuto ripercussioni sui tempi di laurea degli studenti.

Un altro fattore di cui tener conto è la crisi economica: se, in una situazione in cui è relativamente facile trovare lavoro, gli studenti sono incentivati a laurearsi il prima possibile per poter subito guadagnare uno stipendio, in un periodo di crisi, in cui l’unica prospettiva è la disoccupazione, è facile che molti scelgano di prendersela con un po’ più di calma e aspettare tempi migliori per entrare nel mondo del lavoro.

Ma il dato probabilmente decisivo, e destinato a diventare strutturale se il governo non interverrà, è il taglio delle risorse, in particolare quelle legate al diritto allo studio. Le drastiche riduzioni di Gelmini e Tremonti al finanziamento dell’università hanno costretto molti atenei ad alzare le rette, mentre il taglio del fondo per il diritto allo studio ha privato migliaia di studenti della borsa e delle agevolazioni per mense e alloggi. Meno borse e rette più alte significa più studenti costretti a lavorare, e inevitabilmente i tempi di studio si allungano di conseguenza.

Insomma, più che concentrarci su quanto chi si laurea in ritardo costi al bilancio pubblico, dovremmo pensare a quanto i tagli di bilancio abbiano allungato i tempi di laurea degli studenti. Di fatto, se lo stato spende troppi soldi per mantenere all’università chi si laurea in ritardo, è sostanzialmente perché non ha speso prima quei soldi per permettere loro di laurearsi in tempo.

Paradossalmente, ma neanche tanto, se lo stato investisse di più sull’università, con un maggior numero di borse di studio e rette più basse, gli studenti potrebbero fare a meno di lavorare, concentrarsi sullo studio e laurearsi prima.

Non si tratta di uno scenario fantasioso, ma di ciò che accade normalmente nella stragrande maggioranza dei paesi europei, che investono più di noi, pesano meno sulle spalle delle famiglie e sfornano più laureati e in tempi più brevi. Invece noi continuiamo a credere alla bufala dell’università sprecona, dei bamboccioni e degli studenti “sfigati”…

(29 gennaio 2012) Lorenzo Zamponi – Il Corsaro